Obama, il teatrino della pace

di Zvi Shuldiner

Se qualcuno guardasse dal di fuori l’arena mondiale, penserebbe che si tratta solo di un gioco, di quelli virtuali così di moda su computer e telefonini «intelligenti». Però i cinici leader che vi partecipano giocano con intere popolazioni, con la vita e la morte di milioni di persone, con la povertà e l’orrore della fame.
In occasione dei 40 anni trascorsi dalla guerra del 1973, articoli, libri e documentari critici hanno inondato Israele. In occasione dei 40 anni trascorsi dalla guerra del 1973, articoli, libri e documentari critici hanno inondato Israele.
All’improvviso appare chiaro che la prepotenza dei nostri governanti, la loro ebbrezza trionfale seguita alla vittoria del 1967, la convinzione della superiorità militare israeliana, furono, tutti insieme, fattori che determinarono il rifiuto di un accordo di pace con l’Egitto. L’autismo criminale dei leader israeliani portò a una guerra terribile nella quale migliaia di vite furono sacrificate al credo imperialista dell’élite dominante. Eppure, ancora oggi, queste idee sono prevalenti. Gli Usa allestiscono il gran teatro dei «negoziati di pace» tra Israele e Palestina, mentre la situazione in realtà peggiora e la pace, oggi, è più lontana di prima di Kerry e Obama.

Il meno importante è quello del colpo di stato fascista avvenuto in Cile l’11 settembre del 1973. Patrocinato dagli Stati uniti, prodotto della politica di Nixon e Kissinger, fu un’ulteriore manifestazione di un imperialismo che aveva già colpito in tanti altri paesi: Iran, Guatemala, Vietnam, Cuba, etc. Al golpe seguirono migliaia di omicidi, l’oppressione – con il placet degli Usa – del popolo cileno e la creazione del primo vero laboratorio di quel neoliberismo che si sarebbe esteso ai centri del potere mondiale.
Il più importante è quello del 2001, che costò la vita a migliaia di persone e servì da giustificazione all’avventura criminale intrapresa da Bush e soci in Iraq e in Afghanistan. Sullo scacchiere internazionale fecero la loro comparsa, una volta di più, «il nemico da educare», «le lezioni da dare al terrorismo», «le considerazioni strategiche» sulla base delle quali si scatenò la furia americana, dai crimini delle guerre di Bush alle «esecuzioni moderate» del premio Nobel per la pace Obama. Che, parlando alla nazione ha rivendicato «sette decenni d’impegno dell’America per la sicurezza del mondo».
Gli Usa, in Pakistan, hanno eliminato Bin Laden, che anni prima loro stessi avevano mandato in Afghanistan per sconfiggere i sovietici; in Siria, alcuni gruppi che fanno capo ad Al-Qaeda ricevono appoggio da Washington e dell’occidente! Il criminale Assad combatte contro alcune forze democratiche e non pochi fondamentalisti. Russi e americani appoggiano le une e gli altri, dissanguando la società siriana, anche con molti altri scopi. Obama esagera, Kerry fa la voce grossa e consulta il Kissinger dell’altro 11 settembre; interviene Putin, quel grande democratico, per salvare la regione dalle nefaste conseguenze che avrebbe comportato per tutti l’«attacco chirurgico e limitato» minacciato dagli Usa.

Che orrore e uccidere 1200 persone con il gas! Ammazzarne 100mila con le armi, invece, va bene. Gas? No! Il napalm e lo scempio del Vietnam, però, sì. Anche bombardare Panamá e uccidere migliaia di persone per catturare l’ex agente della Cia Noriega va bene. Quando Saddam è «dei nostri» e gasa le persone tenendo però a freno l’Iran, va tutto bene. E pure quando il governo «combatte il terrorismo» e accidentalmente fa strage di innocenti coi droni che si trovavano nelle vicinanze, non c’è nulla di male. In questo «gioco» di «gas e Siria», ultimatum di Obama, dubbie prove di Kerry, consultazioni con il saggio Kissinger per fortuna compare il democratico e omofobo amico di Assad, Putin, che con una mossa azzeccata ci risparmia un terribile scenario.
Che fare? Ritornare ai negoziati di pace. Un israeliano assassinato venerdì 13, un altro lo scorso sabato. Certo, anche i palestinesi vengono uccisi; ogni settimana. Ma questo fa parte della «lotta contro il terrorismo». Ed ecco la grande risposta del primo ministro Netanyahu: più coloni a Hebrón, dove sabato è stato ucciso il militare israeliano.

Le menzogne di Obama e Kerry sulla Siria sono molto differenti rispetto a quelle sui negoziati di pace israelo-palestinesi. Il processo di pacificazione in cui gli americani dicono di essere coinvolti è una grande bugia che non può portare a nulla di buono.
Mentre il governo di Hamas, a Gaza, è molto debilitato, quello di Abu Mazen, sembra offrire la possibilità di un rafforzamento della linea diplomatica. L’accerchiamento che subisce Hamas, inoltre, potrebbe portare quest’ultimo a riprendere gli attacchi nel sud per evitare un ulteriore indebolimento. Ad ogni modo la presunta forza di Abu Mazen si basa sull’appoggio israelo-statunitense e sul silenzio riguardo ai limiti e all’inconsistenza delle negoziazioni.
Opposto ad Abu Mazen e al suo gruppo, c’è un governo israeliano di estrema destra, che accetta formalmente la retorica delle negoziazioni, dimostrando però quotidianamente di non poter condurle a nulla di serio. I ministri di Netanyahu ribadiscono ogni giorno la loro opposizione all’idea di due stati per due popoli, l`idea che, teoricamente, sta alla base di quelle che dovrebbero essere delle negoziazioni. Costoro dichiarano che è arrivato il momento di annullare gli accordi di Oslo, e appoggiano programmi che portano verso una progressiva annessione di fatto dei territori occupati nel 1967. L’attuale governo israeliano non ha realmente intenzione di accettare le responsabilità del passato: tra l’altro, implicherebbe il riconoscimento delle responsabilità verso i rifugiati, accettare il ritorno di alcuni di essi e indennizzarne altri. La paura viscerale del «ritorno di milioni di persone» è accompagnata da un crescente aumento, In Israele, del razzismo e del fascismo.
L’attuale governo insiste con una costante espansione edilizia e con la presenza israeliana nei territori occupati. Questo comporta la violenta oppressione e repressione di 3milioni di palestinesi che, sotto un’occupazione violenta e arbitraria, sono esclusi dai più elementari diritti politici e umani. Nel migliore dei casi, la soluzione geografica proposta da Israele, non va oltre uno «stato palestinese demilitarizzato», limitato a una serie di bantustan sotto il controllo israeliano.
Il Nobel per la pace continuerà a dimostrare le sue doti di grande oratore dal pulpito dell’Onu e dalla sua capitale imperiale e Kerry continuerà a cercare intrecciare parole come il suo consigliere Kissinger, senza tuttavia riuscire a nascondere che, insieme ai loro alleati israeliani, favoriti dalla passività europea, stanno attuando un gigantesco progetto di masturbazione pubblica che può portare a un falso accordo. Un accordo che incuberebbe i germi di un futuro sempre più tragico sia per il popolo palestinese sia per quello israeliano.

(traduzione di Giuseppe Grosso)

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