Obama in Terra Santa. Non aspettatevi miracoli

21 FEBBRAIO 2013 – 17:45

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Slow news di Ugo Tramballi

Presto, con la primavera, tornerà il processo di pace fra israeliani e palestinesi. Almeno questo dovrebbe essere l’intento dell’atteso viaggio di Barack Obama a Gerusalemme, Ramallah e Amman. Sarà il 20 di marzo. Poi verrà il 21 e la primavera; seguiranno Pesach ebraica e la Pasqua dei cristiani. Ma nulla lascia credere che dopo l’autorevole visita e tutto il resto, davvero incomincerà un negoziato reale fra i due nemici del più lungo dei conflitti.

  E’ il nuovo segretario di Stato John Kerry che pochi giorni fa ha messo le mani avanti: “Sarebbe un grande errore, quasi un passo arrogante, annunciare d’improvviso questo o quello, senza prima ascoltare. Tutti capiscono che gli Stati Uniti sono un’entità indispensabile rispetto a quel processo. In questo momento il presidente non è pronto che ad ascoltare le parti”.

  Parole sagge e moderate di un segretario di Stato che se fosse stato eletto presidente, quando nel 2004 era il candidato democratico, avrebbe salvato il mondo dai disastri di George Bush. Ma, scusate un momento. Vogliamo sostenere che il presidente degli Stati Uniti, al suo secondo mandato, per ascoltare gli israeliani e i palestinesi ha bisogno di una full immersion in Terra Santa, come uno studente d’inglese a Cambridge? Non conosce già i termini del conflitto e dell’attuale stallo? Non ha già parlato in questi ultimi quattro anni con Netanyahu e con Abu Mazen? La West Wing e Washington tutto attorno alla Casa Bianca, non sono pieni di esperti e teste d’uovo? Il presidente non legge i giornali?

 A cosa è servito allora rifiutarsi per quattro lunghi anni di visitare l’Israele del detestato Bibi Netanyahu? Delle due l’una: o il presidente imponeva sanzioni economiche al governo israeliano che allargava le colonie, come vent’anni fa fecero Bush padre e Jim Baker, il suo segretario di Stato; oppure andava di corsa a Gerusalemme, ignorava le sue questioni personali con Bibi e imponeva alle parti la ripresa di un negoziato.  Non fare una cosa né l’altra è stato come rimanere in mezzo al guado solo per bagnarsi i piedi.

   Se le parole di John Kerry non sono un tentativo di tenere basse le aspettative e nascondere una svolta, dovremmo presumere che Barack Obama andrà laggiù, ascolterà, naturalmente esorterà. E se ne andrà, lasciando israeliani e palestinesi come li aveva trovati. I primi disinteressati al problema, convinti di avere molto tempo, anzi, di non avere quel problema; i palestinesi sempre più disperati, alla ricerca del coraggio per riprendere un’altra rivolta.

  Barack Obama sbagliò dall’inizio, facendo credere ai palestinesi che fosse possibile pretendere da Israele ogni congelamento delle colonie: senza distinzione fra nuove case dentro quei blocchi d’insediamenti che già esistono e che un accordo di pace consegnerebbe comunque a Israele, e nuove colonie vere e proprie con un ulteriore furto di terra palestinese.

   Ai più sembrerà una distinzione di lana caprina, invece è importante. Il risultato è stato che i palestinesi si sono ritirati dalla trattativa e da due anni gli israeliani fanno quel che vogliono dei Territori occupati: soprattutto di Gerusalemme Est araba, dove è in corso una palese giudaizzazione. Più i palestinesi reiteravano il loro rifiuto, più gli israeliani aggiungevano pretese. Quando gli americani hanno tentato di convincerli ad essere più flessibili, i palestinesi hanno insistito in quello che sanno fare meglio: il massimalismo autolesionistico.  Come è sempre accaduto, quando Abu Mazen tornerà alla trattativa, la posizione palestinese sarà ancora più compromessa: territorialmente parlando, uno Stato palestinese è ormai ai limiti della non praticabilità.

   In questi anni Bibi Netanyahu è stato così arrogante da aver concentrato su Israele le critiche dell’opinione mondiale. Ma se guardiamo il bilancio di Abu Mazen, è sconfortante: si è inimicato tutti gli amici, a partire dagli Stati Uniti; l’occupazione israeliana è ogni giorno più oppressiva; nessun movimento di liberazione nazionale è credibile se di movimenti ce ne sono due con due diverse agende; a Gaza Hamas sembra contare progressivamente più di Fatah a Ramallah; sono passati tre mesi dal voto alle Nazioni Unite sulla Palestina e per mancanza di successive iniziative, quell’unico meritevole successo non sta producendo nulla.

   Quando Obama atterrerà a Tel Aviv, presumibilmente in Israele ci sarà un nuovo governo. Tzipi Livni avrà il curioso doppio ruolo di ministro della Giustizia e titolare di un negoziato di pace il cui titolare vero resta Netanyahu. A Ramallah ci sarà sempre Abu Mazen, convinto di stringere il coltello dalla parte del manico. Il presidente ascolterà, esorterà e saluterà. Probabilmente per lasciare il problema nelle mani dei suoi folli protagonisti, e non tornare più. Potreste dargli torto?

 

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