Obama in Terra Santa

Obama in Terra Santa 1: Non aspettatevi miracoli

di Ugo Tramballi

Presto, con la primavera, tornerà il processo di pace fra israeliani e palestinesi. Almeno questo dovrebbe essere l’intento dell’atteso viaggio di Barack Obama a Gerusalemme, Ramallah e Amman. Sarà il 20 di marzo. Poi verrà il 21 e la primavera; seguiranno Pesach ebraica e la Pasqua dei cristiani. Ma nulla lascia credere che dopo l’autorevole visita e tutto il resto, davvero incomincerà un negoziato reale fra i due nemici del più lungo dei conflitti. (…)

E’ il nuovo segretario di Stato John Kerry che pochi giorni fa ha messo le mani avanti: “In questo momento il presidente non è pronto che ad ascoltare le parti”.
Vogliamo sostenere che il presidente degli Stati Uniti, al suo secondo mandato, per ascoltare gli israeliani e i palestinesi ha bisogno di una full immersion in Terra Santa, come uno studente d’inglese a Cambridge? Non conosce già i termini del conflitto e dell’attuale stallo? (…)
Se le parole di John Kerry non sono un tentativo di tenere basse le aspettative e nascondere una svolta, dovremmo presumere che Barack Obama andrà laggiù, ascolterà, naturalmente esorterà. E se ne andrà, lasciando israeliani e palestinesi come li aveva trovati. I primi disinteressati al problema, convinti di avere molto tempo, anzi, di non avere quel problema; i palestinesi sempre più disperati, alla ricerca del coraggio per riprendere un’altra rivolta.

Barack Obama sbagliò dall’inizio, facendo credere ai palestinesi che fosse possibile pretendere da Israele ogni congelamento delle colonie: senza distinzione fra nuove case dentro quei blocchi di insediamenti che già esistono e che un accordo di pace consegnerebbe comunque a Israele, e nuove colonie vere e proprie con un ulteriore furto di terra palestinese.

Da due anni gli israeliani fanno quel che vogliono dei Territori occupati: soprattutto di Gerusalemme Est araba, dove è in corso una palese giudaizzazione. Il presidente ascolterà, esorterà e saluterà. Probabilmente per lasciare il problema nelle mani dei suoi folli protagonisti, e non tornare più.

Obama in Terra Santa 2: l’UE alza la voce e minaccia sanzioni

27 febbraio 2013, Nena News – A meno di un mese dalla visita del presidente statunitense Obama in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati, l’Unione Europea torna a criticare duramente la politica coloniale israeliana.

Stavolta il target è Gerusalemme, città internazionale secondo le Nazioni Unite, ma unilateralmente e illegalmente annessa allo Stato di Israele nel 1967. In un nuovo rapporto pubblicato oggi, “Jerusalem Report 2012”, Bruxelles definisce la colonizzazione della Città Santa “una deliberata e sistematica strategia” per impedire la creazione di uno Stato palestinese indipendente e per porre fine al progetto di una soluzione a due Stati.
“La più grande minaccia alla soluzione a due Stati”, si legge nel rapporto, che indica una serie di raccomandazioni che gli Stati membri della UE dovrebbero assumere per fare pressioni politiche sulle autorità di Tel Aviv: tra queste, lo stop a investimenti e transazioni finanziarie che in qualche modo – diretto o indiretto – sostengano la colonizzazione israeliana di Gerusalemme attraverso infrastrutture, servizi e sostegno economico, e lo stop all’importazione dei prodotti delle colonie a prezzi di favore.

Per la prima volta, l’Unione Europea parla di sanzioni economiche. Un passo che segue ad una serie di dure critiche che a partire da novembre – quando la Palestina è stata riconosciuta Stato non membro delle Nazioni Unite – hanno leggermente incrinato i solidi rapporti tra Tel Aviv e Bruxelles.
“Se l’attuale piano coloniale a Sud di Gerusalemme sarà portato avanti – si legge nel rapporto UE – si creerà entro il 2013 una zona cuscinetto che separerà Gerusalemme Est da Betlemme, rendendo impossibile la realizzazione della soluzione a due Stati”. Tra i progetti nel mirino dell’Unione Europea, anche il piano di costruzione di nuove colonie in area E1, corridoio che collegherebbe la Città Santa alla colonia di Ma’ale Adumim, spezzando definitivamente in due la Cisgiordania.

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