Obama-Netanyahu: un eccellente incontro di Gideon Levy

E’ stato davvero un incontro eccellente: come risultato è cresciuta la probabilità che venga istituito uno stato bi-nazionale; i rapporti tra Israele e gli Stati Uniti sono effettivamente “meravigliosi”. Israele può continuare con i capricci della sua occupazione. Il presidente degli Stati Uniti ha dimostrato martedì scorso che forse il cambiamento c’è stato, ma non per quanto ci riguarda.

Se rimaneva ancora qualche barlume di speranza in Medio Oriente, riposta in Barack Obama, i due l’hanno dissipata; se alcuni ancora si aspettavano che il primo ministro Benjamin Netanyahu avrebbe compiuto una mossa coraggiosa, ora sanno di aver commesso un errore (e di aver tratto in inganno altri).
La mascherata ha raggiunto il suo culmine: lisciandosi l’un l’altro, Obama e Netanyahu hanno dimostrato che anche il loro pesante strato di makeup non può più nascondere le rughe. Il logoro, vecchio volto avvizzito del più lungo “processo di pace” della storia si è aggiudicato un’altra sorprendente e incomprensibile proroga. E’ ormai sulla buona strada verso il nulla. La “calda” e “amichevole” accoglienza, anche se un po’ forzata, che ha incluso anche il cane presidenziale Bo, l’incontro delle mogli – con il presidente degli Stati Uniti che ha accompagnato il primo ministro israeliano all’automobile secondo un protocollo “senza precedenti”, come ha sottolineato la stampa entusiasta – non possono oscurare la realtà. La realtà è che Israele è di nuovo riuscita a ingannare non solo l’America, ma anche il suo presidente più promettente degli ultimi anni. Sarebbe bastato ascoltare la conferenza stampa congiunta per capire, o meglio ancora, non capire, dove ci stiamo dirigendo. Il congelamento degli insediamenti continuerà? Obama e Netanyahu si contorcevano, articolavano frasi e si confondevano, e nessuna risposta chiara è emersa. Se vi era un’epoca in cui la gente si meravigliava dell’ “ambiguità costruttiva” di Henry Kissinger, ora ci troviamo di fronte all’ambiguità distruttiva. Anche quando si è trattato della mossa minima di congelare l’attività edilizia nelle colonie, senza la quale non può esistere alcuna prova di un serio intento da parte di Israele, i due leader hanno alzato una cortina di fumo. Un vile “sì-e-no” da parte di entrambi. Più che altro, l’incontro ha dimostrato che il criminale e insensato spreco di tempo continuerà. Un anno e mezzo è passato da quando i due si sono insediati, e quasi nulla è cambiato, a parte il sostegno puramente verbale al congelamento degli insediamenti. Ora qualche posto di blocco in meno, ora un assedio di Gaza un po’ meno duro – tutte questioni relativamente marginali, un surrogato contraffatto di un audace salto sopra l’abisso, senza il quale nulla si muoverà. Quando i colloqui diretti diventano un obiettivo in sé, senza che nessuno abbia la minima idea di quale sia la posizione di Israele – uno strano negoziato in cui tutti sanno che cosa vogliono i palestinesi e nessuno sa con certezza ciò che vuole Israele – le cose non solo non vanno avanti, vanno indietro. Ci sono un sacco di scuse e di possibili spiegazioni: Obama ha le elezioni del Congresso che lo aspettano, dunque non deve fare arrabbiare Netanyahu.
Dopo di ciò, si potranno udire i passi delle elezioni presidenziali avvicinarsi rapidamente, e di conseguenza egli certamente non dovrà far andare in collera gli ebrei. Ora è il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman che sta mettendo sotto pressione Netanyahu; domani potrebbe essere il parlamentare del Likud Danny Danon; e dopotutto, non si può pretendere che Netanyahu commetta un suicidio politico. E alla fine lo avremo ottenuto, il suo mandato sarà finito, senza alcun risultato. Buon per te, Obama; bravo Netanyahu. Siete riusciti a prendervi in giro l’uno l’altro; e insieme, avete preso in giro tutti noi. Netanyahu sarà di ritorno in Israele entro il fine settimana, adorno di falsi successi. I coloni avranno messo a segno un risultato importante. Anche se non lo ammetteranno – essi non sono mai soddisfatti, dopotutto – possono gioire segretamente. Il loro progetto continuerà a prosperare. Se hanno raddoppiato il loro numero a partire dagli Accordi di Oslo, ora possono triplicarlo.
E poi? Ecco allora una domanda per Obama e Netanyahu: dove stiamo andando? Nessun trucco per guadagnare tempo può sviare questo interrogativo. Dove sono diretti i due leader? Cosa potrà migliorare dopo un altro anno? Cosa sarà più promettente fra altri due anni? Il presidente siriano bussa alla porta chiedendo la pace con Israele, e i due leader lo stanno ignorando. Egli sarà ancora lì a bussare fra due anni? L’iniziativa di pace della Lega Araba è tuttora valida; il terrorismo è quasi cessato. Quale sarà la situazione dopo che essi avranno finito di scendere a compromessi sul congelamento della costruzione di balconi e bagni rituali? Due statisti si sono incontrati a Washington martedì scorso, due leader che appaiono sempre più insignificanti, che stanno adottando misure sempre più insignificanti. Hanno deciso di non decidere, che è di per sé una decisione. Mentre la possibilità di una soluzione a due stati è ormai entrata nei tempi supplementari, essi hanno deciso per altri tempi supplementari. Prepariamoci dunque allo stato bi-nazionale , o alla prossima carneficina.

Haaretz, 11 luglio 2010

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