OGGI IN AZIONE I “FREEDOM RIDERS”

Attivisti palestinesi e internazionali provano a salire sugli autobus che trasportano i coloni israeliani dalla Cisgiordania a Gerusalemme

MICHELE GIORGIO

Gerusalemme, 15 novembre 2011, Nena News – Salire sugli autobus dei coloni israeliani, andare a Gerusalemme e spezzare il clima di segregazione che sta emergendo con crescente evidenza nella Cisgiordania occupata. A costo di finire in manette per ingresso «illegale», senza permesso israeliano, a Gerusalemme. Si chiama «Freedom Riders», si svolge oggi ed è l’ultima iniziativa dei Comitati di resistenza popolare all’occupazione. «Invitiamo tutti gli internazionali ad unirsi ai Comitati palestinesi. È un’azione che si ispira, alla lotta contro la segregazione razziale condotta negli Stati uniti, quando negli autobus i posti di fronte erano riservati ai bianchi», spiega uno dei promotori, Mazin Qumsiyeh, professore all’università di Betlemme. «Sappiamo di rischiare – aggiunge Qumsiyeh -, per un palestinese con carta di identità della Cisgiordania, la pena prevista per ingresso illegale in Israele può arrivare a sette anni di prigione».

Per i promotori di «Freedom Riders» la condizione palestinese sarebbe persino peggiore di quella degli afro-americani negli anni ‘60. Allora, spiegano, le persone di colore negli Stati Uniti dovevano sedersi in fondo all’autobus mentre nei Territori occupati i palestinesi non sono nemmeno autorizzati ad entrare nei pullman. «Freedom Riders» denuncia inoltre che un «regime di apartheid» viene portato avanti anche attraverso le «bypass road», strade di collegamento che rompono la continuità del territorio palestinese, a danno soprattutto di lavoratori e studenti costretti a utilizzare strade secondarie per gli spostamenti. Senza dimenticare le conseguenze per l’economia della Cisgiordania. «Ai palestinesi è vietato attraversare le bypass road con i propri veicoli – ha denunciato l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem -. Ma non solo. L’accesso è ristretto anche alle strade che corrono vicine alle bypass. In questo caso, i palestinesi sono costretti a scendere dalle proprie auto, attraversare la strada a piedi e cercarsi poi un mezzo di trasporto alternativo dall’altra parte».

Intanto sta creando forte preoccupazione nelle ong ed associazioni israeliane che si occupano dei diritti civili e della tutela dei diritti umani, la decisione presa dal consiglio dei ministri israeliano di ottenere dal parlamento una nuova legge che limiti ad appena 20mila shekel (4mila euro) i contributi annuali che queste strutture della società civile potranno ricevere da finanziatori stranieri.

http://nena-news.globalist.it/?p=14368

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