OLIVA, UN GUSCIO A DIFESA DEI DIRITTI DI GAZA (con video)

La minuscola barca del Civil Peace Service si e’ rivelata uno strumento essenziale per monitorare le azioni della Marina militare israeliana nelle acque di Gaza. IL VIDEO CON LE TESTIMONIANZE DELLE VOLONTARIE ITALIANE DELLA OLIVA

MICHELE GIORGIO

Gaza, 05 gennaio 2012, Nena News (foto di Rosa Schiano) – Dall’ingresso del piccolo porto di Gaza city è arduo scorgere l’Oliva,  nascosta tra i pescherecci abbandonati. E coloro che la vedono per la prima volta non possono fare a meno di dubitare delle possibilità di questa piccola imbarcazione. Eppure mai come in quest’ultimo periodo la minuscola barca a motore del Civil Peace Service, si sta rivelando uno strumento essenziale per monitorare le azioni della Marina militare israeliana nelle acque di Gaza e per registrare le violazioni a danno dei pescatori palestinesi. Un progetto al quale aveva dato il suo contributo anche Vittorio Arrigoni, nelle settimane precedenti al suo omicidio.  Oggi, presso la corte militare di Gaza, si apre una nuova udienza del processo ai rapitori e assassini dell’attivista italiano.

Negli ultimi due mesi si sono fatte più frequenti le intimidazioni delle motovedette israeliane al largo della costa di Gaza. I dati pubblicati di recente dal “Centro palestinese per i diritti umani” indicano un aumento degli arresti di pescatori e delle confisce delle loro imbarcazioni. Oliva perciò prende il largo sempre più spesso, con a bordo attivisti stranieri dell’International Solidarity Movement (Ism) che, con la loro presenza credono, o almeno sperano, di poter dissuadere i militari israeliani dal passare all’azione contro i pescatori palestinesi. «Usciamo in mare tre-quattro volte a settimana – dice Rosa Schiano, fotografa napoletana, entrata a Gaza un mese e mezzo fa – il nostro compito è quello di monitorare le violazioni dei diritti umani da parte della Marina israeliana. Ai pescatori infatti viene intimato di non oltrepassare le tre miglia dalla costa ma spesso i militari israeliani entrano all’interno di questo spazio di mare per costringere i palestinesi a tornare indietro». Schiano sottolinea che la stessa Oliva è soggetta a gravi intimidazioni. «Proprio questa mattina (ieri) – riferisce la fotografa – una unità israeliana ha aperto il fuoco sull’acqua con il chiaro intento di spaventarci, perché in quel momento non c’erano in zona barche palestinesi».

L’intimidazione più grave è avvenuta una settimana fa. Oliva con a bordo Schiano, un’altra attivista italiana, Daniela Riva, e un pilota palestinese, aveva seguito come sempre le piccole imbarcazioni dei pescatori verso nord registrando i colpi di mitra sparati a pelo d’acqua da una motovedetta. Subito dopo, mentre si trovava a quasi tre miglia nautiche dalla costa, è stata raggiunta da una unità israeliana che ha iniziato a girare intorno ad alta velocità. Con il motore in panne la Oliva non è stata in grado di ripartire ed è rimasta in balia delle onde provocate dalla motovedetta. Una di queste ha travolto e quasi ribaltato l’imbarcazione e provocato la caduta in mare del pilota. «Grazie all’uso del gps abbiamo registrato che tante aggressioni ai pescatori palestinesi avvengono entro il limite delle tre miglia nautiche – spiega Daniela Riva – quindi le unità militari israeliane attuano una sorta di zona cuscinetto che limita le possibilità effettive di pesca per i palestinesi ad un paio di miglia dalla costa. Limite che non consente ai pescatori di poter tornare indietro con abbastanza pesce e, quindi, di poter vivere con la loro attività».

Gli accordi israelo-palestinesi del 1994 stabiliscono che l’area di pesca di Gaza si estende fino a 20 miglia nautiche dalla costa. Questo limite è stato unilateralmente ridotto a 12, poi sei, fino alle attuali tre miglia, uno spazio povero di pesci. «Misure di sicurezza» spiega Israele che però hanno colpito duramente i pescatori e le loro famiglie: migliaia di palestinesi che non sono più in grado di autosostenersi. Il numero di pescatori si è ridotto nel corso degli ultimi anni e tra i tanti che sono stati obbligati ad abbandonare la pesca solo pochi sono riusciti a trovare un’altra occupazione, i rimanenti sono a casa senza lavoro. Chi si ostina ad uscire in mare rischia forte, anche la vita. Alcuni pescatori sono stati feriti con colpi di arma da fuoco. Altri sono stati arrestati e trasportati al porto di Ashdod, in Israele, le loro barche confiscate. «L’ultimo grave episodio risale a domenica 18 dicembre – riferisce Daniela Riva – quando quattro pescatori sono stati arrestati e trasportati ad Ashdod, uno di loro ha riportato una frattura alla gamba sinistra». I palestinesi denunciano che gli arresti sono finalizzati alla raccolta di informazioni sull’affiliazione politica di famigliari e amici dei pescatori, sull’area portuale di Gaza e sui tunnel sotterranei tra Rafah e l’Egitto. Alcuni degli arrestati hanno detto di aver ricevuto offerte di aiuti economici in cambio della «collaborazione» con i servizi di sicurezza israeliani.

I resoconti delle missioni di Oliva sono disponibili in lingua italiana su http://ilblogdioliva.blogspot.com/ e in lingua inglese sul sito del CPS Gaza (www.cpsgaza.org).

Video

 

http://nena-news.globalist.it/?p=16138

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