OLTRE LA SANTITA’ DELLE FORZE DI SICUREZZA ISRAELIANE – di Amira Hass

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Sintesi personale

Un soldato armato si è presentato dietro una barriera dell’esercito israeliano: un rotolo di filo spinato in mezzo alla strada insieme  ad alcune barriere di plastica rimovibili. I conducenti hanno fatto retromarcia con cautela. Io, come loro, pensavo che il sovrano militare avrebbe mostrato pietà nel santo sabato e avrebbe aperto la barriera a est di El Bireh, il checkpoint di Beit El.

Abbiamo sbagliato. Il convoglio di macchine ha chiaramente infastidito il soldato che, forse, pensava che una specie di rivolta si stesse evolvendo sotto i suoi occhi sotto forma di un’iniziativa per spostare le barriere (una “escalation” nel  gergo del servizio di sicurezza Shin Bet che ha conquistato il nostro cervello e linguaggio ).

Anche il soldato aveva torto. I palestinesi stringono i denti e sprecano una enorme quantità di tempo  in attesa ai checkpoint o utilizzando le strade di bypass, piuttosto che lottare per ripristinare la loro libertà di movimento. Questo situazione dura da  30 anni, da quando Israele ha iniziato a potenziare  il suo regime di ostacolo alla libertà di movimento che assomiglia molto a quello che esisteva in Sud Africa sotto l’apartheid.

C’era così tanta umiliazione in quella scena quieta; un soldato armato, un fortissimo fortino, telecamere, barriere di metallo e plastica controllano il tempo di decine di migliaia se non centinaia di migliaia di persone. Hanno il potere di determinare se una persona sprecherà quattro ore del suo giorno o forse meno. La società perde il 60% della sua produttività lavorativa a causa di questo tempo perso o solo il 50%?

La vendetta collettiva per le uccisioni di due soldati vicino all’avamposto di Givat Asaf dura ormai da più di due mesi: il posto di blocco di Beit El, il cui regime si era gradualmente attenuato, era completamente chiuso e alcune settimane dopo è stato riaperto solo parzialmente e non a tutti. L’uscita sud da Ramallah attraverso il campo profughi di Qalandiyah si è trasformata in un miscuglio di metallo strisciante, clacson e fumo. L’enclave di Ramallah è stata soffocata, più del solito.

L’impotenza al checkpoint di Beit El esiste in centinaia di varianti. Israele è un maestro nel bloccare i Palestinesi. Passare da una zona all’altra definita e controllata comporta sempre paura e trepidazione, mista a accettazione, umiliazione, rabbia repressa e meraviglia per quanto poco l’occupante debba fare per derubare le persone del tempo che, a differenza della terra, è impossibile recuperare.

I  checkpoint  separano i villaggi dalle città vicine, dalle loro terre e sorgenti, isolano Gaza dalla Cisgiordania, ora sono eretti ad  Al-Aqsa. La moschea mantiene viva la risposta naturale di un popolo che vive sotto un dominio ostile: resistenza popolare. L’atemporalità di cinque sessioni di preghiera giornaliere impone la loro agenda sull’occupante e libera lo spazio, anche se solo in parte, come nell’edificio alla Porta della Misericordia, il Golden Gate. Ciò costituisce, anche  se è fugace e simbolica, una rottura delle catene. Sono momenti che i palestinesi amano ricordare e rievocare.

Il potere del sito religioso è anche una debolezza. La sua santità magnetica attira l’energia e l’attenzione delle masse e il resto viene trascurato  come  la  libertà di movimento, il diritto di pascere il proprio gregge,  di arare e  di godersi il viaggio senza ostacoli verso gli amici e la famiglia in un’altra città; il diritto di viaggiare verso il mare e le montagne; il diritto di produrre e commercializzare liberamente; il diritto di costruire edifici e pavimentare strade; il diritto di viaggiare e il diritto alla creatività.   

L’amministrazione civile israeliana e l’infinito divorare la terra da parte dei  coloni non incontrano nessuna risposta degna e collettiva da parte dei palestinesi. Fin dall’inizio, la Giordania si astiene dal dare voce a una posizione. La lotta collettiva per Al-Aqsa è principalmente spontanea e aggira i conflitti inter-nazionali palestinesi. È molto centrata su Gerusalemme, troppo. La debole resistenza al colonialismo dei coloni,invece, è frutto di un lavoro individuale, anche se questo dovrebbe essere fatto in modo organizzato e coordinato da tutti i gruppi politici.

La moschea sta di nuovo mostrando il potenziale della lotta di massa disarmata e la capacità dei palestinesi di unirsi,ma, a meno che la resistenza non sia secolarizzata e organizzata, Al-Aqsa rimarrà solo un simbolo isolato.

Amira Hass

 

 

OLTRE LA SANTITA’ DELLE FORZE DI SICUREZZA ISRAELIANE – di Amira Hass

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