Omar Salah, il fratellino di Bouazizi

admin | February 22nd, 2013 – 11:00 pm

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E se dovessi scrivere il seguito di Arabi Invisibili? Un seguito cartaceo, intendo dire, ché quello virtuale non si è mai interrotto, fornendo a chi ha seguito il blog in questi cinque anni gli aggiornamenti non solo sugli eventi, ma sugli stessi protagonisti del libro che ho scritto di getto e pubblicato nel 2007. Una domanda del genere me lo sono certo fatta, negli scorsi anni, spesso in maniera inconscia, decidendo poi che quel volume è una storia a sé che non può trasformarsi in un sequel: una forma che, a dire il vero, a me non piace affatto.
La domanda – che mi è stata posta ieri da Elisabetta Bartuli nell’incontro di ieri a Palazzo Vendramin dei Carmini a Venezia – sottende, però, altro. E cioè se, a cinque anni di distanza, non vi sia altro di invisibile, nei paesi arabi, che verso il 2005 non era ancora emerso quel tanto da poterlo cogliere sulle strade, nelle piazze delle città.
Altro c’è, di invisibile. Senza dubbio. La domanda di Elisabetta, che il mondo arabo lo conosce da ben prima di me, è di quelle che mettono alla prova. E la mia risposta, non solo istintiva, non prende alla leggera l’argomento. C’è altro, di invisibile, che io non avevo colto allora, e che si è rivelato tanto importante da diventare uno dei protagonisti delle rivoluzioni.
Quell’”altro” si chiama periferie. Una etichetta volutamente generica che contiene molto. Anzitutto uno spazio, ai margini delle grandi città, enorme, diversificato, sconosciuto ai più. Periferie non significa solo o soprattutto povertà. Né solo o soprattutto marginalità. Significa, per esempio, frammentazione sociale, decostruzione e ricostruzione di reti di rapporti e di sistemi di valori, nuove comunità che costruiscono proprie regole interne. Ne parla – benissimo – Asef Bayat nel suo bel volume, Life as Politics. Ne hanno parlato, in modo simile, alcuni dei protagonisti di Piazza Tahrir.
Allora, nel 2005, avevo solo sfiorato le periferie, che ho poi incontrato come tema (importante) quando ho cominciato a studiare Hamas e il modo in cui la Fratellanza Musulmana palestinese ha consolidato movimento e consenso nei campi profughi di Gaza, paradigma di frammentazione, delocalizzazione, ricostruzione delle comunità.
Ora, un argomento così invisibile ai più torna a emergere, almeno nella cronaca egiziana, attraverso il caso -tragico e straziante- di un ragazzino di 12 anni. Uno dei quei ragazzini accanto ai quali si passa come se fossero trasparenti, per le strade della capitale egiziana. Vendeva patate dolci, portando in giro per il centro del Cairo uno di quei carretti che fanno parte del panorama quasi primaverile della città: un carretto con un tubo di metallo alto, da cui esce esce fumo e l’odore forte, a volte nauseante, tipico delle patate dolci cotte.
Di Omar Salah Omran gli egiziani hanno conosciuto solo un viso già esangue, bianco di morte. È stato ucciso pochi giorni fa da un soldato che sorvegliava l’area attorno all’ambasciata statunitense, un soldato infastidito da Omar, che voleva vendergli una patata dolce non subito, ma dopo cinque minuti. Prima voleva andare al bagno. Il soldato gli ha sparato due colpi a bruciapelo, al cuore. E Omar Salah, che manteneva la sua famiglia, è morto all’istante.
La sua storia, terribile, è narrata con passione e analisi da Amro Ali su Open Democracy. Strazia il cuore di chi legge e vede il viso così giovane e innocente di Omar senza più vita. Il corpo di Omar doveva rimanere un corpo sconosciuto, senza nome, senza identità, per salvare l’autore dell’omicidio senza nome e colpe, e l’esercito fuori dalla tempesta della rabbia popolare. Nello stesso tempo, la storia di Omar dice molto sia sulla transizione egiziana, sia sui protagonisti (invisibili) di Tahrir. Ha, cioè, un senso pieno e duplice, politico e sociale. Il nodo politico è quello della accountability, direbbero nel loro gergo i funzionari delle agenzie dell’Onu che a vario titolo si occupano di governance. In sostanza, chi ha ammazzato a sangue freddo Omar Salah deve essere perseguito da una magistratura che sia ritenuta credibile da tutti, e non devono esistere sacche di impunità o di sostanziale immunità che salvino gli autori ritenuti sopra la legge, come in casi come questo e nei molti altri crimini e reati compiuti da forze dell’ordine ed esercito. È la richiesta di coloro che hanno scoperto, per puro caso, l’omicidio di Omar Salah quando si sono trovati di fronte al suo cadavere nella morgue di un ospedale del Cairo. È la richiesta ad alta voce di chiede un giusto processo contro chi ha ammazzato i manifestanti della marcia di Maspero, di chi vuole la liberazione degli attivisti processati dai tribunali militari durante la transizione gestita dal Consiglio Militare Supremo. È la richiesta di chi non vuole una giustizia a due, o anche tre velocità.
Il nodo politico, però, non definisce del tutto la portata dell’omicidio di Omar Salah, giovanissimo ambulante, a suo modo fratello minore di Mohammed Bouazizi, il giovane tunisino che si diede fuoco il 17 dicembre del 2010, divenuto simbolo delle rivoluzioni arabe. Perché è la chiave politico-sociale, forse, quella più importante e dirompente in questa tragedia invisibile. Omar Salah è l’icona – come spiega benissimo Amro Ali – di quella piccola massa di ragazzini, uomini e anche donne che sono stati presenti a Tahrir forse più degli stessi attivisti. Ai dimostranti di Tahrir, ai poliziotti che li hanno picchiati hanno dato da mangiare. Ai turisti della rivoluzione hanno venduto gadget e magliette, stickers e sciarpe. Omar e i suoi fratelli sono stati considerati come parte della scenografia, una presenza apolitica, non-politica, magari anche antipolitica. Come comparse senza alcun peso nel percorso degli scorsi due anni a Tahrir. È “ironico” pensare, commenta Ali, che “gli ambulanti abbiano passato più tempo a Tahrir di quanto abbia fatto chi manifestava”. Ironico, ma poi mica tanto, perché il primo shahid, il primo martire delle rivoluzioni arabe è stato proprio uno di loro. Un ambulante.
Che gli ambulanti siano e siano state solo comparse, dunque, è una percezione non solo riduttiva, ma a suo modo è parte dei mali della transizione. Perché Omar rappresenta le richieste socioeconomiche di Tahrir: pane e dignità, lavoro pagato il giusto, diritti sindacali. Diritti tout court. La invisibilità di Omar, riscattata in modo tragico dalla sua morte, mostra quanto – in questi due anni – le richieste prioritarie di Tahrir siano state accantonate, ma non risolte. Torneranno alla superficie, come già sta succedendo, perché la questione della rappresentanza e della sua legittimazione è solo uno degli aspetti della transizione in corso, per ora gestito nel modo più classico e più miope di una politica vecchia. Vecchia in entrambi i settori che si fronteggiano, islam politico al potere e opposizione genericamente laica.
Nelle pieghe di una cronaca tutta dedicata alla Fratellenza Musulmana che occupa (magari anche legittimamente…) gli organismi del potere, e a una opposizione che stenta a dare riconoscimento agli avversari, c’è qualcos’altro che succede. Scioperi, richieste pressanti di carattere socioeconomico, povertà crescente, aumento del numero dei bambini di strada… Quali sono le ricette economiche dei vari attori politici? Si occupano veramente della crisi, o hanno rinviato il problema? E soprattutto: dove sono i protagonisti invisibili di Tahrir? Gli squatter, i marginali, gli abitanti delle periferie neglette che negli ultimi due anni sono calati nel centro del Cairo per mostrare che esistono? Il problema della periferia (del Cairo e dell’Egitto, di Roma e dell’Italia, del primo e quarto mondo) continua a essere il calice allontanato da chi sta decidendo come uscire dalla peggiore crisi economica degli ultimi ottant’anni. Quel calice, però, è sempre lì, e prima o poi bisognerà berlo.

Nell’immagine, Omar Salah entrato a pieno titolo nell’iconografia dei martiri, a Tahrir. Dal blog d iAmro Ali.

 

 

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