ONG nella Valle del Giordano

27 NOV 2012

“L’assistenza…scalza la lotta politica palestinese, normalizza la situazione di occupazione, e rinvia una soluzione permanente” Shir Hever in “L’economia politica dell’occupazione di Israele: repressione al di là dello sfruttamento”.

Le ONG internazionali stanno lavorando in maniera estensiva nei villaggi palestinesi, nei paesi e nelle città delle aree A* e B*, mentre i palestinesi dell’area C* (inclusa la maggior parte della Valle del Giordano) sono sistematicamente esclusi dall’accesso all’acqua, alla terra, all’istruzione, alla sanità ed all’elettricità.

Siccome queste ONG stanno lavorando entro le leggi militari imposte sulla Cisgiordania dalle forze di occupazione, Jordan Valley Solidarity ha analizzato il grado in cui il lavoro delle ONG è a beneficio delle comunità locali palestinesi, ed in quale misura beneficia l’occupazione sotto la quale stanno vivendo.

Il ruolo delle ONG va visto nel contesto più ampio del piano di Israele di annettere la Valle del Giordano, che effettivamente circonda la Cisgiordania su tutti i lati e distrugge ogni possibilità di uno stato indipendente palestinese. Questo fornirebbe anche ad Israele il beneficio delle risorse naturali e depriverebbe i palestinesi di circa il 30% della terra agricola attualmente disponibile in Cisgiordania. Le forze occupanti hanno sottoscritto accordi ad Interim entro gli accordi di Oslo, e li hanno utilizzati per rinforzare il loro controllo e proprietà sulla maggior parte della Valle del Giordano, temporaneamente designata come area C in base ad Oslo. Mentre Oslo iniziò il processo di normalizzazione dell’occupazione, le maggiori ONG internazionali stanno continuando questo processo lavorando entro i confini imposti loro dallo Stato di Israele, e concentrando la maggior parte del loro lavoro nelle aree A e B.

Fathy Khdirat, della Jordan Valley Solidarity, chiede: “Accetteremo la situazione? Continueremo a donare all’occupazione? Continueremo a sostenere l’occupazione e fornire risorse a Israele? Continueremo ad incoraggiare lo sviluppo sotto l’Occupazione? Sviluppo dei servizi, sviluppo amministrativo, sviluppo economico?”

Gruppi internazionali e ONG

Il punto di vista del coordinatore della Jordan Valley Solidarity, Fathy Khdirat, è che le ONG “stanno lavorando qui dall’invasione della potenza occupante, e niente è cambiato.” Lui dice che non c’è carenza di gruppi internazionali che dichiarano di voler aiutare il popolo palestinese, nonostante le organizzazioni debbano lavorare in accordo con le regole e le leggi dell’occupante. Se vogliono lavorare nei Territori Occupati loro necessitano del permesso dell’Autorità Occupante. Perciò, se l’autorità dichiara che il 95% della terra è preclusa ai palestinesi (come nel caso della Valle del Giordano), loro non possono lavorare sul 95% della terra. L’unica area nella quale loro possono lavorare è l’area A, sotto l’Autorità Palestinese, dove i palestinesi possono vivere e lavorare.

Lavorando solamente nell’area A, le organizzazioni internazionali stanno normalizzando l’occupazione ed aiutando ad implementare la sua politica di dislocamento dei palestinesi segregandoli in Bantustans, durante la graduale annessione dell’area C. Se i palestinesi nell’area C non sono forniti delle infrastrutture per le necessità di base (acqua, lavoro e terra) le loro vite divengono insostenibili e sono costretti ad andarsene.

Infatti, è sempre maggiormente riconosciuto nel mondo che molte ONG entrano nelle comunità ed implementano obiettivi di breve termine, che si concentrano sul contenimento delle conseguenze più dure delle politiche governative. Funzionalmente, loro alleggeriscono i governi dalle loro obbligazioni verso i propri popoli, la maggior parte dei quali non hanno beneficiato dell’implementazione di politiche sempre più neo – liberiste (come la privatizzazione delle risorse naturali, incluse acqua e terra) accompagnate dalla contrazione di servizi sociali. Le ONG spesso non riconoscono gli Stati e le loro politiche economiche, come le maggiori cause di povertà e sofferenza. Perciò, esse si concentrano su altre cause, come la scarsità di risorse. Come conseguenza le leggi, i regolamenti e le pratiche ufficiali sono naturalizzate e promosse, piuttosto che obiettate, quindi si perpetuano le radici dell’ineguaglianza. Per questi motivi, molte delle soluzioni offerte dalle ONG non sono più che misure di soccorso che possono provvedere soluzioni temporanee ad alcuni, ma in ultima istanza non sono promotrici di cambiamento.

Siccome le ONG sono spesso guidate da una singola istanza, tendono a dividere in compartimenti stagni i diversi aspetti della lotta e nel processo d’insieme, non riescono ad affrontare la natura multifaccia e strutturale del conflitto. Nel caso della Palestina, molte ONG non si concentrano necessariamente sulla critica dell’occupazione israeliana, ma piuttosto tendono ad allenare i palestinesi a muoversi e servire una nuova società civile post-Oslo, caratterizzata dalla partecipazione dei palestinesi al capitalismo del libero mercato. Perciò, il finanziamento tende a concentrarsi su progetti piuttosto che indirizzarsi alla sistematica diseguaglianza dell’occupazione.

Fathe spiega che la maggiore istanza nella Valle del Giordano è l’acqua. I palestinesi non dispongono di alcun accesso alle fonti di acqua sottostanti. Israele non permetterà loro di perforare pozzi o di rinnovare quelli più vecchi (attualmente in uso) per migliorarne le funzionalità. Ancora, le organizzazioni internazionali non sottolineeranno queste costanti e che “senza acqua non c’è vita”. Lui dice che le organizzazioni stanno “fornendo un aiuto leggero o donazioni, come supportare le persone con tende o lenzuola. Ma questa non è la cosa fondamentale. L’essenziale è l’acqua, e loro non stanno offrendo alcuna risorsa idrica sostenibile. Queste persone bevevano dalle proprie fonti. L’occupazione ha confiscato loro le fonti ed ha distrutto le loro risorse idriche”. In una intervista, Fathe spiega “che se qualcuno vuole sostenerci, deve farlo in accordo alla realtà in cui noi siamo gente che vuole resistere all’occupazione, che vuole sbarazzarsi dell’occupazione”.

Caso di studio a Al-Jiftlik

Nel 2007, Oxfam avviò un progetto nel villaggio di Al-Jiftlik nella Valle del Giordano per sviluppare una rete idrica sotterranea che avrebbe concesso ai residenti di accedere e trasportare l’acqua in maniera più efficiente e sostenibile. Per dar modo al progetto di progredire, Oxfam richiese diversi permessi alle autorità di Israele. Il primo permesso richiesto fu per un serbatoio di acqua, il secondo per connettere i tubi alla fonte di approvvigionamento idrico di Mekorot’s (la compagnia idrica israeliana), il terzo per la pompa dell’acqua e l’ultimo per un tubo adeguato ad attraversare il villaggio fino all’erogatore di Mekorot.

La procedura per fare richiesta a tali permessi è terribilmente lenta ed il più piccolo errore può significare di dover ricominciare l’intero processo dall’inizio.

Quindi, quando ad Oxfam fu negato il permesso di procedere con il progetto, loro “cambiarono il piano, distribuendo taniche per l’acqua di plastica alla comunità. Invece di costruire una cisterna utile a tutto il villaggio di 500 metri cubi, loro distribuirono serbatoi per l’acqua assolutamente inutili ad ogni famiglia,” dice Fathe.

Dunque, Oxfam avrà anche avuto intenzioni pure all’inizio del progetto, ma la loro incapacità di sfidare le strutture sul campo è riflessa dal loro appello all’Unione Europea, nel quale sottolineano una serie di raccomandazioni per aiutare ad alleviare le condizioni dell’area C. Allo stesso tempo in cui l’UE sta “costantemente aggiornando le sue relazioni con Israele”.

(http://electronicintifada.net/content/eu-support-israeli-crimes-makes-it-unworthy-nobel-peace-prize/11771)

Chiunque conduca ricerche sulle ONG e sulle donazioni in questa area, sarà costretto ad ammettere che le donazioni intese a giungere in quest’area risultano, negli ultimi 15 anni, milioni. Ma questi soldi vengono incanalati in progetti che, in maniera conveniente, evitano la questione dell’occupazione israeliana. Una ONG viene garantita di mezzo milione di euro dall’UE per prevenire l’estinzione dei gufi nella Valle del Giordano, mentre la gente non ha acqua potabile da bere. Queste organizzazioni “non vedono alcuna ragione di sfidare l’occupazione, dunque inventano progetti semplici che non interferiscono con essa. Prendete il progetto dei gufi – non sarà caratterizzato da una reale presenza fisica, non sarete in grado di localizzarlo su una mappa, non creerà alcun problema all’Autorità Occupante”.

Poiché queste organizzazioni ricevono finanziamenti da diverse fonti, loro devono proteggere i propri interessi monetari non valicando certi limiti e restando incollati allo status quo. Infatti, le organizzazioni che criticano le politiche di Israele rischiano di essere deprivate dei finanziamenti e penalizzate, e questa è una eventualità ben conosciuta. Come il caso di INCITE – Donne di Colore Contro la Violenza. Sul loro sito web, loro spiegano che iniziarono a ricevere finanziamenti dalla Fondazione Ford nel 2000. Poi, “in maniera del tutto inaspettata il 30 luglio 2004, la Fondazione Ford spedì un’altra lettera, spiegando che aveva rivalutato la propria decisione a causa del sostegno alla lotta di liberazione palestinese da parte dell’organizzazione” (iii).

Secondo la Quarta Convenzione di Ginevra, Israele è obbligato a provvedere ai bisogni di base dei residenti i Territori Occupati. Le ONG sono intervenute poiché Israele non sta adempiendo i propri doveri, ma ciò sta creando un clima nel quale “l’amministrazione militare israeliana non si assume più la responsabilità di garantire il benessere della gente dell’area C. Loro possono anche smettere di sorvegliare tali aree palestinesi, in quanto adesso ci sono le ONG che lo fanno per loro”. Fathe spiega che le ONG ricevono molti soldi, ma la maggior parte di essi va disperso nel costo stesso delle ONG, inclusi i salari degli impiegati. Fathe continua a spiegare che dagli accordi di Oslo, un gran numero di ONG hanno cominciato ad arrivare in Palestina, reclamando di voler aiutare e sostenere la sua gente. Ma vengono spesi milioni, teoricamente in nome del popolo palestinese, in questo nuovo settore della società palestinese. Questo è evidente per il fatto che “loro hanno case fantastiche, salari spaziali e uffici enormi. Loro hanno altissimi costi di esercizio, finanziati dalle donazioni – in teoria in nome del popolo palestinese. Le tasse che pagano ammontano al 22% dei loro budget e loro implementano il loro lavoro mediante ditte esterne – pagando alti salari agli “specialisti” ed ai “consulenti internazionali”. Ciò che resta alla fine per la gente, è niente.

Se non le ONG, allora cosa?

Quando viene chiesto cosa andrebbe fatto, Fathe risponde, “Come palestinesi abbiamo bisogno di essere autosufficienti. Non vogliamo continuare a cercare l’aiuto della comunità internazionale. Non possiamo immaginare che la Marina Americana un giorno arriverà a liberare la Palestina. Non posso immaginare che l’Unione Europea porterà i criminali di Israele di fronte alle corti di giudizio. Non apriranno delle corti per i criminali israeliani. È impossibile immaginare che i leader di Israele, alla fine, si sentiranno così colpevoli, soffriranno così tanto internamente che ci garantiranno la nostra libertà. Non immagino che il mondo si unirà per mettere in atto sanzioni o boicottare Israele, specialmente non prendendosi cura della causa palestinese. Nulla di tutto ciò accadrà senza una azione reale condotta dai palestinese, in prima persona.

“Fino ad ora abbiamo incoraggiato l’occupazione a continuare e ad essere sostenibile. Ora dobbiamo cominciare a fare qualcosa. Se continuiamo ad andare avanti così, incoraggeremo Israele nella sua politica di isolamento del popolo palestinese. Loro continueranno a spingerci a vivere sulle risorse naturali minime. Israele ci considera una riserva di lavoro economica. Loro non ci garantiscono alcun diritto e non si assumono la responsabilità per i lavoratori palestinesi. Noi siamo il secondo maggior consumatore di prodotti israeliani dopo Israele stessa, specialmente per i prodotti di bassa qualità e che non sono adatti alla vendita entro Israele. Noi siamo il secondo maggior contribuente alle tasse per l’Autorità di Israele. Dunque, perchè Israele dovrebbe andarsene? Perché Israele dovrebbe abbandonare quest’area che fornisce loro una munifica fornitura di risorse umane per produrre qualsiasi cosa desiderino. Dobbiamo boicottare l’occupazione e tutto ciò che sia ad essa connesso, direttamente o indirettamente, e boicottare tutti coloro che traggono profitto dall’occupazione. Coloro, i quali traggono profitto dall’occupazione sono più pericolosi dell’occupazione stessa”.

Fathe sottolinea l’importanza delle origini delle organizzazioni, come la Jordan Valley Solidarity: “Se riusciamo ad ottenere denaro dai nostri amici e sostenitori ovunque, allora avremmo abbastanza di cui vivere. Non dipenderemo dai finanziamenti esterni.” Le persone che conducono la lotta devono provenire dall’interno della lotta stessa. Fathe enfatizza anche questo – che non rappresentiamo la comunità, noi siamo la comunità.

* Gli accordi di Oslo

Nel 1995, vennero firmati gli accordi ad interim di Oslo, che introdussero un numero di misure, apparentemente intese come il primo passo verso la pace tra Israele e la Palestina.

Un punto chiave degli accordi era la delimitazione territoriale della Cisgiordania occupata nelle aree A, B e C. La maggior parte dei paesi e dei villaggi palestinesi, oltre ad alcuni villaggi, furono designati all’area A, con l’Autorità Palestinese (AP) in vece di responsabile delle infrastrutture civili e della sicurezza (in teoria). Circa il 21% fu designato all’area B, con l’AP responsabile per le infrastrutture civili, ma con le Forze di Occupazione ancora in carica per il controllo della sicurezza. La terra rimanente (attualmente il 61%) è totalmente sotto il controllo di Israele: questa è l’area C. Gli accordi erano diretti ad estrare in vigore dopo un periodo di prova di cinque anni, con l’autorità dell’area C da trasferire eventualmente alla PA. Il controllo militare sull’area C è ancora in corso.

Oslo ha drammaticamente alterato la cornice entro la quale la lotta nazionale palestinese era concepita: via dalla liberazione e verso la statualità. Il focus non era più sull’accentuazione della diseguaglianza sperimentata dai palestinesi che vivevano l’occupazione, ma piuttosto sulla “coesistenza” pacifica tra israeliani e palestinesi. Le questioni centrali la lotta palestinese – come il diritto di ritorno per i rifugiati palestinesi, lo status di Gerusalemme come capitale palestinese, l’esistenza di colonie e l’accesso all’acqua – furono inoltrate nei cosiddetti “accordi sullo status finale”, successivi ad un periodo di interim di cinque anni. Quasi 20 anni dopo, queste questioni restano controverse ed irrisolte.

Un background sugli Accordi di Oslo e sul Protocollo di Parigi

Nell’aprile 1994, gli ufficiali di Israele e Palestina si incontrarono a Parigi per firmare i Protocolli di Parigi, la componente economica degli Accordi di Oslo. I protocolli legano l’economia palestinese a Israele in diverse aree di attività, incluse le dogane, le tasse, il lavoro, l’agricoltura, l’industria, il turismo. In breve, ciò significa le seguenti cose: stabilisce una “unione doganale”, che assicura l’inesistenza di confini economici tra i membri dell’unione, ma Israele mantiene il controllo su tutti i confini esterni. Ciò significa che le merci importate in Palestina devono soddisfare gli standard di Israele, ed Israele raccoglie i dazi di importazione e li trasferisce alla PA. Inoltre, Israele ha il potere di cambiare unilateralmente la tassazione sui beni di importazione (ii). Queste misure non consentono alcun tipo di indipendenza economica palestinese. Infine, Oslo e il Protocollo di Parigi include l’economia palestinese in una matrice di controllo israeliano, senza richiedere ad Israele di spendere risorse ed energie direttamente nel controllare la popolazione palestinese.

Gli Accordi di Oslo e il Protocollo di parigi forzano i mercati palestinesi ad essere aperti ai beni di Israele, così “la comunità palestinese sotto occupazione è la maggiore consumatrice dei prodotti di Israele e dei suoi servizi. Siamo considerati il secondo maggiore mercato dei prodotti di Israele o dei prodotti importati da Israele – secondo solamente alla comunità israeliana stessa. Siamo considerati il secondo maggior contribuente alle casse dell’occupazione”, dice Fathe Khdirat della Valle del Giordano.

La campagna della Jordan Valley Solidarity

La Valle del Giordano costituisce il 30% della Cisgiordania e il 95% della sua terra è collocato nell’are C. Essa si estende su oltre 2,4000 kilometri quadrati, dal Mar Morto nel sud, al villaggio di Bisan nel nord. Comprende l’intero confine tra la Cisgiordania e la Giordania. È situata oltre le acque orientali di Basin, ed il suo clima e terreno ne assicurano l’aratura e le coltivazioni agricole, soprattutto a beneficio delle fattorie coloniali dell’area.

Attiva nell’area è la Jordan Valley Solidarity (JVS), una campagna condotta da palestinesi locali e sostenuta da volontari internazionali che provengono da tutto il mondo, per sostenere il diritto di esistenza dei palestinesi sulla propria terra.

(i) The Revolution will not be funded, INCITE- women of color against Violence p173
(ii) http://www.btselem.org/freedom_of_movement/paris_protocol
(iii) http://www.incite-national.org/index.php?s=100

Fonte: Jordan Valley Solidarity
Traduzione a cura di AIC Italia

http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/aic/ong-nella-valle-del-giordano

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