OPINIONE. Riflessione dalla Marcia del Ritorno

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16 apr 2018

Nel terzo venerdì di manifestazioni al confine tra Gaza e Israele, la giornata delle bandiere, in migliaia hanno manifestato per i propri diritti. Gli ospedali sono pieni di feriti, ma la protesta popolare continua spiazzando Israele e la leadership palestinese

 

foto e testo di Patrizia Cecconi

Gaza City, 16 aprile 2018, Nena News – Nel terzo venerdì della “grande marcia del ritorno” gli occhi del mondo erano puntati altrove, esattamente sui cieli siriani violati da Trump e alleati, dove le mire imperialiste incrociate non badano a spese né a bugie.

A Gaza, quindi, si temeva un’altra carneficina, per di più occultata dai media, ma è andata meglio del previsto. Del resto basta abituarsi al peggio per dirsi soddisfatti se in risposta a una manifestazione pacifica si sono avuti “solo” un morto e 969 feriti, tra i quali si contano ben 67 bambini. Esercito israeliano e cecchini avevano il mandato di sparare dalla vita in giù e di lanciare gas lacrimogeni a volontà contro i quali le mascherine fatte in casa o quelle sanitarie hanno una certa efficacia ma solo se i gas non sono in quantità massiccia. Il numero degli intossicati parla da sé: Israele non ha fatto economia.

Un giro veloce nei diversi punti di concentramento lungo la Striscia ha riconfermato la stessa situazione dei venerdì precedenti, cioè due livelli comunicanti: il primo, più vicino alla linea di confine, in cui vengono bruciati i copertoni per coprirsi dalla mira dei cecchini, e il secondo, in spazi allestiti con le tende che richiamano i villaggi di provenienza, in cui qualche migliaio di persone – tra venditori di noccioline, frutta e falafel e tanti bambini – manifesta la sua pacifica determinazione a veder riconosciuti i propri diritti.

Questa volta abbiamo deciso di osservare il lavoro che svolgono i sanitari e ci siamo fermati nell’ospedale da campo della zona nord, a poca distanza da due punti di concentramento della manifestazione. In un ampio spazio protetto da trincee e segnalato con la bandiera bianca della Mezzaluna rossa palestinese era stato allestito un ospedale da campo di un’efficienza disarmante. Una quarantina tra medici e paramedici, tre o quattro ambulanze che fino alle 3 del pomeriggio hanno avuto poco lavoro, ma che poi, quando gas e proiettili contro i manifestanti si sono infittiti, hanno iniziato il loro carosello emergenziale portando anche tre feriti insieme.

Tra i tanti arrivati dopo le 15, anche un bambino di circa 8 anni, un uomo anziano e diverse donne, tutti più o meno gravemente intossicati e molti ragazzi feriti da proiettili, in qualche caso all’addome e in maggior parte alle gambe. Molti di questi probabilmente non cammineranno più. Ad alcuni forse di dovranno amputare gli arti, altri avranno la sedia a rotelle come previsto per il ragazzo di una ventina d’anni cui è stata frantumata la testa del femore.

In tutta la Striscia, un certo numero di feriti si è avuto anche tra i soccorritori, nonostante il giubbetto di riconoscimento, vale a dire che i cecchini hanno sparato sulla Crocerossa, anche se qui si chiama Mezzaluna. E’ contro ogni codice morale e anche militare sparare sulla Crocerossa, ma qui abbiamo di fronte l’esercito israeliano che alla legalità internazionale non ha mai prestato troppa attenzione.

Il tema stabilito dagli organizzatori per la giornata di venerdì era”la bandiera”, l’obiettivo creativo dei manifestanti era quello di mostrare il disprezzo per l’assediante attraverso un’azione simbolica: bruciare dei fogli di carta su cui era stampata la bandiera israeliana e piantare ove possibile la bandiera palestinese. Anche un’altra azione simbolica era prevista ed era quella per cui si temeva maggiormente il bagno di sangue: l’uso di cesoie per tagliare la rete e mostrare che i gazawi non sono animali da chiudere in gabbia ma sono disposti a rischiare la morte pur di avere la libertà.

Bene, proprio al nord, un gruppo di ragazzi è riuscito nell’impresa ed ha trascinato via per qualche metro la rete tagliata riprendendo la scena e facendo girare il video con l’intenzione di mandare un messaggio forte, lo stesso che ha aperto la marcia il 30 marzo: non abbiamo più niente da perdere e siamo disposti a tutto per riavere la libertà. Questo pensiero era anche nella mente di Islam Harzallah, il ragazzo di 28 anni morto in ospedale dopo essere stato colpito all’addome. Andremo a porgere le condoglianze alla sua famiglia, come prova di rispetto e di solidarietà, e probabilmente ci offriranno caffè amaro e un dattero, come ci hanno già offerto in casa di altri martiri, perché il dattero serve, nella tradizione locale, a restituire al sangue lo zucchero perso per il dolore del lutto e a riprendere a vivere e, aggiungono qui, anche a lottare.

Cosa succederà il prossimo venerdì, ci si chiede e si chiede osservando da esterni la situazione, e la risposta è ancora una: senza una leadership capace di una strategia di lungo periodo e condivisa dalle diverse fazioni politiche, questa grande dimostrazione finirà in una nota a piè di pagina nel racconto della resistenza palestinese. Questo lo sanno bene anche gli organizzatori della marcia, che non nasce da Hamas, anche se ne avrebbe tutto il diritto, ma ha ottenuto il sostegno di Hamas e di tutte le altre componenti politiche della Striscia, perché il popolo gazawi ha solo due vie avanti a sé: o accettare l’elemosina a vita e spegnersi lentamente, o riuscire ad essere il volano per tutti i palestinesi superando sia le tante divisioni dei vertici, sia la corruzione come sistema di mantenimento dello status quo.

E Israele? Probabilmente, spiazzato da quella che chiama la nuova strategia di Hamas, Israele sta decidendo il modo migliore per portare avanti il suo obiettivo storico, l’annessione di tutta la Palestina dal Giordano al Mediterraneo, magari provando a utilizzare proprio la nuova strategia non-violenta che si sta affermando a Gaza. Lo vedremo presto. Appuntamento al prossimo venerdì. Nena News

 

OPINIONE. Riflessione dalla Marcia del Ritorno

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