Ovvietà del conflitto arabo-israeliano?

7 settembre 2012

Del conflitto arabo-israeliano ne abbiamo scritto tanto: noi come moltissimi altri. Dei massacri, delle  violenze, dei soprusi, della tragicità di un lunghissimo, snervante e drammatico conflitto. Eppure la sentenza Corrie ha destato scalpore.

di Marco Di Donato

Attivisti, giornalisti, studiosi, ricercatori, professori, semplici appassionati della materia, un’enorme varietà di soggetti, così come centinaia di libri e migliaia di articoli: tutti sanno qualcosa del conflitto fra israeliani e palestinesi, tutti hanno un’idea di dove si trova Gerusalemme o Gaza e tutti hanno sentito l’espressione “processo di pace” almeno una volta negli ultimi venti anni.

Abbiamo capito il significato del termine “martirio”, abbiamo scoperto che esistono milioni di palestinesi profughi nei vari paesi arabi, abbiamo visto le immagini dei bombardamenti dell’esercito israeliano e i corpi straziati dei civili dopo un attentato per le strade di Tel Aviv.

Sono morti certamente molti uomini, spesse volte anche anziani, bambini, madri. E donne come Rachel Corrie.

La notizia del verdetto della corte israeliana è arrivato alcuni giorni fa scatenenando, la sorpresa e l’indignazione di molta parte dell’opinione pubblica mondiale.

Diversi i giornalisti che hanno parlato di “sentenza vergognosa” e di “verdetto assurdo”, denotando, a parte un comprensibile sentimento di rabbia ed indignazione, sorpresa e sbigottimento dinanzi ad una decisione che tuttavia non ha nulla di sorprendente.

Se ci si sorprende dinanzi ad una sentenza del genere allora non si è compresa fino in fondo la drammaticità dei fatti di cui stiamo scrivendo e parlando o forse non se ne conoscono a fondo la storia e la natura.

La morte di Corrie, la drammatica morte di una giovane ragazza americana schiacciata da una macchina pesante diverse tonnellate, non è diversa dalle tante altre che negli anni hanno riempito la storia di questo conflitto.

Quello di Corrie è stato definito “uno spiacevole incidente” dalla corte israeliana, come del resto tanti altri accaduti in questi ultimi decenni.

È come scrivere della drammaticità della fame nel mondo e poi rimanere sbigottiti al primo crampo allo stomaco che ci prende se non si mangia per un giorno. È come sapere della povertà di un campo profughi e poi storcere stupiti il naso dinanzi ai cumuli di spazzatura o agli scarafaggi che infestano le baracche.

È come se ci si dimenticasse che uno Stato sta occupando illegalmente dei territori e che difficilmente giudica copevoli i propri soldati. 

Non è soltanto una questione legata ad Israele: basti pensare all’Iraq, all’Afghanistan, a quello che è accaduto in Kashmir e così via.

La morte di innocenti, con o senza passaporto americano, è da sempre, putroppo, la naturale conseguenza di uno stato di guerra. Muoiono certamente i soldati, ma molto più spesso i civili. Basta guardare alla vicina Siria per trovarne conferma.

La morte di civili è la naturale conseguenza di uno stato di guerra che ci illudiamo non esista in Israele o Palestina, solo perchè non è in atto un’Intifada o una nuova operazione Piombo Fuso.

L’altro giorno ho provato a chiamare a Gaza per parlare con una mia fonte locale, ma non ho ricevuto nessuna risposta. Dopo due giorni ho saputo che alcune aree della Striscia erano state bombardate.

Noi non siamo abituati a temere che nostro figlio possa non tornare da scuola perché finito sotto il fuoco incrociato di miliziani palestinesi e soldati israeliani o schiacciato da una scavatrice.

Se ci soprendiamo neghiamo la realtà dei fatti. Se ci sorprendiamo dinanzi alla sentenza Corrie vuol dire che ignoriamo una lunga storia di ingiustizia. 

Ignoriamo il contesto storico in cui quel drammatico evento si compì: la seconda Intifada, uno dei periodi più sanguinosi dell’intero conflitto arabo-israeliano.

Lo sanno bene quei giornalisti che sono passati attraverso i checkpoint, gli attivisti che guardano per la prima volta il Muro, ma anche quegli israeliani che per anni hanno evitato gli autobus e che hano vissuto nel terrore del sospetto ogni volta che hanno visto un arabo in un mercato.

La morte di Rachel si inserisce nella logica di un conflitto che macina carne umana da un tempo ormai immemorabile.

 

http://www.osservatorioiraq.it/ovviet%C3%A0-del-conflitto-arabo-israeliano

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