PADRE PAOLO, DETTO ABU

Lettera a padre Paolo Dall’Oglio, detto Abu, da chi era convinto, come ogni volta, di trovarlo al suo posto. A praticare il dialogo

di Tytty Cherasien, dalla Siria. Nata a Tel Aviv da una coppia mista, cresciuta tra Israele e Palestina, faccio la psico pedagogista e sono una Cooperante Internazionale da una vita.

Ciao Abu, Dovrei scriverti come decine di altre volte per raccontarti com’è questo ennesimo viaggio, stavolta però lo faccio con il cuore pesante, lo stesso cuore dolorante con cui sono partita qualche giorno fa perché non sappiamo dove sei e con chi sei, soprattutto se, sei in pericolo.

Ecco, questa è la peggiore delle ipotesi a cui voglio pensare, gruppi di fanatici deliranti e insorti, dei citizen journalist che per inesperienza o a volte non per caso, combinano pasticci grossi o peggio “giornalisti” veri o presunti tali a cui si attiva la salivazione quando sentono, anche se lontano l’odore del sangue e della carogna da prima pagina.

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Per ora Abu, sei nelle pagine dei giornalisti amici, quelli che ti vogliono bene e che cercano forse, anche loro, un poco di conforto,nello scrivere parole infilate nel frullatore mentale per farne uscire molto di personale che condisce qualcosa che, arriva al cuore. La sera in cui sei “sparito” ero a cena con una nostra comune amica e ti abbiamo preso un po’ in giro per buona parte della serata, per ogni volta o quasi che devo partire e tu mi dici NO, tanto lo sai che parto lo stesso.

Questa volta non ti avevo detto della partenza, volevo farti la sorpresa di dirti” Abu, sono qui!” – l’ho fatto lo stesso, quello stupido messaggio l’ho mandato lo stesso fregandomene delle eventuali tutele, speravo, immaginavo, sognavo che rispondessi, anche solo “ok ma sono incasinato” poteva voler dire che lo avevi letto, che stavi bene, che avevi accesso alla libertà delle tue cose.. Quel messaggio è rimasto li, insieme ai tuoi tanti altri, che tanto mi facevano ridere, quando terminavi con uno slang da tardo adolescente tipo TVB.

Una volta parlando di te ad una serata organizzata per parlare di Siria ho scandalizzato una nonna che stravolta mi guarda e mi dice ” Come è grande fa quasi paura” ovviamente non potevo farmi sfuggire l’occasione e le ho risposto “Naaa è a metà tra Gesù Cristo e Babbo Natale” L’espressione della signora era buffa, ma del resto Abu, anche tu sei buffo e ne avresti riso con me, non ricordo se te l’ho mai raccontata.

Beh , la leggerai qui presto. Sai Abu, il nostro ultimo incontro un poco lo temevo, ero partita senza la tua benedizione e non mi sentivo tanto a posto, quando ti ho visto, seduto a terra con i bambini e mi sei venuto ad abbracciare parlando quel yiddish siriano che conosci solo tu e mi hai piantato il bacio in fronte con cui chiudi tutte le nostre mail, ho sorriso e mi sono sentita un poco sciocca perché mai valeva la pena tacerti dei pezzi, si perché quando dico che sei buffo penso al fatto che sei un gesuita, che si chiama mussulmano, padre spirituale di un’ebrea che a volte non sa più cos’è.

Fatico Abu, fatico senza di te e non solo io, abbiamo bisogno di conforto per restituirlo, a queste madri, a questi ragazzi con gli occhi spenti, noi qui contiamo il giusto, a volte ci chiedono e ci chiediamo se dobbiamo stare qui, non siamo politicanti che risolvono a tavolino questo conflitto, siamo qui a sporcarci le mani per questo popolo tanto amato cercando di ri-costruire con loro i pezzi crollati, esterni ma soprattutto quelli interni.

Abuna vuol dire papà, tu sei il papà di questa tua Syria massacrata rimasta sola, senza il tuo conforto.

Torna presto Abu,

firmato Tytty, Amr, Emrah, Amir,Nouri Ali – Un’israelita, due siriani,un turco e due palestinesi –

Dalla tua amata Syria con amore

http://www.qcodemag.it/2013/08/07/padre-paolo-detto-abu/

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