PADRE PAOLO E L’ ASSURDITÀ DELLA GUERRA

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“Quando c’è la guerra nessuno ha più fiducia nell’altro”. La notizia arriva quando siamo seduti attorno al tavolo, nella rilassante corte araba della guesthouse, a chiacchierare del più e del meno. Padre Paolo dall’Oglio rapito in Siria. A Raqqa, da un gruppo di islamisti. Notizie frammentarie lette dai giornali. La fonte: un articolo della Reuters. Ancora nessuna conferma ufficiale.

Suor Barbara è visibilmente provata, scossa da una simile notizia. “Mi ha chiamato una settimana fa, era a Gaziantep e mi ha detto che voleva entrare in Siria. Eravamo, siamo molto amici”. Lei lo conosce bene padre Paolo. “E’ sempre stato un promotore del dialogo, a fianco dei rivoluzionari. Non riesco a capire il perchè di un gesto simile”.

Rapimenti. E’ una parola che sento molto in questi giorni. Sembra che negli ultimi tempi ce ne siano stati tanti in Siria, molti di più di quelli denunciati dai media. Operatori di organizzazioni non governative, giornalisti, religiosi. Soprattutto estorsioni per denaro.

Tra noi cala il silenzio, la nostra mente si rifugia nei ricordi di quel monastero incastonato tra gli aridi monti della Siria, non troppo lontano da Damasco, dove padre dall’Oglio nel 1992 aveva fondato una comunità spirituale ecumenica mista volta a promuovere il dialogo tra islam e cristianesimo. Mi torna alla mente la mia piccola celletta buia e silenziosa dove avevo vissuto per una settimana, le mie passeggiate sui monti, il tentativo di mungere le capre, i volti e le storie conosciute, il formaggio fresco e saporito che ci veniva servito a colazione, le deliziose marmellate di albicocche, la pace e la tranquillità che quel monastero riusciva a trasmettere.

Padre Paolo l’avevo visto di sfuggita, ci avevo scambiato solo due parole mentre stava accogliendo un gruppo di pellegrini tedeschi in visita. Di sicuro una personalità forte, per alcuni versi contraddittoria, che dal 2012 aveva preso una chiara posizione contro il regime di Bashar al-Asad e che per questo era stato costretto ad abbandonare il monastero. Un siriano, come amava definirsi, a favore della vendita delle armi ai ribelli , dalla parte dei rivoluzionari, di coloro che stanno combattendo contro Bashar. Era tornato più volte in Siria, entrando dal nord, consapevole dei rischi e di tutto quello a cui andava incontro. Ma la Siria era la sua terra, e non poteva abbandonarla.

“E noi siamo qui a cinquanta chilometri dal confine e non sentiamo la guerra”. Ha ragione il signore tedesco vicino a me di cui non conosco nemmeno il nome. E’ questa l’assurdità della guerra, dei confini. Al di là della frontiera si combatte. Ci sono massacri, uccisioni barbare e brutali, gente che tenta di scappare, che si ripara dentro scuole, stazioni ferroviarie, edifici abbandonati. Persone che han perduto figli, mogli, mariti, che cercano di uscire da quell’inferno, di salvarsi, di sopravvivere. Uomini e donne che per tutta la vita non riusciranno più a dormire sonni tranquilli. E c’è chi combatte, da una parte e dall’altra, chi uccide per conquistarsi un metro di terreno, una piccola striscia di territorio. Chi la guerra lo ha imbruttito, disumanizzato, trasformato in una bestia capace solo di uccidere.

E noi ad Antakya, a meno di 50 chilometri dalla Siria, all’ombra di un gelsomino, sediamo intorno ad un tavolo a chiacchierare, senza renderci conto di nulla . E’ anche questa l’assurdità della guerra.

 

http://storiedellaltromondo.wordpress.com/2013/07/30/padre-paolo-e-lassurdita-della-guerra/

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