Padri dietro le sbarre

14 novembre 2013

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Una manifestazione a Gerusalemme per chiedere la liberazione dei detenuti palestinesi, il 17 aprile 2013. (Ammar Awad, Reuters/Contrasto)

Suhad Abu Fiad, 33 anni, si toglie l’ampia veste nera, si sdraia sul lettino dell’ecografo e comincia ad ascoltare il battito del cuore del suo prossimo figlio. Sembra una scena di routine, ma la visita avviene in una clinica di Nablus, in Cisgiordania, e Suhad non ha rapporti con suo marito da tre anni.

Samir è in carcere in Israele dal 2009 e non ha beneficiato della recente amnistia che ha portato alla liberazione dei palestinesi detenuti per fatti commessi prima del 1993. Quindi Suhad e il marito hanno deciso di trovare un’alternativa. Il loro non è un caso isolato: il primo episodio risale all’agosto del 2012. I parenti dei detenuti riescono a fare uscire dal carcere lo sperma dei prigionieri (in contenitori per lenti a contatto, sacchetti di patatine o pacchetti di caramelle) e, facendolo arrivare in clinica entro 12 ore, fanno eseguire una fecondazione in vitro.

L’intervento, che costerebbe tremila dollari, per le mogli dei detenuti è eseguito gratuitamente. Secondo la clinica di Nablus, nel loro laboratorio ci sono attualmente 65 campioni di sperma e una ventina di donne stanno portando avanti una gravidanza.

http://www.internazionale.it/news/medio-oriente/2013/11/14/padri-dietro-le-sbarre/

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