Palestina 2011. E se fossimo al punto di rottura? di Jeff Halper

Nel lottare come ho fatto nei decenni passati per cogliere la dinamica del conflitto israelo-palestinese e per trovare il modo di uscire da questo conflitto interminabile e del tutto inutile, sono stato per due terzi coronato dal successo. Dopo molti anni di attivismo e di analisi, credo di aver messo il dito nel primo terzo dell’equazione: qual è il problema? La mia risposta, che ha resistito alla prova del tempo e oggi è così evidente è paurosamente semplice: tutti i governi israeliani sono fermamente decisi a mantenere il controllo completo della Palestina/Israele dal Mediterraneo al fiume Giordano, stroncando qualsiasi soluzione giusta e praticabile che si basi sulle richieste palestinesi di auto-determinazione. Non ci sarà alcun accordo negoziato, punto.
La seconda parte dell’equazione – come può essere risolto il conflitto? – può ottenere anch’essa una facile risposta. Non voglio entrare nel dilemma uno stato / due stati per decidere quale sia la migliore opzione. In determinate circostanze entrambe potrebbero funzionare, e non posso non pensare che almeno altre tre o quattro opzioni potrebbero essere anch’esse valide, compresa quella che preferisco: una confederazione economica del Medio Oriente. Il gruppo palestinese di esperti di Passia ha pubblicato una raccolta di soluzioni proposte alcuni anni or sono. Quel che voglio dire è che non è difficile individuare gli elementi essenziali di ogni soluzione. In breve, essi sono:
– una pace giusta, praticabile e duratura deve essere comprensiva per entrambi i popoli che vivono in Palestina/Israele;
– qualsiasi soluzione deve prevedere una espressione nazionale per ciascun popolo, non soltanto una formula democratica basata sulla formula una persona – 
un voto;
– è necessario fornire vitalità economica a entrambe le parti;
– nessuna soluzione che non sia basata sui diritti umani, sul diritto internazionale e sulle risoluzioni delle Nazioni Unite, potrà funzionare.
– la questione dei profughi, che si basa sul diritto al ritorno, deve essere affrontata lealmente.
– una pace praticabile deve essere di portata regionale; non può essere limitata solo a Israele/Palestina;
– una pace giusta deve affrontare i problemi di sicurezza di tutte le parti ed i paesi della regione.

Vorrei far presente che questi sette elementi devono configurare ogni giusta soluzione. Se questi sono tutti presenti, una soluzione del conflitto potrebbe assumere forme diverse. Se, tuttavia, anche uno solo viene a mancare, nessuna soluzione funzionerà, non importa quanto possa apparire buona sulla carta.
Così resta la terza parte dell’equazione, la più difficile: come ci arriviamo? Ci troviamo nel vicolo cieco di un “processo” morto. Israele non porrà mai fine all’occupazione di sua spontanea volontà; il meglio che può accettare è l’apartheid, ma lo stoccaggio effettivo dei palestinesi è più di ciò che ha in mente. Data la estensione dei “fatti sul terreno” che Israele ha imposto ai Territori Occupati, la comunità internazionale non eserciterà su Israele una pressione sufficientemente necessaria per realizzare almeno la soluzione a due-stati (che lascia Israele sul 78% dei territori della Palestina storica, senza il diritto al ritorno per i profughi); dato il potere di veto su qualsiasi processo politico di cui gode il Congresso americano, bloccato in una posizione incrollabilmente bi-partisan “ a favore di Israele”, la comunità internazionale non può esercitare la pressione che occorrerebbe. E i palestinesi, divisi all’interno e con una dirigenza debole, non sono in grado di esercitare alcuna influenza. Anzi non partecipano neppure al gioco. Nei termini di un qualsiasi “processo di pace” razionale, lineare, a direzione governativa, siamo arrivati alla fine della strada.

Eppure sono ottimista che il 2011 sarà testimone di un “lancio” che cambierà il gioco che creerà una nuova serie di circostanze in cui una pace giusta sia possibile. Una tale scossa che spacca l’attuale archetipo a vicolo cieco deve provenire dal di fuori del presente “processo”. Essa può assumere una delle due forme. Il primo possibile cambio di gioco è già in discussione: una dichiarazione unilaterale da parte dell’Autorità Palestinese di uno stato basato sulle linee armistiziali del 1949 (la “Linea Verde” del 1967), con la successiva richiesta di associazione alle Nazioni Unite. A mio avviso, questo sarebbe forzare la mano alla comunità internazionale. La maggior parte dei paesi del mondo riconoscerebbe uno stato palestinese – compresi non pochi in Europa – ponendo gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Germania ed altre potenze riluttanti in una situazione difficile se non impossibile, che comprende l’isolamento e persino la perdita di importanza. Infatti, una dichiarazione palestinese di indipendenza all’interno di quei confini non sarebbe un atto unilaterale ma piuttosto un atto compiuto in accordo con gli stati membri delle Nazioni Unite, che hanno accettato i confini del 1949/1967 come base di una soluzione. Esso è pure conforme all’iniziativa della Road Map portata avanti dagli stessi Stati Uniti.
Un tale scenario, mentre appare ancora possibile data la situazione di stallo dei negoziati, è improbabile, se non altro perché la dirigenza dell’Autorità Palestinese non ha il coraggio di intraprendere un’iniziativa così coraggiosa. Una seconda sembra più probabile: nel 2011, l’Autorità Palestinese rassegnerà le dimissioni o crollerà, rigettando l’occupazione nel grembo di Israele. Data la situazione di stallo nei negoziati, non riesco a immaginare l’Autorità Palestinese reggere fino ad Agosto, quando (quella specie di) primo ministro Salam Fayyad si aspetta che sia la comunità internazionale a dare uno stato ai palestinesi. Anche se il “congelamento” della colonizzazione della durata di 90 giorni diventasse veramente effettivo, Netanyahu in questo periodo non negozierà i confini, l’unica questione per la quale vale discutere. O che sia abbastanza stufo fino al punto di dimettersi – Abbas può essere debole e malleabile, ma non è un collaboratore – o che abbia perso così tanta credibilità nei confronti del suo stesso popolo da crollare semplicemente, la caduta dell’Autorità Palestinese porrebbe fine definitivamente all’attuale “processo”.
La fine o la caduta dell’Autorità Palestinese creerebbe una situazione intollerabile e insostenibile. Israele sarebbe costretto a riprendere con la forza tutti i Territori Occupati, e incapace di permettere che Hamas si faccia avanti nel vuoto [di potere], dovrebbe farlo con violenza, magari invadendo di nuovo Gaza e assumendo il controllo in modo permanente. Dovendo sostenere quattro milioni di palestinesi impoveriti senza alcuna infrastruttura economica di sorta, sarebbe un onere impossibile (e, si spera, la “comunità dei donatori” non consentirebbe la rioccupazione intervenendo per evitare una “crisi umanitaria”, come fa oggi). Tale mossa da parte di Israele infiammerebbe pure il mondo musulmano e genererebbe proteste di massa in tutto il mondo, forzando, ancora una volta, la mano della comunità internazionale.

Se si guarda in questo modo, i palestinesi hanno un movente di enorme peso. Fino a quando – il popolo palestinese nel suo complesso, non l’Autorità Palestinese – non dice che il conflitto è finito, esso non è finito. Israele e i suoi allievi di una volta hanno la capacità di rendere la vita quasi insopportabile per i palestinesi, ma non possono imporre l’apartheid o lo stoccaggio. Noi, i milioni di sostenitori della lotta dei palestinesi in tutto il mondo, non la abbandoneremo finché i palestinesi daranno il segnale che sono arrivati a un’intesa con la quale possano convivere. Fino ad allora, il conflitto resterà aperto e dirompente a livello globale.

Se uno qualsiasi di questi scenari si realizza e dalla violenza e dal caos che ne conseguiranno nascono nuove possibilità di pace, la vera domanda è: dove saremo noi, le persone che sostengono una pace giusta, comprensiva, praticabile e sostenibile? Sfortunatamente, qui in Israele/Palestina non è in discussione ciò che potrebbe accadere il prossimo anno. Non solo noi, che facciamo parte dei movimenti palestinesi e israeliani per la pace, non siamo in grado di dare un’adeguata direzione e leadership ai nostri alleati della società civile all’estero, noi tendiamo a perseguire “la politica come al solito” disconnessa dai processi politici che ci circondano, più emozionale che portata all’attività progettualmente efficace. Nonostante la sua importanza cruciale per la lotta palestinese, ad esempio, la campagna BDS prosegue e accumula forza, ma non è accompagnata da campagne mirate, tempestive e destinate a cogliere un momento politico. Quando la flottiglia di Gaza venne attaccata e Israele vacillò per la condanna internazionale, gli attivisti palestinesi, israeliani e da tutte le parti del mondo – compresa Palestina/Israele – avrebbero dovuto entrare in azione di forza. Parlamentari simpatizzanti (e membri del Congresso) di tutto il mondo avrebbero dovuto essere indotti a presentare progetti di legge nei quali si affermasse che, se entro un anno l’occupazione non fosse finita, i loro governi avrebbero cessato di fornire a Israele sostegno militare e trattamento preferenziale. Avrebbero potuto non riuscire, ma provate solo a immaginare il dibattito pubblico che ne sarebbe scaturito in quel momento. Invece il momento politico è sfumato.

Oggi, siamo al vertice di un altro momento di questo tipo, e abbiamo ancora tempo – anche se non molto – per organizzare. Attivisti e gruppi della società civile all’estero dovrebbero chiedere ai loro omologhi palestinesi e israeliani una valutazione del momento politico e suggerimenti su che cosa fare nel caso di un collasso dell’Autorità Palestinese unito a quello del “processo di pace”. Si dovrebbe pensare a come trasformare la campagna BDS e le infrastrutture della resistenza, da uno strumento poco utile ad uno uno capace di svolgere una resistenza più incisiva – di mobilitare le chiese, i sindacati e le università e di attirare, ad esempio, politici simpatizzanti per agire quando verrà il momento. In assenza di un’organizzazione sul tipo dell’ANC che ci diriga, abbiamo un lavoro molto più difficile nel campo del comunicare e del coordinare le nostre azioni. Ma stiamo in contatto l’uno con l’altro. Il momento politico che incombe a poche settimane o mesi a venire richiede la nostra attenzione.

La vita nei Territori Occupati sta per divenire sempre più difficile ma, credo, che forse stiamo avvicinandoci finalmente al punto di rottura. Se questo è il caso, dobbiamo essere lì per i palestinesi su tutti i fronti: per proteggerli, per svolgere il nostro ruolo nel premere per rendere l’occupazione insostenibile, per opporsi alla ri-occupazione, per agire come cani da guardia nei confronti dei “processi” politici che minacciano di imporre l’apartheid nelle vesti di una soluzione a due-stati e, infine, per garantire che emerga una pace giusta e duratura. Dati i fiacchi tentativi falliti da parte dei governi andati incontro al collasso, noi dobbiamo portare avanti il lavoro lasciato a metà. Il 2011 è alle porte.
(tradotto da Mariano Mingarelli, Associazione di Amicizia Italo-Palestinese, 5 Dicembre 2010)

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