Palestina: (3 storie di normale quotidianità nelle South Hebron Hills )

L’autista pazzo

Lunedì 07 Gennaio 2013 11:27  Palestina/Israele

Sono le 6.00 quando usciamo.
Sveglia-caffè-zaino-scarpe in automatico.
Fuori dalla porta ci aspetta H, l’uomo che si è inventato la resistenza qua, in questa terra di ulivi e sassi, di spiritualità e morte.
A fianco a lui, sigaretta accesa e dopo un bagno nel dopobarba, l’autista. Sembra proprio si sia tirato per la giornata: cintura di cuoio, polo nera, scarpe lucide, capelli in ordine appena rasati. Mandibola serrata pronto per un’uscita domenicale o per sparare qualcuno fuori dalla moschea. Nella sua figura c’è qualcosa che infonde tutto, tranne che tranquillità, il suo sguardo. Nei suoi occhi ogni volta che si muovono, si alternano velocemente la tempra del “duro” e il luccichio folle di chi non ha tutte le rotelle al posto giusto. un mix, che vista anche l’ora, è tutt’altro che rassicurante.
E se devo dirla tutta, neanche la macchina promette granché bene: una vecchia subaru distrutta, che cigola pietà appena saliamo.
Vabbè, oggi va così.
Quello che dobbiamo fare: inoltrarci nell’area chiamata “Firing Zone”, destinata alle esercitazioni del 2° esercito meglio equipaggiato al mondo, quello israeliano. Secondo fonti attendibili (Chomsky) ai militari della stella di Davide è considerato l’onore (o l’onere) di collaudare tutte le nuove tecnologie balistiche che la grande macchina bellica americana mette sul mercato. In quest’area ci sono piccoli villaggi sedentari, fatti di grotte e tende, che hanno ricevuto il fatidico “demolition order”.
Il nostro obiettivo è prendere contatti, far sapere ai capifamiglia che ci siamo e siamo in grado di mobilitarci, nel caso decidano di resistere. Creare la rete. Dare la speranza di una possibilità: resistere a uno degli eserciti più potenti al mondo.
Farlo senz’armi.

Forse, penso mentre ci addentriamo nella zona proibita, lo sguardo pazzo dell’autista non è tanto diverso dal nostro di pazzi “ajaneb” italiani.
Mi ritrovo a riconsiderare A. : con una maestria non da poco si inoltra tra dune e sassi, su percorsi non tracciati in cui tutto sembra ugualmente ripetersi all’infinito. Probabilmente, in mano di un altro la macchina si sarebbe distrutta dopo 100 metri: A. la accompagna con fare sapiente, attutendo gli urti, assecondando buche e wadi. Il problema è che ogni tanto si gira, con fare divertito a dare un occhio a noi passeggeri, per vedere se vomitiamo. Si gira e immancabilmente prende una buca.
Mi chiedo quanto può reggere ancora l’auto, ma H. leggendo il mio interrogativo, mi precede e mi spiega che il suo amico, contrabbandiere dalla nascita, ha montato motore nuovo, ammortizzatori rinforzati e gomme speciali. Aggiunge, anche che, se ci fermano, saranno problemi per tutti. Vuole tranquillizzarci. OK!

Arriviamo nei villaggi e ogni tenda, ogni grotta, lo shai zuccherato viene servito abbondantemente 3-4 giri. Parliamo coi capifamiglia, facciamo domande, quanti siete, quante famiglie, quanti animali (pochi), avete acqua corrente (no), avete gas (no), scuola (una, ma è distante e sai, in mezzo al nulla…) cliniche (non qua, in città) …elettricità? Inshallah.
Mentre gli altri fanno l’intervista, chiedo sempre ad un ragazzo di accompagnarmi a fare un giro per quei pochi metri quadrati che sono il villaggio. Per fare foto, per completare la documentazione delle strutture: qualche generatore, qualche pannello, il pozzo, l’ovile, la stalla. Tra tutti, F., che tra il divertito e l’onorato di avere un ospite che viene da un altro pianeta, con grande orgoglio mi mostra il tesoro di famiglia: un cavallo magro stecchito e cieco, nascosto in una grotta. Il cavallo mi guarda immobile e muto.
A ogni villaggio fotografo il mio accompagnatore. Prima con me, e poi dove vuole lui. Finiamo il nostro giro e abbiamo tra le mani un censimento di storie famigliari, di persone insultate, minacciate, perseguitate, ferite con ferocia e codardia e che presto verranno deportate, con la sola colpa di abitare nella zona in cui verrà addestrato l’esercito dello Stato di Israele.
Dove ora le pecore pascolano quell’erba secca che cresce tra i sassi e la sabbia, per poi fare il latte per il formaggio, con cui questa gente sopravvive, tra non molto verranno lanciate bombe sempre più nuove e letali e dannose, per vedere se funzionano.
Se andranno bene, saranno usate sugli uomini.
Misera gente sarà deportata, verrà privata della propria terra per dare spazio ad un esercito di occupazione, e verranno magari chiamati terroristi. O kamikaze.

Loro sono quelli che di sicuro non verranno chiamati “ribelli”, perché non hanno le potenze occidentali dalla loro parte: le potenze occidentali, amiche di Israele, sono contro di loro e non c’è tornaconto ad aiutare questi pastori a resistere e difendere la propria casa, i propri figli, le donne e le greggi.
Misera gente che sa già quale può essere il più probabile dei futuri che li attende.

Riguardo le foto dei ragazzi e mi accorgo di un particolare. La posa dei giovani pastori, quella scelta da loro è sempre la stessa: a fianco del gregge, bastone da lavoro in mano. Petto in fuori, schiena dritta, sguardo deciso. Figure fuori dal tempo.
Hanno deciso di resistere a uno degli eserciti più potenti e arroganti al mondo.

Che la strada sia in salita, polverosa, e piena di sassi. E che dopo ogni curva ci sia un fiore

 

http://www.operazionecolomba.it/palestina-israele/1457-lautista-pazzo.html

 

 

Storie di uomini, donne e capre

 

Lunedì 07 Gennaio 2013 11:32 Palestina/Israele

Arriviamo in un villaggio sperduto in mezzo alle immense distese di terra semi-desertiche del nulla. Il nulla che diventa tutto: vita, sopravvivenza, quotidiano scorrere lento di gioie e dolori. Halaweh è un piccolissimo villaggio palestinese al confine con Israele, quasi a ridosso della linea verde.
Poche case, alcune grotte e un paio di tende, donne, uomini, bambini e tante pecore e capre.

Semplicità, umiltà e dignità nella povertà isolata di un luogo sospeso nel vuoto.
Siamo lì perché alcuni soldati israeliani hanno fermato due pastori, sequestrato i loro telefoni, picchiato uno di loro e minacciato di uccidere il gregge se fossero tornati a pascolare nelle proprie terre, in quegli stessi campi che presto saranno sotto ordine di evacuazione a causa di una decisione dell’alta Corte di Giustizia Israeliana che l’ha dichiarata zona di esercitazione militare.
Al nostro arrivo ci accoglie un ragazzo con due stampelle in mano. Si trascina a fatica appoggiandosi su un solo piede, strisciando l’altro sulla terra arida, muovendo a fatica un braccio dopo l’altro.
Un sorriso sul volto ci lascia intendere che siamo i benvenuti. Subito dopo una donna, sua moglie, ci saluta calorosamente con un bambino in braccio.
Ci accomodiamo sotto una tenda molto grande, ma evidentemente povera, su materassi sudici e strappati che evidenziano le difficoltà che aggravano la già pesante occupazione militare.
Una tazza di tè aromatizzata allo Zatar, un po’ di frutta fresca e qualche domanda curiosa sugli ajaneb, gli stranieri che vengono da un luogo culturalmente così lontano a vivere un conflitto che non è il loro.
Ci dicono che dobbiamo aspettare il pastore che è uscito con il gregge per poter fare l’intervista e capire cosa sia successo. La donna si siede a terra, lavora una strana pasta bianca immersa in un liquido biancastro. Vedendo i nostri sguardi incuriositi capisce che non sappiamo cosa stia facendo: ci spiega allora che sta lavorando il leban, un buonissimo formaggio di capra, dal sapore pungente e deciso. Poco dopo arriva il padre del ragazzo che ci ha accolto.
L’uomo è  l’esatta raffigurazione dello stereotipo palestinese: baffoni brizzolati, pelle scura, Kefiah in testa e sigarette artigianali costantemente in mano, quasi a misurare e scandire lo scorrere lento del tempo. E’ un uomo pacato, quasi rituale in ogni gesto, affettuoso con il nipotino e simpatico con gli ajaneb, nonostante siano tutte donne. Ci spiega qualcosa sull’accaduto, ma ribadisce che dobbiamo aspettare i pastori di ritorno dal pascolo.
I due arrivano poco dopo. Uno di loro, quello a cui facciamo l’intervista, è evidentemente scosso. Parla convulsamente e spiega di essere stanco. E’ lui che hanno picchiato e che, insieme all’altro pastore, ha subito le minacce dell’esercito e del suo strapotere.
Di nuovo, per l’ennesima volta. Ci spiegano che ogni tanto hanno bisogno di staccare, di allontanarsi da quella terra che amano, ma così difficile da vivere. Non possono guidare nei loro campi, la città più vicina è a molti chilometri di distanza, il pozzo più vicino è in un villaggio a mezz’ora di macchina, le loro terre aride e povere di frutti sono al confine con Israele.
Ogni tanto allora vanno in città, dove hanno una seconda casa per respirare senza paura. Non abbandonano le loro terre, anche se potrebbero andare a vivere in città; rimangono nelle lande aride del sud, dove il vivere diventa essenza, arte, mestiere.
Per alcuni potrebbero sembrare pazzi masochisti o testardi disturbatori del quieto vivere israeliano. Molti pensano ‘perché non se ne vanno?’, ma questa non sarebbe una soluzione.
Scappare dai problemi significa dimenticare di averli, non risolverli. Andar via significherebbe perdere le loro terre, regalarle alla potenza egemone che occupa le loro esistenze, arrendersi alla legge del più forte, senza lottare, senza reagire. Invece loro affrontano le difficoltà a testa alta e con il sorriso sul volto. La loro fierezza si veste di dignità e orgoglio. La prima vittoria è la capacità di non arrendersi.
Ce ne andiamo salutando i palestinesi e addormentandoci in macchina sulla via del ritorno sogniamo un mondo migliore.

 

http://www.operazionecolomba.it/palestina-israele/1456-storie-di-uomini-donne-e-capre.html

 

 

Vite sotto ordine di demolizione

 

Lunedì 07 Gennaio 2013 11:51 Palestina/Israele

“Il deserto era la loro casa, aperta, illimitata”. (M.Mazzantini, Mare al mattino)

“Firing Zone” sembrava qualcosa di talmente lontano, di talmente altro dalla nostra vita a Tuwani quando d’improvviso è diventato un argomento preponderante, tema di incontri, motivo di studio e di rete con altre organizzazioni, motivo di preoccupazione dopo i primi avvenimenti spiacevoli a inizio novembre. Come ogni volta, le Colombe spaziano per questi cieli ma sanno tenere i piedi per terra, si rimettono ai palestinesi, e partono per conoscere chi sono questi sette villaggi. Si parte a piedi da Tuwani, e si scopre presto che le distanze non sono poi così esagerate, poco meno di un’ ora più in là finiscono le strade ormai di casa, e d’improvviso, scavalcata una collina, un deserto ti si apre davanti. Riconosci villaggetti sparpagliati qua e là, nuove colline polverose, colonie e avamposti dai nomi noti in lontananza e davanti a noi, laggiù in fondo, il confine. Quel confine che non si vede, qui non c’è nessun muro a contrassegnarlo, solo impronte di ruote sulla terra che quotidianamente vogliono varcarlo con macchine piene di lavoratori che spesso vanno incontro a nuovi abusi. E la città israeliana di Arad così nitida all’orizzonte. Da nessun altro posto a noi quotidiano si vede effettivamente Israele.
La strada continua e porta finalmente in mezzo alla vita, quella vita piena che ci ricorda costantemente il senso del nostro andare quotidiano. Ci porta ad Al Fakheit dove una nonna e le sue tre nipotine ci danno subito un benvenuto che porta un clima casalingo; ci porta a Mirkez e Jinba che vivono sotto gli occhi di una base militare e non si trattengono dal raccontare le loro storie; ci porta ad Halaweh dove il numero di pecore supera probabilmente quello degli abitanti; a Tabban dove fanno a gara per trattenerci per pranzo o per cena; ad Al Majaz sul cucuzzolo di una collina che brulica di una banda di marmocchi che sembrano padroni del mondo da lassù; ed infine ci porta a Isfey che con la sua turbina eolica ci ricorda che stiamo già rientrando in territori familiari.
Un agglomerato di vite fra le colline di un deserto terroso. Pienezza per noi che abbiamo il privilegio di condividerle, miseria insignificante per chi vuole demolirle.
Perchè come al solito parliamo di demolire vite non case; case in effetti non sono, al massimo tende e qualche grotta.
Per ora questo è quello che possiamo e sappiamo fare, vivere con queste persone in questi villaggi; con una colonna sonora di fuochi nemici, perchè i fuochi di guerra son sempre nemici, e chiedendoci se riusciremo a portare alla luce queste vite invisibili al mondo.

 

http://www.operazionecolomba.it/palestina-israele/1460-vite-sotto-ordine-di-demolizione.html

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