PALESTINA AL VOTO COSI’ FINISCE LA PRESIDENZA DI ABU MAZEN. A decidere saranno i petrodollari del Golfo

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tratto da: https://www.globalist.it/world/2021/01/17/palestina-al-voto-cosi-finisce-la-presidenza-di-abu-mazen-a-decidere-saranno-i-petrodollari-del-golfo-2072361.html

Palestina 2021, un anno elettorale. L’anno che segnerà la fine della presidenza, alquanto incolore come si addice al personaggio, di Mahmoud Abbas.

Abu Mazen

Abu Mazen

Umberto De Giovannangeli 

17 gennaio 2021

Palestina al voto

Nel suo viaggio tra le fazioni in campo, in un percorso politico che resta accidentato, Globalist ha una straordinaria guida: Amira Hass, firma storica di Haaretz, che meglio di chiunque altro giornalista israeliano conosce la complessa realtà palestinese.

Inizia il viaggio.

“Il decreto del presidente palestinese Mahmoud Abbas che annuncia le elezioni parlamentari e presidenziali per l’Autorità palestinese in maggio e luglio, rispettivamente 14 e 15 anni dopo le precedenti, che avrebbero dovuto essere entrambe di quattro anni, è stato accolto con favore  da tutto l’arco di partiti e movimenti palestinesi.  E per una buona ragione: nonostante la divisione e la segregazione dettate da Israele, le forze politiche palestinesi e gli organismi professionali come la Commissione elettorale centrale palestinese continuano a rivolgersi alla popolazione palestinese della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, come un’unica entità con interessi comuni che devono essere espressi – anche alle urne.

Per anni Hamas e Fatah hanno preferito non tenere un’elezione generale, ciascuno per le proprie ragioni, pur dicendo ufficialmente il contrario. I rappresentanti degli Stati donatori hanno nascosto il loro imbarazzo per la paralisi del processo democratico formale del loro protetto, l’Autorità nazionale palestinese, ma i palestinesi non si sono mai riconciliati con la realtà delle non elezioni. In un sondaggio condotto a dicembre, circa il 75 per cento degli intervistati ha affermato che dovrebbero essere tenute. La posizione dell’opinione pubblica palestinese, delle organizzazioni per i diritti umani e dei piccoli partiti politici ha vinto sulla convenienza del perpetuo – e diviso – governo delle due organizzazioni maggioritarie. Anche questo deve essere accolto con favore. Presto, però, le congratulazioni lasceranno il posto ai dubbi. Alcuni dei motivi per cui negli ultimi 10 anni i tentativi di tenere le elezioni sono falliti non sono stati eliminati, e la pandemia di coronavirus ha aggiunto nuovi ostacoli.

La registrazione dei nuovi elettori e la lista dei candidati di ogni partito sarà effettuata elettronicamente, ma il voto sarà fatto di persona, ai seggi elettorali. Se l’infezione, le malattie gravi e i tassi di mortalità non diminuiranno significativamente prima di maggio, la pandemia potrebbe servire come un’altra scusa per rimandare le elezioni, soprattutto se Fatah dovesse scoprire, alla vigilia delle elezioni, di trovarsi di nuovo a subire un duro colpo perché le accuse di corruzione e nepotismo non sono scomparse. Questo, più i voti mancanti che sia Fatah che Abbas ricevono per le loro prestazioni. In quel sondaggio d’opinione di dicembre, condotto dal Palestinian Center for Policy and Survey Research in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, il 66% degli intervistati ha detto che Abbas dovrebbe dimettersi. Quando gli è stato chiesto come avrebbero votato se le elezioni presidenziali si fossero tenute il giorno del sondaggio, il 43 per cento ha detto Abbas e il 50 per cento ha detto che avrebbe votato per Ismail Haniyeh, il capo dell’ala politica di Hamas. Di tutti gli alti funzionari di Fatah, solo Marwan Barghouti, che sta scontando l’ergastolo in una prigione israeliana, potrebbe battere Haniyeh alle urne.

Le divisioni di Fatah

Per poterlo mettere in campo come candidato presidenziale, però, il movimento calcificato di Fatah deve dimostrare la creatività e la flessibilità che ha perso da tempo. Se le elezioni del Consiglio legislativo palestinese si tenessero a maggio, e se Fatah fosse insoddisfatto dei risultati, il movimento escogiterebbe presumibilmente un pretesto per rinviare le elezioni presidenziali, previste per luglio.

I funzionari di Fatah sono talmente scollegati dagli elettori che non possono immaginare la sconfitta. Il sondaggio ha dato a Fatah un leggero vantaggio su Hamas nelle elezioni parlamentari (38% contro il 34%), ma date le controversie e le divisioni all’interno di Fatah, è probabile che prima delle elezioni si formerà almeno un’altra lista di lealisti di Fatah che sono stati tenuti fuori dalle posizioni di potere, come i sostenitori di Mohammed Dahlan e di Barghouti. Sarebbe una sorpresa se Fatah riuscisse a superare, in meno di cinque mesi, tutti i disaccordi e le rivalità interne tra le sue alte cariche – nessuna delle quali è popolare tra i palestinesi – e si candidasse con un unico biglietto comune. (Il 1° maggio è il termine ultimo per la presentazione delle liste). D’altra parte, è molto probabile che gli elettori palestinesi ricordino la lezione del 2006: Quando hanno punito Fatah alle urne, preferendo i candidati di Hamas in un’elezione equa e trasparente, Israele e il mondo hanno punito gli elettori bloccando rispettivamente la consegna delle tasse doganali e delle donazioni. Questo timore costituisce un riconoscimento implicito della corruzione elettorale da parte dei suoi donatori e di Israele (votate per le persone per cui vogliamo che votiate; in caso contrario, le vostre casse statali si svuoteranno).

Un’altra lezione del 2006, quando Israele ha arrestato la maggior parte dei rappresentanti eletti di Hamas in Cisgiordania, influenzerà presumibilmente la composizione delle liste del movimento. E così, in contraddizione con le previsioni dei commentatori israeliani, Hamas non sarà in grado di competere e governare sulle enclavi palestinesi in Cisgiordania, in cui oggi è una forza “presente-assente” a causa delle misure oppressive sia di Israele che dell’Autorità palestinese.

Per Hamas è più importante garantire che la maggioranza dei cittadini di Gaza continui a votare a favore. Data questa situazione, Hamas e Fatah potrebbero dare una nuova definizione all’attuale situazione di divisione e definirla un “governo di emergenza nazionale”, in cui ogni partner mantiene la sua “clientela” e la sua presa sul potere.

La stessa pubblicazione del decreto presidenziale dimostra che le intese che Hamas e Fatah hanno cercato di raggiungere nell’ultimo anno sono state raggiunte – almeno nella loro prima fase – nonostante le previsioni che la ripresa del coordinamento della sicurezza con Israele avrebbe interrotto il processo di riavvicinamento condotto da Jibril Rajoub di Fatah e Saleh al-Arouri di Hamas.

Il decreto è stato emanato cinque giorni dopo che Abbas ha abolito un emendamento del 2007 alla legge elettorale che richiedeva a tutti i candidati di riconoscere l’Olp come unico e legittimo rappresentante del popolo palestinese. Il cambiamento della scorsa settimana è stato introdotto su richiesta di Hamas, che da parte sua ha ritirato la richiesta di tenere le elezioni parlamentari e presidenziali contemporaneamente (posizione sostenuta dalla maggioranza degli elettori palestinesi).

Come specificato nella legge del 2007, le elezioni del Consiglio legislativo palestinese si baseranno su una rappresentanza proporzionale, con liste solo nazionali. Nelle elezioni del 2006 è stato utilizzato un sistema misto, che combina le liste dei partiti a livello nazionale con candidati che rappresentano ciascuno dei 16 distretti elettorali, noti ai loro elettori. Hamas preferisce quest’ultimo metodo, perché i candidati religiosi, ognuno dei quali rappresenta un’area geografica relativamente piccola, ispirano maggiore fiducia tra gli elettori tradizionali rispetto ai candidati considerati laici o “religioso-lite”. Gli emendamenti del 2007 stabiliscono anche quote minime per i candidati donne, specificando che il 26% dei 132 seggi del Parlamento devono essere occupati da donne.

La Commissione elettorale centrale, presieduta da Hanna Nasser (ex presidente dell’Università di Birzeit, espulsa da Israele nel 1974 a causa della sua candidatura pubblica), è in allerta elettorale da un decennio. Una parte importante delle intese raggiunte sulla legge elettorale aggiornata può essere accreditata al ruolo di mediatore della commissione come mediatore tra Hamas e Fatah.

Una delle principali sfide che la commissione e l’intero sistema politico palestinese devono affrontare è la partecipazione dei palestinesi di Gerusalemme Est alle elezioni. In passato, Hamas e Fatah hanno usato la scusa che Israele non ha promesso di permettere lo svolgimento fisico delle elezioni a Gerusalemme Est per rimandare ripetutamente la loro programmazione. Secondo il sondaggio di dicembre, il 56 per cento degli intervistati è favorevole allo svolgimento di elezioni generali anche se non si svolgono a Gerusalemme (il 39 per cento è contrario).

Quanto maggiore è il desiderio di Fatah di tenere le elezioni, tanto più troverà il modo di aggirare l’opposizione di Israele. Ma anche il contrario: quanto più Fatah teme i risultati delle elezioni, tanto più insisterà sull’importanza simbolica di tenerle a Gerusalemme. Il che, vista la posizione di Israele, equivale a non tenerle.

Con tutti i difetti intrinseci dello svolgimento delle elezioni sotto l’occupazione israeliana, è probabile che il processo stesso di svolgimento delle elezioni interessi e porti giovani palestinesi, sia come elettori che come candidati, dando almeno un po’ di nuova vita al vecchio sistema politico palestinese. A una condizione: che Israele non arresti i candidati che parlano della tattica della resistenza popolare all’occupazione e non permetta solo ai membri di Fatah fedeli a Israele di contestare le elezioni”.

Eterodiretti

Qui finisci il viaggio di Amira Hass. Ma le elezioni da lei così sapientemente raccontate,  possono essere anche una copertura di facciata.  Perché le petromonarchie del Golfo hanno sancito un patto d’azione che mira, tra le altre cose, ad una eterodirezione condivisa della “questione palestinese”. Per farlo, c’era bisogno di convergere su un uomo fidato, a Riad come a Doha, ad Abu Dhabi come al Cairo. E alla fine quel nome è stato tirato fuori. E accettato da tutto il fronte arabo sunnita: Mohammed Dahlan. 

Ha la fama di duro Dahlan. Cinquantanove anni, ha guidato la lotta di Fatah contro Hamas a Gaza per poi proporsi come un leader energico capace di cambiare davvero le cose. Ma è anche stato esiliato dalla Cisgiordania con accuse di corruzione quando ha iniziato a opporsi politicamente ad Abu Mazen. Per qualsiasi altro questa avrebbe potuto essere l’inizio della fine politica, ma per Dahlan è invece stato un nuovo inizio: rifugiatosi negli Emirati Arabi Uniti è diventato consigliere del sovrano locale. Come inviato degli Emirati negli ultimi anni ha girato l’Europa e il Medio Oriente, come diplomatico, contribuendo, tra le altre cose, a mediare gli accordi diplomatici tra Egitto ed Etiopia circa il progetto della Renaissance Dam. In passato ha dovuto subire l’emarginazione sulla base di accuse di corruzione; accuse rivoltegli quando Dahlan annunciò di voler correre contro Abbas. Una coincidenza che alla fine ha fatto il gioco dell’emarginato, che l’opinione pubblica palestinese ha visto a quel punto sotto una luce diversa: vale a dire come l’uomo che aveva osato sfidare una nomenclatura inamovibile, sempre più lontana dai problemi, drammatici, della popolazione. Insomma, come i leader “anti-casta”. 

L’investitura di Dahlan va inquadrata all’interno dello scontro che segna l’intero scacchiere mediorientale: quello tra sunniti e sciiti. Il ritorno in Palestina dell’Egitto, il sostegno di Arabia Saudita, Qatar, Eau, a cui si è aggiunta la Giordania, a Dahlan sono anche l’investimento su un leader che sta cercando di riportare Hamas nell’alveo sunnita, strappandolo dalle “braccia” dell’Iran sciita e di Hezbollah libanese. Nonostante l’investitura ricevuta dal fronte arabo-sunnita, la sua strada è tutt’altro che in discesa. Dahlan, infatti, oltre a schivare le imboscate interne, dovrà fare i conti con le mire neo-ottomane della Turchia di Recep Tayyp Erdogan e con l’ala più oltranzista del regime iraniano, quella che ha come punto di riferimento la Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei. Dalla parte di Dahlan e dei suoi sponsor c’è il fatto che né la Turchia né, tanto meno, l’Iran dispongono di quello che oggi serve ai palestinesi per sopravvivere: i dollari. Dollari a palate. Quelli che possono garantire Qatar e Arabia Saudita. Una torta miliardaria, quella della ricostruzione di Gaza e della Cisgiordania, una fetta della quale andrebbe anche all’Egitto di al-Sisi, alle prese con una crisi economica che potrebbe sfociare in rivolta sociale. Quanto a Israele, se, come sembra dai sondaggi, a governare resteranno le destre, e a dare le carte che contano sarà l’eterno Netanyahu, “Bibi” dovrà prendere atto che alla Casa Bianca non c’è più il suo grande amico e sodale Donald Trump, ma un “filoisraeliano” temperato come è Joe Biden. Nella sua lunga vita politica e di governo, Netanyahu ha saputo dar prova di un pragmatico “trasformismo”, e in cambio di una pace ricca con un mondo sunnita pilotato dal Regno Saud di Mbs e di un rinnovato patto di difesa con l’America di Biden, “Bibi” si acconcerà ad accettare anche la nascita di un mini-Stato palestinese.

E stavolta non reggerà la strategia di delegittimazione della controparte adottata dai governanti israeliani, succedutisi dopo la tragica uscita di scena di Yitzhak Rabin. Stavolta a garantire il presidente in pectore sono “padrini” di cui Netanyahu ha bisogno, di cui è costretto a fidarsi. I palestinesi avranno un nuovo presidente, ma a tirare le fila saranno principi ed emiri. Perché loro hanno in mano la cosa che più conta: i cordoni della borsa.

 

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