Palestina, allarme acque reflue

Le colonie israeliane scaricano migliaia di litri di liquami nel fiume Kidron. Una minaccia ambientale, sanitaria ed economica per i villaggi palestinesi dell’area di Betlemme.

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giovedì 9 gennaio 2014 08:41

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di Anna Clementi

Roma, 09 gennaio 2014, Nena News – A occhi poco attenti il piccolo fiume che scorre lungo Wadi An-Nar – una delle valli che separa Betlemme da Ramallah – potrebbe sembrare un normale corso d’acqua. Ma basta fermarsi un attimo a guardare le sue acque nere, che emanano un odore irrespirabile, per rendersi conto che quello che una volta era noto come il fiume Kidron, ora non è altro che un canale di scolo per le acque reflue provenienti dalle colonie israeliane dell’area.

Nel solo governatorato di Betlemme, una delle zone agricole più rigogliose e fertili della Cisgiordania, da molti considerata come il paniere dell’intera Palestina, si contano ben 23 insediamenti israeliani.“Ovunque guardi, vedo una colonia. A destra, a sinistra, davanti a me. Siamo circondati”, racconta Ahmed Najajreh, nato e cresciuto a Nahalin, un villaggio che sorge pochi chilometri a sud ovest della città di Betlemme. “Uno dei principali problemi dell’area sono le acque di scolo provenienti da Betar Illit, che inquinano i nostri campi, le nostre fonti idriche e i nostri pozzi”.

Betar Illit è la colonia più grande dell’area, una delle più popolate di tutta la Cisgiordania coi suoi 40.000 abitanti. Un insediamento di ebrei ortodossi, creato nel 1985, che col passare degli anni si è espanso confiscando terre e fonti idriche palestinesi a danno dei tre villaggi circostanti: Nahalin, Waki Fukin e Husan. Se si considera che il consumo domestico medio giornaliero di un colono israeliano è di almeno 400 litri di acqua (mentre la media palestinese è di 70 litri) e che circa l’80% dell’acqua utilizzata viene eliminata come acqua di scolo, si può facilmente calcolare che ogni giorno Betar Illit produce quasi 10.000.000 litri di liquami, la maggior parte dei quali vengono scaricati nelle terre e nei campi palestinesi.

Una vera e propria minaccia ambientale, sanitaria ed economica per Nahalin e per gli altri villaggi dell’area, la cui fonte di reddito principale è l’agricoltura. Secondo le stime dell’Istituto di Ricerca Applicata di Gerusalemme (ARIJ), nel solo villaggio di Nahalin l’inquinamento del suolo e la contaminazione delle falde acquifere hanno provocato perdite economiche pari a 900.000 NIS all’anno (equivalenti a 180.000 euro). La percentuale di famiglie che basa la propria sussistenza sull’agricoltura è scesa dal 25% al 3% costringendo molti giovani ad andare a lavorare nelle vicine colonie israeliane.

Le conseguenze dello scarico di acque reflue nelle terre palestinesi non solo sono ambientali ed economiche, ma anche sanitarie. Molti bambini dell’area soffrono di infezioni intestinali, asma e malattie della pelle a causa delle sostanze inquinanti disperse in natura. A causa della contaminazione delle falde acquifere, gli abitanti del villaggio son costretti a comprare i tank di acqua potabile dalla compagnia idrica israeliana Mekorot spendendo più di 350.000 NIS (equivalente a 70.000 euro) solo per la fornitura di acqua.

“Un’ulteriore distorsione dell’intera sistema”, continua Ahmed, “non solo ci vengono inquinati i campi, ma, pur abitando in una delle aree più ricche di risorse idriche di tutta la Palestina, dobbiamo comprare l’acqua da Mekorot, acqua che viene da fonti che Israele ha confiscato ai palestinesi”. Nena News

 

Palestina, allarme acque reflue

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