PALESTINA. Cosa aspettarsi dalla Corte Penale Internazionale (II parte)

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tratto da: http://nena-news.it/palestina-cosa-aspettarsi-dalla-corte-penale-internazionale-ii-parte/

28 gen 2021

INTERVISTA al giurista Ugo Giannangeli sul procedimento in corso della Palestina alla Corte Penale Internazionale

Pal 2

di Patrizia Cecconi

(per la prima parte si veda qui)

Roma, 28 gennaio 2021, Nena News –

D: Israele che reazioni ha avuto finora?

R: Fino ad ora Israele ha ufficialmente boicottato la Corte, ma ufficiosamente fa pressione diplomatica chiedendo alle ‘sue’ ong e a Stati ‘amici’ di presentare delle memorie come amici curiae. Come detto non ci sono ancora indagati. Questi ci saranno soltanto se la Camera preliminare darà il semaforo verde al Procuratore e se quest’ultimo porterà dei casi dinanzi alla Corte.

D: Ci sono altre questioni che tu hai sottoposto al tuo referente e che ci puoi esporre?

R: Sì, ho chiesto se ci sono, nelle denunce, soggetti già sottoposti a giudizio in Israele e quindi non giudicabili dalla Corte e se, in tal caso, la Corte possa ritenere il giudizio non conforme ai principi del “giusto processo” e procedere ugualmente.

D: E qual è stata la risposta?

R: La risposta è stata che la Corte può ritenere il giudizio nazionale non conforme ai principi del giusto processo solo quando il procedimento interno aveva come unico fine quello di proteggere l’imputato dalla giustizia penale internazionale. La Corte può procedere se lo Stato non ha la capacità o la volontà di promuovere l’azione, ma se sono violati i principi di indipendenza e imparzialità, non è rilevante per la Corte, la quale non è giudice della violazione dei diritti. Insomma, la Corte può procedere solo se constata che quello nazionale è stato un “finto” processo.

D: Quindi si può dire che serve la collaborazione dello Stato interessato alle accuse per procedere?

R: Ho chiesto al mio referente se si può avere qualche risultato investigativo senza la collaborazione degli organismi israeliani e la risposta è stata che rispetto agli insediamenti illegali la non collaborazione non è molto rilevante, mentre lo è per altri crimini come le azioni contro Gaza.

Alla mia richiesta circa la maggiore difficoltà nell’investigare sui crimini di guerra rispetto ai crimini contro l’umanità la risposta è diversa a seconda dei fatti specifici. Per esempio per gli insediamenti che configurano un crimine di guerra realizzato con il trasferimento di popolazione dello Stato occupante (coloni) nei territori occupati l’accertamento è piuttosto semplice.

D: Quindi in caso di accertamento di responsabilità cosa succede?

R: Vuoi sapere cosa farà Israele nei confronti del condannato? Cioè se Israele consegnerà il condannato agli organi preposti alla esecuzione della sentenza? Israele non riconosce la Corte e non collaborerà mai con la Corte. Men che meno consegnerà un eventuale condannato.

D: Per conoscere la sentenza, ammesso che mai venga pronunciata, quanto dovremmo aspettare?

R: Vuoi sapere se saranno mesi o anni? Secondo il mio consulente se ci saranno mai dei casi completi, dobbiamo mettere in conto almeno una decina d’anni.

D: Questa risposta non ci riempie davvero di speranza, ci puoi dire in cosa consiste il principio della giurisdizione universale e quali Stati lo applicano?

R: Secondo il docente con cui mi sono consultato è difficile dire quanti Stati prevedano la giurisdizione universale viste le sue innumerevoli versioni. Nella forma più ‘pura’ la giurisdizione universale consente a uno Stato di processare un individuo per determinati crimini internazionali anche in mancanza di alcun criterio di connessione (territorialità, personalità attiva, personalità passiva, etc.). Tra gli Stati che applicavano il principio di giurisdizione universale ci sono il Belgio e la Spagna che però, nel tempo, hanno “ammorbidito” le proprie leggi richiedendo criteri di connessione. Nel caso del Belgio, questo è avvenuto su pressione di Israele dopo il famoso caso di Sharon.

D: Il quadro che emerge da quanto ci dici e da quanto afferma il tuo referente risulta piuttosto inquietante circa le speranze riposte nella CPI, puoi dirci francamente il tuo parere su tutto questo, sia come giurista che come uomo impegnato da decenni nella causa palestinese?

R: Il mio giudizio circa il quadro complessivo è decisamente sconfortante e non tale da giustificare le speranze riposte dagli attivisti.
A distanza di oltre 10 anni dalla prima denuncia e di oltre 5 dalla seconda non è stata ancora risolta la questione preliminare sulla giurisdizione della Corte e quindi non sappiamo se l’indagine potrà essere avviata o meno. Israele non collaborerà mai alle indagini e il Procuratore incontrerà difficoltà a raccogliere prove, oltre a quelle già messe a disposizione dai denuncianti.
La sola reazione di Israele alla richiesta della Procuratrice, l’avv.sa Fatou Bensouda, è stato un violento attacco a livello personale e professionale contro di lei, strategia già usata a suo tempo contro il giudice Goldstone a capo della Commissione di indagine per l’eccidio denominato “Piombo Fuso”. Così come con la Commissione Goldstone, Israele ha negato l’ingresso a Gaza degli investigatori della Procura. Ovviamente ha definito la Corte antisemita e ha lasciato al grande alleato Trump, oggi ex-presidente USA, l’adozione di misure concrete contro Bensouda e il suo staff ( limitazione di movimenti negli USA e congelamento di beni).
Ad una eventuale sentenza di condanna non sarà mai data esecuzione e quindi i responsabili non sconteranno mai la pena. La sentenza si aggiungerà alle tante condanne già emesse contro Israele da organismi non giudiziari senza alcuna conseguenza concreta.

DQuindi pensi che seppure si dovesse arrivare ad una sentenza di condanna questa non servirebbe a nulla?

R: Non proprio, perché è innegabile che un accertamento anche in sede giudiziaria di responsabilità di israeliani per crimini di guerra e crimini contro l’umanità sarebbe di grande importanza e significato. Se i condannati rivestissero alte cariche, come probabile, nell’esercito o nel governo sarebbe lo Stato ebraico nel suo complesso, di fatto, a subire la condanna e sarebbe legittimo (anche se non corretto tecnicamente) affermare che è Israele stesso ad essere responsabile di crimini di guerra e contro l’umanità. A tutto ciò è da aggiungere il fattore tempo. Ci dice il docente che per una sentenza occorreranno almeno 10 anni! Quanta terra sarà nel frattempo ancora depredata? Quante case abbattute? Quanti palestinesi uccisi o resi invalidi? Quanti imprigionati? Quanta storia palestinese cancellata dai libri e dal territorio? 10 anni si aggiungeranno al secolo di Resistenza: la più lunga occupazione della storia e la più lunga resistenza.

DQuindi, avv. Giannangeli, come attivista per i diritti del popolo palestinese, oltre che come giurista, cosa dici agli attivisti che si battono per la giustizia in Palestina? Stai dicendo loro che ogni speranza di giustizia è illusoria, o cosa?

R: Dico a tutti quelli che hanno a cuore la causa palestinese, consapevoli dei limiti di tempo e di potere della Corte penale internazionale, dico loro che dovranno comunque seguire il lavoro della Procura e sollecitarlo (come avvenuto anche recentemente, il 6 gennaio, da parte di varie associazioni (Al Haq, Al Mezan, Al Dameer ed altre). Soprattutto, però, dovranno continuare il proprio lavoro a sostegno della Resistenza, in particolare appoggiando ed incrementando il movimento BDS che in oltre 15 anni di attività ha conseguito importanti risultati a livello internazionale, sostituendosi a quella attività di boicottaggio e sanzioni che a suo tempo è stata svolta contro il Sudafrica dell’apartheid dagli Stati e dalla comunità internazionale nel suo complesso. Con una sola eccezione: Israele.

D: La tua risposta e quindi il tuo energico invito mi portano alla mente una frase di Sandro Pertini relativa alla sua gioventù di combattente per la libertà: “a volte è necessario saper lottare non solo senza paura, ma anche senza speranza” cioè non arrendiamoci alle avversità neanche quando sembrano montagne invalicabili. Grazie per il tuo prezioso contributo a capire meglio cos’è, come funziona e cosa possiamo aspettarci dal ricorso alla CPI e grazie per l’invito a non cedere, nonostante tutto, rivolto a tutti gli attivisti.

 

Ugo Giannangeli, Avvocato penalista dal 1974, all’impegno nella professione ha sempre affiancato un impegno sociale e politico nella sinistra militante, prevalentemente sui temi del carcere, della pena, della repressione delle lotte sociali e della solidarietà internazionale, in particolare a sostegno del popolo palestinese. Come giurista ha contribuito alla nascita della Camera penale di Milano, ha fatto parte del Comitato Avvocati contro la guerra. Ha partecipato come osservatore internazionale ai processi contro Marwan Barghouti a Tel Aviv e contro Ocalan ad Ankara, e alle elezioni in Nicaragua nel 1989 e in Palestina nel 2006. Ha preso parte a convegni politici a Cuba, in Libia, in Libano. Ha contribuito alla stesura del libro “Palestina” della collana “Crimini contro l’umanità”, ed. Zambon e, con lo stesso editore, alla riedizione del libro “Coi miei occhi” della avvocatessa Felicia Langer. Ha contribuito alla nascita del movimento “ No M346 ad Israele” e del “Forum contro la guerra” di Venegono. Collabora come docente con la Scuola dei diritti umani di Como.

 

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