PALESTINA. Cosa significa crescere in un campo profughi

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26 mag 2014

I dati sulle condizioni di vita nei campi profughi palestinesi  nei Territori occupati e nei paesi limitrofi, dove vive circa un milione e mezzo di individui, ovvero un terzo dei rifugiati registrati dall’UNRWA

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Il campo profughi di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza (Foto: Antonio Ottomanelli)

di Eleonora Pochi

Roma, 26 maggio 2014, Nena News – Quasi un terzo dei profughi palestinesi registrati dall’UNRWA, oltre 1.5 milioni di individui, vive in 58 campi palestinesi riconosciuti in Giordania, Libano, Siria, Striscia di Gaza e Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. L’alta densità di popolazione che caratterizza tutti i campi profughi aggrava ancor più la precarietà nella quale si vive, a causa di condizioni di vita opprimenti, infrastrutture di base inadeguate, strade e fognature fatiscenti.

I restanti due terzi dei profughi palestinesi registrati vivono dentro o intorno alle città dei paesi ospitanti o, come in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, spesso nei dintorni dei campi ufficiali. Mentre la maggior parte degli impianti dell’UNRWA, come scuole e centri sanitari, si trovano nei campi profughi,  un certo numero è al di fuori per assistere i profughi che non hanno possibilità di accedere ai campi a causa del sovraffollamento. Tutti i servizi dell’Agenzia umanitaria sono comunque disponibili per tutti i profughi palestinesi registrati, compresi quelli che non vivono nei campi.

Secondo le stime FAO, l’81% della popolazione di Gaza vive al di sotto della soglia di povertà, con un dollaro al giorno. L’attacco militare israeliano “Piombo Fuso” del 2008/2009 nella Striscia di Gaza ha causato una strage. Un’operazione di guerra con l’uso di armi proibite ha causato, dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, oltre 5.000 feriti, 1.400 morti, di cui l’83% civili. Oltre 300 bambini sono stati uccisi dai bombardamenti. La quasi totalità della popolazione della Striscia è rimasta profondamente traumatizzata dal pesante attacco dell’esercito israeliano, essendo stata attaccata dal cielo, dalla terra e dal mare senza una via di fuga. L’impatto sulla normale crescita fisica e psicologica è forte. Inoltre, con la densità di popolazione più alta del mondo, i civili sono ancora più terrorizzati dalla chiusura dei confini, che di fatto sigillano la Striscia e la trasformano in una prigione a cielo aperto a causa dell’embargo imposto da Israele.

Metalli e sostanze cancerogene sono stati individuati nei tessuti di alcune persone ferite durante le operazioni militari israeliane del 2006 e del 2009. I loro effetti sono tossici e possono danneggiare il feto o l’embrione nel caso di donne incinte. Inoltre, una delle ricerche condotte rileva la presenza di tossine nei crateri prodotti dai bombardamenti israeliani a Gaza, indicando una contaminazione del suolo che, associata alle precarie condizioni di vita, in particolare nei campi profughi, espone la popolazione al rischio di venire a contatto con sostanze velenose. Per i bambini della Striscia esistono ben poche possibilità di elaborare i traumi subiti. Ancora oggi vi sono delle azioni militari nella Striscia, tra cui si ricorda l’operazione “Pilastro di Difesa” del novembre del 2012, che ha, tra l’altro, severamente danneggiato le infrastrutture del sistema educativo e il relativo svolgimento della vita scolastica dei bambini: 285 scuole sono state semidistrutte dai bombardamenti, incluse le 64 dell’UNRWA e 25.000 bambini si sono ritrovati senza una scuola. Circa 462.000 minori palestinesi abbandonano la scuola prima del termine del normale percorso educativo.

Più di due terzi dei minori residenti nella Striscia ha reazioni da trauma e alti livelli di stress post-traumatico: di questi oltre il 16% è affetto da incubi, la maggioranza dei quali (76,7%) causati da paura. A causa dell’operazione militare israeliana del novembre 2012, il 45,54% dei bambini del nord della Striscia di Gaza risulterebbe affetto da PTSD (Post Trauma Stress Disorder). In questo contesto, i gruppi di popolazione più vulnerabili necessitano di supporto psicologico e psichiatrico specifico per il superamento del trauma. Lo stato permanente di vulnerabilità e marginalizzazione delle comunità beduine presenti nell’area C, inoltre, alimenta un clima di insicurezza nei più piccoli, che manifestano disturbi comportamentali, aggressività, ansia e depressione. Nena News

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