Palestina: crisi idrica, tutta colpa di Israele

Marta Fortunato  mercoledì 26 settembre 2012 13:05

Non è la mancanza di risorse idriche, ma una mirata politica israeliana di controllo, la vera causa della crisi idrica nei TPO, si legge nel nuovo rapporto della Palestinian Water Authority.

Di Marta Fortunato

Gerusalemme, 26 settembre 2012, Nena News – L’idea che gli israeliani abbiano fatto fiorire il deserto è solo uno dei tanti miti che ci sono sulla Palestina, affermano gli esperti. Diversa è la realtà. La regione è una delle poche aree ricche di acqua di tutto il Medio Oriente ed anche le precipitazioni annuali di pioggia sono molti simili a quelle italiane.

Un nuovo rapporto pubblicato dalla Palestinian Water Authority il 23 settembre ne svela i dati. La crisi idrica che colpisce milioni di palestinesi in Cisgiordania e Gaza non è colpa della scarsità delle risorse naturali presenti nella regione ma è diretta conseguenza di oltre quarant’anni di occupazione israeliana e delle politiche idriche discriminatorie attuate da Israele.

Israele utilizza oltre il 90% delle risorse idriche presenti nella falda acquifera montana, che giace sotto la Cisgiordania e che si divide nel bacino occidentale, orientale e nord-orientale. La falda acquifera è transfrontaliera e pertanto dovrebbe essere divisa in modo giusto ed equo tra le due popolazioni. Nella realtà tuttavia Israele si è assicurato il controllo esclusivo delle fonti idriche lasciando ai palestinesi l’utilizzo di solo il 10% delle risorse. Di conseguenza i palestinesi non hanno un accesso adeguato all’acqua: la media giornaliera in Cisgiordania è di 70 litri di acqua pro capite al giorno (quantità inferiore al minimo dei 100 litri fissato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità), mentre un israeliano consuma 4 volte più acqua di un palestinese, con una media di 300 litri al giorno. Ed in alcune aree della Cisgiordania, come la Valle del Giordano o le colline a sud di Hebron, la differenza è ancora maggiore. Nella comunità beduina di al-Hadidiya nel nord della valle del Giordano il consumo medio è di 20 litri mentre nella vicina colonia israeliana di Ro’i si utilizza una quantità di acqua che è più di 20 volte superiore (431 litri pro capite al giorno, solo per uso domestico, senza considerare il consumo agricolo).

Gli accordi di Oslo ad Interim firmati nel 1995 per regolare la questione idrica – accordi che dovevano durare solamente 5 anni – non hanno fatto altro che legittimare questo sistema discriminatorio allocando l’80% del potenziale della falda acquifera montana ad Israele ed il rimanente 20% ai palestinesi. Tuttavia dal 1995 ad oggi, la situazione è peggiorata, e la quantità estratta dai palestinesi è diminuita ancora di più. Inoltre anche il Comitato Congiunto per l’Acqua creato con Oslo per la gestione dei progetti idrici e sanitari si è rivelato un ulteriore strumento che ha permesso ad Israele, tramite il potere di veto, di controllare e limitare la costruzione di infrastrutture idriche e sanitarie, pozzi compresi. Negli ultimi anni Israele ha iniziato a fare pressione sul Comitato perchè approvasse progetti che andassero a vantaggio delle colonie israeliane, illegali secondo il diritto internazionale. Di fronte al rifiuto dell’Autorità Palestinese, Israele ha fatto uso del suo potere di veto per bloccare ogni progetto proposto dalla PWA.

Più complicata ancora è la situazione in area C, circa il 60% della Cisgiordania, sotto il totale controllo israeliano: per poter costruire infrastrutture idriche i palestinesi devono ottenere due diversi permessi, quello del comitato Congiunto per l’acqua e quello dell’Amministrazione Civile Israeliana (ICA). Israele, si legge nel rapporto, utilizza questo sistema di permessi per rendere praticamente impossibile ai palestinesi scavare un pozzo in area C. Lo scopo è quello di “rafforzare lo status quo, la frammentazione territoriale, l’espansione delle colonie e lo sfruttamento delle risorse idriche della Cisgiordania”. Le politiche israeliane, tramite il furto delle fonti idriche e il rifiuto dei permessi di costruzione, sono la causa principale del trasferimento forzato della popolazione palestinese che vive in area C. Negli ultimi 2 anni c’è stato un grave aumento delle demolizioni di cisterne che molte comunità palestinesi utilizzano per raccogliere l’acqua piovana: nel solo 2011 Israele ha distrutto 46 cisterne, e in meno di due anni (2011-settembre 2012) sono stati demoliti 31 pozzi palestinesi.

Molto grave è anche la situazione idrica di Gaza. I palestinesi della striscia, costretti in una prigione a cielo aperto, dipendono da una falda acquifera che sempre più inquinata da acque reflue ed infiltrazioni saline. Di conseguenza più del 95% delle risorse idriche della Striscia non sono adatte al consumo umano e la popolazione di Gaza è costretta a comprare l’acqua o ad utilizzare l’acqua salmastra desalinizzata. Il blocco israeliano che Israele impone alla Striscia da più di cinque anni ha grosse ripercussioni anche sul settore idrico e sanitario: Israele ha vietato o posto forti restrizioni all’importazione di molti materiali necessari per la costruzione e la riabilitazione delle infrastrutture idriche e sanitarie e l’approvvigionamento di benzina ed elettricità necessari per far funzionare molti impianti di smaltimento delle acque reflue. Di conseguenza circa 90 milioni di litri di acque di scarico non trattate o parzialmente trattate vengono rilasciate ogni giorno nel Mar Mediterraneo inquinando l’ambiente e provocando malattie per la popolazione di Gaza. Nena News

 

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