Palestina. Di calci ai bambini, violenza e indignazione occasionale

Hebron, Territori Palestinesi Occupati. Un video mostra un poliziotto israeliano strattonare e prendere a calci, per strada, un bambino. Diffuso da B’tselem fa il giro del web. E rivela una violenza quotidiana, sempre taciuta, confermata da un rapporto britannico sulle violazioni dei diritti dei minori commesse da Israele.

di Cecilia Dalla Negra

Un uomo armato, in divisa, strattona un bambino e lo butta a terra. Un altro lo prende a calci. La scena è ripresa da una grata: una delle tante dietro le quali, da qualche parte nella Palestina occupata, sono costrette a vivere le persone.

Ordinaria amministrazione ad al-Khalil (Hebron), Territori Palestinesi Occupati. Gabbia per uccelli fatta città, in cui vivono assediati palestinesi murati vivi nelle proprie case, costretti a guardare fuori dalle finestre attraverso le trame di un’inferriata di protezione. 

Chi ha avuto occasione di vedere qualche documentario su questo angolo di mondo, o  addirittura ci ha messo piede, sa che rappresenta il paradigma del fondamentalismo ebraico in Palestina e, insieme, della sopraffazione tollerata dal governo israeliano e sostenuta (quando non perpetrata) da militari stanziati in gran numero lungo i vicoli deserti di una città fantasma.

Un bambino corre, viene strattonato da un poliziotto e trascinato a terra, un altro lo prende a calci. L’indignazione, questa volta, buca il muro del silenzio mediatico, entra prepotentemente nel network della rete e mostra solo un frammento di quelle violenze che sono diventate quotidiane dal 1967.

Quando sono arrivati i coloni guidati dal rabbino Moshe Levinger. Prima intorno, nell’insediamento di Qyriat Arba, poi dentro il cuore stesso della città, tra le più antiche del Medio Oriente, un tempo centro commerciale della vita palestinese, famosa per il mercato di vetri e ceramiche. Oggi luogo spettrale, dominato dal verde di serrande abbassate.

I negozi palestinesi, uno dopo l’altro, sono stati costretti a chiudere. Le case, una dopo l’altra, occupate ed evacuate con la forza. 

Chi resta, sfidando le violenze (conosciute e ampiamente documentate dai volontari internazionali che vivono sul posto) dei coloni e dei 2.000 soldati israeliani posti a loro “protezione”, è costretto a vivere dietro una grata.

Ad attraversare check point all’interno del centro storico, evitando quelle strade che sono riservate ai soli coloni ebrei.

È l’apartheid di Hebron, in cui scene come quelle mostrate da questo video – girato da un fotografo palestinese e diffuso dall’ong israeliana B’tselem – sono all’ordine del giorno.

La direttrice dell’organizzazione, Jessica Montell, scrive sul proprio account Twitter che “le autorità dell’occupazione israeliana hanno aperto un’indagine sull’incidente, anche se questo genere di indagini generalmente non porta mai all’individuazione dei colpevoli di violenze abituali contro i palestinesi, ne’ alla loro punizione”.

B’tselem, come altre associazioni per i diritti umani, ha avviato campagne di solidarietà mirate a fornire telecamere e macchine fotografiche agli abitanti palestinesi delle aree maggiormente interessate dalla violenza dei coloni, come Hebron e i villaggi nelle colline circostanti. Attacchi continui e impuniti, che vengono regolarmente documentati e, di tanto in tanto, riescono ad andare oltre YouTube.

Ma, prima ancora dei calci, a sconcertare sono le reazioni israeliane degli utenti Facebook su alcune pagine, tra cui quella della tv Israel’s Channel 2. Che mostrano il livello di disumanizzazione dell’altro raggiunto da una parte della società israeliana.

“E’ una vergogna che non l’abbiano ucciso: quando crescerà diventerà un terrorista”. 

A vederla così non sembra solo un animo utente, ma le stesse autorità israeliane, stando a quanto reso noto da un rapporto-shock voluto dal ministero degli Esteri britannico, che dimostra come Israele violi in almeno 6 punti la Convenzione Internazionale dei Diritti del Fanciullo.

Pubblicato nei giorni scorsi dal quotidiano inglese The Independent, il rapporto contiene i risultati di un’inchiesta ufficiale – condotta nel settembre 2011 da un gruppo di lavoro composto da 9 giuristi inglesi – capace di far dire alla Gran Bretagna che il trattamento riservato ai bambini palestinesi da parte di Israele “si può configurare come tortura”.

Nel documento si legge infatti che “ogni bambino palestinese è trattato da Israele come se fosse un potenziale terrorista”, e le pratiche riscontrate sia al momento degli arresti che dopo, all’interno delle carceri e durante i processi, sono illegali. 

Blitz notturni all’interno delle abitazioni, cappucci, polsi legati e catene ai piedi: il rapporto traccia dettagliatamente il profilo di violazioni quotidiane.

I bambini, nel corso degli arresti, “vengono bendati e portati via dalle proprie case in piena notte, fatti inginocchiare dentro i mezzi militari”.

In seguito, una volta in prigione, vengono spesso posti in stato di isolamento, “senza contatti con i genitori. Vengono lasciati svegli per ore prima di essere maltrattati fisicamente, insultati, costretti a firmare confessioni che non sanno neanche leggere”.

È tutta qui la realtà di Hebron e dei Territori Occupati. Dentro le pagine di un rapporto o nei pochi minuti di un frammento video. Nel vivere quotidiano dietro una grata o attraverso un check point, nel silenzio di chi si accorge della violenza, ma solo ogni tanto.

3 luglio 2012

http://www.osservatorioiraq.it/palestina-di-calci-ai-bambini-violenza-e-indignazione-occasionale

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