Palestina: e se la tua scuola fosse demolita domani?

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Evidenza – 29/8/2015

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Ma’an. Di Fadwa Baroud. Il 12 luglio 2015 Israele ha annunciato di voler eseguire gli ordini di demolizione delle strutture nel villaggio palestinese di Susiya, nella cosiddetta Area C, che copre il 60% della Cisgiordania, sotto il controllo israeliano, compresa una piccola consistente in quattro classi, tre bagni e una cucina. Prima della costruzione della scuola nel 2010, le classi erano delle tende, poi distrutte da un forte uragano.

La scuola e l’asilo sono tra le 170 strutture di Susiya comprese nell’ordine di demolizione. Tra queste ci sono anche 32 tende residenziali, 26 rifugi per animali, 20 cisterne d’acqua, 20 latrine e 2 cliniche mediche. Gli ordini di demolizione possono essere eseguiti in qualunque momento.

Secondo Israele queste strutture possono essere demolite in quanto costruite senza permesso e quindi illegali. Secondo l’Ufficio per la Coordinazione degli Affari Umanitari (OCHA) delle Nazioni Unite Israele avrebbe negato più del 90% delle richieste di permesso di costruzione. Ciò significa che la maggior parte dei palestinesi ha dovuto scegliere tra costruire senza permesso o non costruire affatto.

La settantenne Sara Nawaja’a ha assistito a tre ondate di demolizione nella sua vita.

“Nel 1986 l’area della mia casa nativa a Susiya fu dichiarata dalle autorità israeliane sito archeologico e tutti i residenti furono sfrattati e trasferiti in un’altra zona”, ha detto. “Ma in seguito, nel 2001, questa zona fu dichiarata zona militare e tutte le nostre tende demolite. Dovemmo spostarci in un altro posto a mezzo chilometro da lì. Ci sono state poi altre demolizioni nel 2011, e l’ultimo ordine è arrivato il mese scorso”.

I residenti continuano a contestare gli ordini tramite i tribunali. Vicino al villaggio è presente un insediamento israeliano con lo stesso nome.

“I cittadini israeliani residenti nell’insediamento di Susiya hanno una piscina e un parco giochi, noi non possiamo costruire neanche una cisterna!” ha detto Mohammad Nawaja’a, 12 anni. “Amo giocare a calcio ma voglio diventare giornalista per raccontare tutte le ingiustizie subite dai palestinesi”.

Mohammad vive a mezzo chilometro da scuola. Ha detto “Voglio che gli altri bambini nel mondo sentano la nostra voce e vedano la nostra miseria, alla faccia dei coloni israeliani. Sono violenti, ho paura ad andare a scuola da solo dopo che l’anno scorso alcuni coloni mi hanno aggredito”.

Oltre alle minacce di demolizione, nel villaggio mancano le infrastrutture di base, e non è collegato alle principali risorse di acqua pubblica o di elettricità.

Secondo diverse organizzazioni umanitarie, solo nel 2014 sono stati danneggiati dai coloni israeliani 800 alberi e alberelli di ulivo di proprietà dei palestinesi di Susiya.

I residenti di Susiya impiegano fino a un terzo del loro reddito per pagare acqua potabile che viene distribuita in taniche, per un costo di circa 5€ al metro cubo (5,5 dollari per 35 piedi cubi) – cinque volte di più rispetto ai costi sostenuti dai vicini coloni, serviti dalla rete idrica israeliana.

Le demolizioni nell’Area C stanno aumentando. L’OCHA ha riportato che in media 64 strutture al mese sono state demolite nei primi tre mesi del 2015 – rispetto alle 51 demolizioni registrate nello stesso periodo nel 2014 e alle 53 del 2013.

L’UE ha ripetutamente fatto appello al governo israeliano per porre fine alle demolizioni nell’Area C, sottolineando il peggioramento delle condizioni di vita dei palestinesi che vi risiedono.

Nel caso di Susiya, i ministri degli Esteri dell’UE riunitisi a luglio hanno redatto una dichiarazione nella quale invitano Israele a fermare il piano di trasferimento della popolazione del villaggio e la demolizione delle case e delle infrastrutture palestinesi della comunità. Alla fine della dichiarazione si legge: “queste azioni minacciano seriamente la soluzione dei due Stati”.

Le comunità dell’Area C che ne hanno bisogno ricevono assistenza umanitaria tramite la Direzione Generale per gli Aiuti Umanitari e la Protezione Civile (ECHO) della Commissione Europea. A Susiya, l’ECHO ha aiutato altri partner umanitari a fornire acqua e servizi igienici ai bambini, e a ricostruire alcune aule.

Nel frattempo, mentre la scuola ha riaperto per il nuovo anno, i bambini e i loro genitori sono incerti sul futuro. La domanda che Mohammad e tutti gli altri bambini di Susiya si pongono è la seguente: e se domani mattina ci svegliassimo e scoprissimo che la nostra scuola è stata demolita?

Fadwa Baroud è l’Assistente alle Informazioni e Comunicazioni per la Direzione Generale per gli Aiuti Umanitari e la Protezione Civile della Commissione Europea (ECHO)

Traduzione di Giovanna Niro

© Agenzia stampa Infopal
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