PALESTINA. Economia e occupazione: dal Protocollo di Parigi ad oggi (I parte)

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tratto da: NENA NEWS

18 nov 2019

http://nena-news.it/palestina-economia-e-occupazione-dal-protocollo-di-parigi-ad-oggi-i-parte/

Nel 1994 l’Olp e Israele firmarono il “Protocollo di Parigi” che formalizzava le relazioni economiche per cinque anni tra Tel Aviv e la nascente Autorità Palestinese. L’intesa è però ancora operativa e sancisce di fatto il controllo totale israeliano dell’economia palestinese

Venditore palestinese a Gaza (Foto: Mohammad Salem. Reuters)

di Francesca Merz

Roma, 18 novembre 2019, Nena News – Che ogni forma di controllo e repressione, e che ogni forma di colonialismo, aldilà della forza e della violenza, veda la sua espressione più fondamentale negli strumenti di controllo economico, è cosa quanto mai risaputa nonché banale. Questo principio vale ovviamente anche per l’occupazione israeliana della Palestina. Per capire con maggiore consapevolezza quelle che sono le strategie economiche sulla quale si basa questo rapporto tra colonizzati e colonizzatori, e soprattutto per non ricadere nel solito luogo comune secondo il quale gli israeliani sono riusciti a fare miracoli in una terra in cui invece i palestinesi non avevano fatto nulla, bisogna partire dalla morsa mortale del Protocollo di Parigi.

Nel 1994, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e il governo di Israele firmarono il Protocollo di Parigi, che era collegato agli Accordi del Cairo e Oslo II. Tale protocollo stabiliva un “accordo contrattuale” volto a formalizzare le relazioni economiche, prima stabilite unilateralmente da Israele, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza per un periodo transitorio di 5 anni. Nonostante tale termine sia scaduto da molti anni, il protocollo continua tutt’ora a costituire la base delle relazioni economiche tra le due parti, ed è il quadro di riferimento principale per la condotta economica, monetaria e fiscale dell’Autorità Palestinese.

Il protocollo contiene 11 articoli: due fanno riferimento all’ambito di applicazione, al quadro generale e a un comitato economico congiunto; gli altri nove si riferiscono a commercio, tassazione, importazioni, attività bancarie, organizzazione del lavoro, nonché alle politiche relative ai settori agricolo, industriale e turistico. La scelta dell’unione doganale invece di una zona di libero scambio, come inizialmente chiesto dai palestinesi, non era dettata sostanzialmente dagli interessi economici di Israele, ma piuttosto dall’interesse politico a mantenere una “no-state solution”. Come fa notare Amal Ahmad, l’unione doganale non prevede la delimitazione delle frontiere, né la loro eliminazione, o integrazione. Ciò ha permesso a Israele di rimandare del tutto la questione dei confini, mantenendoli provvisoriamente mentre procede con la colonizzazione e l’isolamento dei Territori Occupati.

Un’analisi di fondamentale importanza sul valore economico dell’occupazione, è stata fatta da Neve Gordon, nel suo testo “L’occupazione israeliana”, Gordon ci aiuta a capire come questa situazione sia stata costruita a tavolino negli anni dagli occupanti israeliani. “Quando si confronta il primo decennio di occupazione con quelli successivi, la caratteristica che emerge come quasi del tutto unica è il tentativo israeliano di gestire la popolazione palestinese mediante la promozione della prosperità. Furono introdotte una serie di pratiche per incrementare l’utilità economica degli abitanti palestinesi, sia per imbrigliare le energie della società palestinese a vantaggio degli interessi economici di Israele, sia anche per elevare il tenore di vita nei Territori Occupati, per agevolare la normalizzazione dell’occupazione. Date tali premesse non sorprende affatto che già durante la guerra Israele fornisse dei servizi agli agricoltori palestinesi per salvare le colture e per impedire la morte del bestiame, anche al fine di monitorare e prevenire la diffusione di epidemie tra il bestiame, suo interesse diretto. Aumentò dunque la produttività degli allevatori palestinesi” .

“Israele – aggiunge Gordon – usò il Dipartimento di ricerca della Banca d’Israele e l’Ufficio centrale di statistica per tenere sotto costante osservazione la forza lavoro palestinese. Si trovano tabelle che descrivono l’età e il sesso degli operai, il numero dei lavoratori in base alla loro occupazione e al settore in cui lavoravano, il numero delle imprese locali, nonché la loro dimensione e ubicazione, il tutto per ridurre il tasso di disoccupazione che il governo militare considerava come causa potenziale di disordini sociali. Nel 1974 in Israele lavoravano 64.900 palestinesi, che costituivano un terzo della forza lavoro. I palestinesi che lavoravano in Israele guadagnavano dal 10 al 100% in più di quanto avrebbero guadagnato lavorando nei territori. Israele aveva già iniziato la sua operazione perfetta di demolizione di ogni possibilità di economia autonoma per la Palestina. Il paniere palestinese aumentava, così come la capacità di acquisto dei palestinesi che vivevano nei territori, facendo aumentare esponenzialmente la produttività in Israele, e lasciando, gioco forza, le terre incolte e tutte le attività nei Territori al totale abbandono, per ostacolare lo sviluppo di un’economia indipendente palestinese.”

Ben prima della firma del Protocollo di Parigi, la chiarezza del rapporto di colonialismo spinto che sottendeva alle relazioni tra israeliani e palestinesi è verificabile dall’infinita serie di ordinanze militari che venivano emanate dallo Stato occupante per regimentare l’economia palestinese eliminando ogni possibilità di autonomia, e trasformando anzi l’economia palestinese in un mercato totalmente vincolato dai produttori israeliani, togliendo ogni possibilità di produzione ai palestinesi. La strategia era quella della crezione invece dei consumatori necessariamente dipendenti dalla produzione israeliana, che gli stessi palestinesi erano costretti a produrre ma in territorio occupato, un vero e proprio sistema di schiavitù economica. Israele inoltre spingeva gli abitanti palestinesi a diventare operai non specializzati così da indirizzare l’utilità economica dei palestinesi in modo ben precisoL’esercito introdusse molteplici norme e restrizioni espressamente mirate a modellare l’economia sotto occupazione secondo gli interessi israeliani.

Una delle prime azioni intraprese dopo la guerra del ‘67 fu la chiusura degli istituti finanziari e monetari arabi, tra i quali tutte le banche, e il conferimento dell’autorità su tutte le questioni monetarie alla Banca d’Israele. La valuta israeliana divenne la moneta legale e nelle due regioni furono applicati i controlli dei cambi israeliani. Come abbiamo già avuto modo di dire, Israele, nello stesso periodo in cui assumeva il controllo di tutte le istituzioni finanziarie e imponeva norme monetarie, aiutava i palestinesi a piantare migliaia di alberi da frutto, offriva ai coltivatori semi migliorati per gli ortaggi e addestrava gli agricoltori alle tecnologie moderne con corsi specifici, non abbiamo però accennato al fatto che cominciava anche a controllare i tipi di frutta e di ortaggi che si potevano piantare e diffondere e introduceva una serie di norme di pianificazione che stabilivano dove si potessero e soprattutto non si potessero piantare. Anche se le restrizioni alla semina sono comuni anche in altri paesi, gli obiettivi di quelle imposte nei Territori Occupati erano quelle di creare dipendenza dall’economia israeliana, minare lo sviluppo e l’indipendenza, e, come vedremo, agevolare la confisca di terre, grazie alla resurrezione di vecchie leggi addirittura dell’impero Ottomano.

Israele limitò la bonifica dei terreni finalizzata a renderli coltivabili, restrinse anche l’accesso della popolazione alla terra e all’acqua, espropriando, fino al 1987, non meno del 40% delle terre e impossessandosi delle principali risorse idriche. Nello stesso tempo rese illegale piantare nuovi alberi di agrumi, sostituire quelli vecchi improduttivi o piantare altri alberi da frutto senza permesso, per la cui approvazione occorrevano dai cinque ai sei anni. Molti generi di frutta e di ortaggi che gli agricoltori palestinesi erano autorizzati a coltivare non potevano essere venduti in Israele, misura tesa a proteggere i produttori israeliani. Per contro, gli agricoltori israeliani avevano accesso illimitato ai mercati dei Territori Occupati e riuscivano a fornire alcuni prodotti a prezzi con cui le controparti palestinesi non potevano competere, portando a una riduzione nella varietà dei prodotti agricoli coltivati nei Territori, e l’assurda situazione per cui i prezzi di alcuni generi erano più alti nei Territori Occupati che in Israele. La strategia nel settore industriale fu analoga a quella usata in agricoltura. Inizialmente Israele fornì un certo sostegno all’industria perché le autorità militari ritenevano che la disoccupazione potesse destabilizzare i Territori Occupati, furono dunque concessi inizialmente piccoli crediti alle fabbriche esistenti così che potessero svilupparsi e dotarsi di nuove attrezzature. L’assenza di istituti finanziari intermediari, di banche per lo sviluppo e di fonti di credito di vario tipo ostacolò lo sviluppo industriale, nello stesso tempo Israele introdusse una serie di restrizioni tese a contrastare lo sviluppo di un’industria ad alta densità di capitale. Gli aiuti governativi sotto forma di agevolazioni fiscali, sovvenzioni all’esportazione, credito agevolato e obbligazioni di sicurezza non furono estesi ai palestinesi.

Le ordinanze militari poi controllavano anche tutto il commercio estero, Israele inserì un complesso sistema di procedure di certificazione sulle merci che ebbero l’ulteriore risultato di separare commercialmente la Palestina anche dai paesi arabi confinanti. “Israele – osserva Gordon – impose inoltre delle limitazioni al tipo e alla quantità di materie prime che si potevano importare nei Territori Occupati. I palestinesi divennero ben presto dipendenti da Israele per l’elettricità, i carburanti, il gas e le comunicazioni. Lo stesso fu per i generi di prima necessità come la farina, il riso, lo zucchero. Israele richiedeva delle licenze per tutte le attività industriali e, eliminando nel frattempo ogni concorrenza palestinese, usò tali licenze per ristrutturare le industrie in base alle sue necessità. Così, mentre si concedevano licenze alle aziende tessili che fornivano dei servizi ai produttori israeliani le si negavano quelle per la produzione della frutta, poiché potevano essere potenziali concorrenti ai produttori israeliani. In altre parole, la creazione di imprese sussidiarie a forte tasso di manodopera e l’esternalizzazione del lavoro a forte tasso di manodopera nelle fabbriche palestinesi fu la fonte principale di investimento industriale israeliano all’interno dell’economia palestinese.”

“Israele inoltre – continua Gordon – emanò numerose ordinanze riguardanti la registrazione delle società, i marchi d’impresa e i nomi commerciali; stabilì le condizioni di commercio, la tipologia e l’importo di tasse, dazi e imposte doganali da pagare; e impose una serie di tributi ai produttori palestinesi, i quali finirono col pagare fra il 35 e il 40 per cento in più di tasse rispetto ai produttori israeliani, va ricordato che un’ampia percentuale di quelle tasse non venne reinvestita nei Territori, ma trasferita direttamente nelle casse israeliane. Secondo alcune stime, queste politiche privarono i Territori Occupati di entrate doganali rilevanti, valutate tra circa 118 e 176 milioni di dollari nel solo 1986. Il mancato gettito complessivo nel periodo 1970-1987 oscillerebbe tra una stima minima di 6 miliardi di dollari e una massima di 11 miliardi di dollari, in teoria questi soldi avrebbero potuto essere investiti nella creazione di un’industria indipendente. Nena News

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