Palestina: “ho parlato a un soldato” di Renato Penner

Come ogni venerdi, nel villaggio di Al’Masara si svolge la manifestazione del comitato popolare per la resistenza non violenta. Siamo circa sessanta: palestinesi, volontari italiani e francesi, un numero imprecisato di bambini che distribuiscono bandiere, e un po’ di cipolle in tasca per difenderci da eventuali lacrimogeni.
Raggiungiamo la strada, e ci troviamo di fronte ad un numero sproporzionato di soldati, camionette e blindati, forse in risposta all’impreparazione alla manifestazione precedente.
Stavolta non ci lasciano neanche uscire dal villaggio. Siamo schierati in un fronteggia mento molto serrato, e un attivista francese inizia a parlare, esprimendo senza violenza, ma con tutta l’assertività di cui dispone le ragioni della nostra presenza e della nostra protesta.
Anche altre persone iniziano a parlare, mi guardo intorno e tra i soldati scorgo un Falasha – così vengono chiamati spregiativamente gli ebrei del Corno d’Africa. Di fronte a lui un giovane palestinese e un ragazzino, cosi vicini che quasi lo toccavano.
Quel contatto mi rivela un’inaspettata somiglianza tra i tre giovani. Gli sguardi che si scambiano sono duri e fissandosi negli occhi si sfidano. Senza rendermene conto mi avvicino, e di getto inizio a parlare al soldato.“Guarda come vi assomigliate – gli dico – sembrate fratelli, avete tutti le stesse storie di separazione e di oppressione, avete tutti la stessa voglia di vivere in pace: genitori ,fratelli, sorelle e fidanzate,amici e desideri, voglia di vivere bene di poter lavorare in pace e di tornare sereni a casa”.
Anche i due giovani palestinesi iniziano a parlare quietamente al soldato. Noto il suo sguardo velarsi e mostrare una commozione che non mi aspettavo. Appoggio le mani sulle spalle dei due giovani, quasi preoccupata che quel tono tranquillo possa non durare. Si continua a parlare e anche il soldato pronuncia alcune parole: “Devo eseguire gli ordini”. Il commilitone lo zittisce subito.
Nel frattempo, in un’altra parte dello schieramento, nonostante i toni bassi e la tensione smorzata dalle battute e dagli interventi degli attivisti, un soldato colpisce col manganello uno degli organizzatori.
Dopo un sit-in improvvisato sulla strada torniamo in casa, e mentre stiamo gustando un utilizzo alternativo delle nostre cipolle veniamo avvertiti che gli ultimi manifestanti sono stati dispersi da un lacrimogeno.

Una pace giusta per Gerusalemme

Ad Assisi, l’evento della convocazione mondiale delle religioni per la pace del 27 ottobre, ha diffuso, tra gli altri, un forte appello per la città di Gerusalemme. L’ha presentato all’Assemblea il Segretario Generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese, Olav Fykse Tveit.

Per il Consiglio Ecumenico delle Chiese un preciso impegno per i prossimi anni sarà quello di lavorare per una pace giusta a Gerusalemme e per tutti i popoli che vivono in Gerusalemme e attorno a quella città che ha Shalom – Salaam nel suo nome. È la città che per il suo nome è chiamata ad essere una visione di pace,ma che nel corso della storia è divenuta così spesso un luogo di conflitto.

Mentre visitavo il Pakistan qualche giorno fa,mi sono reso conto di come altri popoli stiano soffrendo a motivo di scontri tra interessi diversi, come conseguenza del fatto che il conflitti attorno a Gerusalemme non sono ancora risolti.

Questa città, santa per Ebrei, Cristiani e Musulmani, è un simbolo visibile del nostro anelito, dei nostri migliori e più alti desideri, del nostro amore per la bellezza e del nostro desiderio di servire Dio. Ma è anche un potente richiamo a come le cose migliori possano anche volgersi per il peggio. Nel corso della storia, gli esseri umani hanno trovato così difficile amare senza al tempo stesso possedere in maniera esclusiva ciò che dicono di amare. Questo è accaduto con Gerusalemme, città che nessuno può possedere solo per sé.

Preghiamo, come leaders religiosi, per la giustizia e la pace per Gerusalemme e per tutti coloro che là vivono. In un modo misterioso, Gerusalemme non si limita a svelarci queste realtà circa la condizione umana, ci sfida anche a confrontarci con esse. I cristiani credono che ogni essere umano sia creato ad immagine di Dio, affermando di conseguenza l’inalienabile dignità umana di ogni persona e l’unità dell’umanità. Siamo chiamati a partecipare al ristabilimento della pace per Gerusalemme, per ricreare e riparare il mondo di Dio.

Dobbiamo ricordarci che siamo responsabili davanti a Dio gli uni davanti agli altri per la pace nel nostro tempo. Per ciò che diciamo e per ciò che invece taciamo per raggiungere la pace.

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