Palestina: “ho parlato a un soldato”

Le persone cambiano ma il progetto continua.

Come ogni venerdi, nel villaggio di Al’Masara si svolge la manifestazione del comitato popolare per la resistenza non violenta.

Siamo circa sessanta: palestinesi, volontari italiani e francesi, un numero imprecisato di bambini che distribuiscono bandiere, e un po’ di cipolle in tasca per difenderci da eventuali lacrimogeni.

Raggiungiamo la strada, e ci troviamo di fronte ad un numero sproporzionato di soldati, camionette e blindati, forse in risposta all’impreparazione alla manifestazione precedente. Stavolta non ci lasciano neanche uscire dal villaggio. Siamo schierati in un fronteggia mento molto serrato, e un attivista francese inizia a parlare, esprimendo senza violenza, ma con tutta l’assertività di cui dispone, le ragioni della nostra presenza e della nostra protesta. Anche altre persone iniziano a parlare, mi guardo intorno e tra i soldati scorgo un Falasha – così vengono chiamati spregiativamente gli ebrei del Corno d’Africa. Di fronte a lui un giovane palestinese ed un ragazzino, cosi vicini che quasi lo toccavano. Quel contatto mi rivela un’inaspettata somiglianza tra i tre giovani. Gli sguardi che si scambiano sono duri e fissandosi negli occhi si sfidano. Senza rendermene conto mi avvicino, e di getto inizio a parlare al soldato.

“Guarda come vi assomigliate –gli dico – sembrate fratelli, avete tutti le stesse storie di separazione e di oppressione, avete tutti la stessa voglia di vivere in pace: genitori ,fratelli, sorelle e fidanzate,amici e desideri, voglia di vivere bene di poter lavorare in pace e di tornare sereni a casa”.

Anche i due giovani palestinesi iniziano a parlare quietamente al soldato. Noto il suo sguardo velarsi e mostrare una commozione che non mi aspettavo. Appoggio le mani sulle spalle dei due giovani, quasi preoccupata che quel tono tranquillo possa non durare. Si continua a parlare e anche il soldato pronuncia alcune parole: “Devo eseguire gli ordini”. Il commilitone lo zittisce subito.

Nel frattempo, in un’altra parte dello schieramento, nonostante i toni bassi e la tensione smorzata dalle battute e dagli interventi degli attivisti, un soldato colpisce col manganello uno degli organizzatori.

Dopo un sit-in improvvisato sulla strada torniamo in casa, e mentre stiamo gustando un utilizzo alternativo delle nostre cipolle veniamo avvertiti che gli ultimi manifestanti sono stati dispersi da un lacrimogeno.

Yallah zeituna!

Postato il ottobre 28, 2011 da raccogliendolapace

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