PALESTINA. Il dramma della tratta delle donne

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28 apr 2014

Un fenomeno in crescita alimentato dalla mancanza di uno Stato che tuteli le donne anche a causa dell’occupazione israeliana. E il limbo legale dei Territori Occupati impedisce di perseguire i trafficanti

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Ohaila Shomar, direttrice di SAWA (Foto: Rossana Zampini/Nena News)

di Rossana Zampini

Betlemme, 28 aprile 2014, Nena News – Ogni anno i centralini di SAWA, organizzazione no-profit palestinese che mira a eliminare la violenza contro le donne e i bambini in tutte le sue forme, ricevono almeno 20mila chiamate di emergenza. Il fenomeno rappresenta ancora un tabù per la società e non si hanno dati statistici a riguardo, ma un numero crescente di persone cade ogni anno nelle reti di organizzazioni criminali o scambi familiari: i bambini sono destinati all’agricoltura o a mendicare in strada, le donne alla prostituzione.

“Attraverso un’inchiesta svolta dalla nostra organizzazione – ci spiega Ohaila Shomar, direttrice di SAWA – siamo riusciti a definire il profilo delle persone che chiamano i nostri centralini: studentesse single di classe media con età compresa tra i 25 e i 34 anni, soprattutto gazawi, ci contattano per richiedere informazioni (40,8%), a volte fingendo di voler aiutare un amico o un familiare. Dividiamo le chiamate in 15 categorie di violenza, e la percentuale maggiore riguarda casi di abusi o legati agli effetti dell’occupazione”.

La guerra a Gaza

Nel primo trimestre del 2009, durante la guerra a Gaza, l’83% delle chiamate proveniva dalla Striscia; il 52% dei casi era di sesso femminile, di cui il 47% di età compresa tra i 10 e i 19 anni. Il 35% chiamava per chiedere aiuto su questioni legate alla salute psicofisica e il 17% per problemi connessi alla violenza dell’occupazione.

“I bambini sono quelli che pagano maggiormente il prezzo del conflitto: oltre ai danni psicofisici – continua Ohaila – vengono talvolta rapiti o venduti come manodopera nelle colonie e nei campi; i trafficanti promettono alle famiglie denaro, macchine e visti per Israele, nonostante nella maggior parte dei casi scappino senza lasciare notizie”.

Le donne

Secondo l’analisi di SAWA, si tratterebbe di ragazze per lo più ventenni, studentesse di college e università provenienti da famiglie agiate, spesso vittime di violenza domestica e attirate dai trafficanti con la promessa di indipendenza economica o visti per l’estero, per poi ritrovarsi nel racket in forma di schiavitù. Le donne sono destinate a vivere in modo permanente nella casa del trafficante, che si mette in contatto con i genitori delle ragazze, dichiarando che lavorano legalmente con loro in asili o nel settore della ristorazione. Una volta nel business la donna sarebbe costretta a rimanerci per almeno 4 anni e se è molto richiesta da parte dei clienti le è proibito andarsene; l’uso del cellulare è vietato e nel caso provasse a scappare i trafficanti minacciano di pubblicare sue foto in attività sessuali.

Per strada – continua l’organizzazione palestinese – devono indossare il velo per passare inosservate, ma in casa devono cambiarsi ed indossare abiti erotici. Non hanno assistenza sanitaria e l’unico mezzo di prevenzione delle malattie sessuali è l’uso del preservativo; un dottore viene chiamato solo quando necessario e come retribuzione gli è concesso il rapporto con una delle donne della casa. I clienti sono solitamente ricchi uomini d’affari di mezza età e pagano la prestazione 300 shekel (circa 60 euro), dei quali solo 100 finiscono nelle mani della ragazza.

Traffici e bordelli

Insicurezza economica, elevati livelli di disoccupazione, povertà, disuguaglianze e discriminazioni sono fattori che accrescono la vulnerabilità delle donne e giocano un ruolo fondamentale nella spinta alla prostituzione; le attività criminali sono spesso facilitate da una fitta rete di servizi di scorta, hotel, case in affitto, appartamenti privati e imprese di pulizia, soprattutto a Gerusalemme Ovest e nelle colonie israeliani. Nel 2001 la polizia ha scoperto otto case di prostituzione solo a Ramallah e il numero è in continua crescita. Ci sono quattro movimenti principali dei traffici: da Israele alla Cisgiordania, dalla Cisgiordania in Israele e a Gerusalemme Ovest, in Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza in Israele.

Contesto geopolitico

Attraverso l’occupazione militare dei Territori Palestinesi – Striscia di Gaza, Gerusalemme Est e Cisgiordania – Israele ha messo in pratica una politica di limitazione del movimento che include checkpoint, blocchi stradali, cancelli, bypass road e il muro di separazione e che ha portato alla frammentazione geografica dei territori e alla mancanza di confini internazionalmente definiti.

Questa politica di restrizione ha incrementato le discrepanze demografiche, economiche e di status legale: Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme Est sono separate l’una dall’altra dallo Stato di Israele, mentre gli insediamenti si stanno espandendo e strade speciali per il solo uso dei coloni sono state costruite in Cisgiordania, creando piccole enclavi: l’accesso alle comunità palestinesi implica così il passaggio obbligato attraverso i territori sotto l’autorità israeliana. In questo contesto, anche se il traffico avviene nei Territori Palestinesi – ad esempio tra Betlemme e Ramallah – le donne dovranno passare attraverso i checkpoint israeliani: il caso finisce in tal modo nella dimensione transnazionale sotto l’etichetta “traffico internazionale” e, secondo il Protocollo di Palermo, la donna è considerata colpevole.

L’occupazione israeliana limita inoltre il movimento di giudici, ufficiali di polizia, operatori nel settore sociale e nell’assistenza sanitaria, che in tal modo non riescono a svolgere i loro compiti professionali. Non essendoci confini riconosciuti tra le due parti, spesso si apre un problema di competenza: a livello legale i tribunali palestinesi sono in grado di giudicare casi in Area A e B ma non in Area C, dove non hanno alcuna competenza per attuare decisioni giudiziarie. La polizia israeliana inoltre si limita a giudicare la sola presenza illegale della donna nel Paese, lasciando il caso all’Autorità Palestinese, che generalmente valuta il caso come isolato, senza investigare sulle pratiche sociali, rischiando di far cadere il fenomeno nel silenzio: senza essere perseguitati, i trafficanti operano nella totale impunità.

Infine, nonostante il forte stigma sociale della prostituzione che la donna è costretta a sopportare, non esiste assistenza post-traumatica e mancano reti sociali e case rifugio: se, dopo essere vendute in Israele, le ragazze tornano nei Territori, vengono emarginate dalle loro comunità e dalle loro famiglie. Nena News

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