PALESTINA-ISRAELE. Kerry: Congelate le colonie, ma non troppo

21 feb 2014

Il segretario di Stato USA propone un congelamento parziale dell’espansione coloniale: stop alla costruzione solo nei piccoli insediamenti. Mentre i grandi finiscono annessi a Israele. 

 
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Un esempio di “blocco di colonie”: Gush Etzion, a Sud di Gerusalemme e Ovest di Betlemme

 

 

di Chiara Cruciati

Gerusalemme, 21 febbraio 2014, Nena News – Il segretario di Stato statunitense Kerry prosegue imperterrito nel sentiero accidentato del processo di pace tra israeliani e palestinesi, con incontri e dichiarazioni che ad un occhio poco attento potrebbero sembrare dei considerevoli passi in avanti. La realtà dei fatti appare assai diversa: i negoziati in corso da oltre sei mesi non hanno finora condotto a nulla di concreto e l’obiettivo di raggiungere un accordo definitivo in nove mesi è quantomeno irrealistico.

Ieri Kerry ha incontrato a Parigi il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, per la seconda volta in pochi giorni: due ore di dialogo “costruttivo”, lo ha definito un funzionario statunitense presente al meeting. “Hanno discusso di tutte le questioni più importanti e stabilito di restare in contatto via telefono nelle prossime settimane e nei prossimi mesi”.

Kerry sbandiera un ottimismo poco comprensibile: l’obiettivo, dice, è giungere ad un accordo entro il prossimo 29 aprile. In due mesi l’amministrazione Washington pensa davvero di risolvere questioni che pendono da 66 anni? Di risolvere la questione dello status di Gerusalemme e quella del diritto al ritorno di oltre sei milioni di rifugiati palestinesi?

Difficile, viste le precondizioni al dialogo che Tel Aviv pone da anni e che si traducono nell’espansione coloniale nei Territori e a Gerusalemme Est, che hanno assistito negli ultimi mesi a continui e rinnovati annunci di nuove costruzioni di case per coloni: oltre 11.700 le nuove unità abitative annunciate da Israele dal luglio 2013, quando il dialogo è ripartito. Mercoledì Kerry in un’intervista radio ha detto che Washington intende chiedere ad Israele un parziale congelamento dell’espansione coloniale. Ovvero un stop delle costruzioni nelle colonie più isolate, lontane dai grandi blocchi di insediamenti – quali Gilo, Gush Etzion e Ma’ale Adumim.

Una botta al cerchio e una alla botte, che mostrano chiaramente l’intenzione statunitense di non irritare troppo l’alleato israeliano. Un parziale congelamento delle colonie non può essere considerata una concessione o un’apertura accettabile, ma pare piuttosto un tentativo di tenere a bada l’ANP, consapevole del fallimento di questo round di negoziati.

Interrompere i progetti di costruzione nei piccoli insediamenti, per proseguire quelli nei blocchi coloniali, è una strategia che ancora una volta promuove e sostiene gli interessi di Israele, il cui obiettivo è radicare quei fatti sul terreno, facts on the ground, necessari a garantirgli una posizione di maggiore forza quando veri negoziati si affacceranno all’orizzonte. Basta guardare una cartina dell’intera Palestina per comprendere cosa significa blocchi di colonie e cosa significa la loro continua espansione: pezzi di territorio talmente ampi, lungo il confine ufficiale tra Israele e Cisgiordania, con una popolazione in costante crescita, che Israele sta lentamente annettendo al territorio già sotto il suo controllo. Attraverso il Muro, attraverso la confisca di terre, Israele continua a mangiare territorio palestinese (in pochi anni il 18% della Cisgiordania è stato annesso con il Muro a Israele), per poi pensare ad uno scambio di territori.

I blocchi di colonie in cambio di aree in Israele ad alta densità abitativa palestinese: terre – occupate da colonie e ricche di risorse naturali – in cambio di persone, di palestinesi cittadini israeliani che Tel Aviv non vede l’ora di rispedire al di là del Muro, nell’ambito della cosiddetta battaglia demografica. Mentre i Territori si riducono sempre di più. Nena News

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