Palestina. La crisi dell’acqua è già realtà

20 settembre 2012

“Acqua in Palestina: non un problema di scarsità, ma di distribuzione”. È il tema di un incontro che si è svolto a Beit Sahour tra organizzazioni impegnate nel settore. Che svela la realtà allarmante della crisi idrica in Palestina. 

di Simone Ogno – da Beit Sahour

 

“Water in Palestine: Not a scarcity but a distribution problem”. Questo il titolo scelto per l’incontro tenutosi martedì 18 settembre presso la sede dell’Alternative Information Center di Beit Sahour in collaborazione con l’Emergency Water and Sanitation Hygiene (EWASH), un gruppo di circa trenta organizzazioni impegnate nel settore sanitario e idrico dei Territori Palestinesi Occupati.

Il gruppo è stato fondato nel 2002 e può contare sulla presenza di Ong internazionali (Oxfam e Gvc), Ong locali (Ma’an Development e Arij),  agenzie dell’Onu (Ocha e Unicef) ed enti dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Il portavoce dell’EWASH ha ricostruito il problema idrico in West Bank e nella Striscia di Gaza, con un’analisi che ha illustrato i falsi miti a confronto con la realtà dei fatti: ci si appella spesso alla scarsità di piogge dei Territori Palestinesi, mentre i dati parlano di una piovosità media in linea con altri paesi europei, con differenze nella distribuzione stagionale delle precipitazioni.

La costruzione del moderno mito israeliano del “deserto fiorito” è stato possibile grazie allo sfruttamento massiccio delle falde acquifere palestinesi, una cifra che si attesta intorno all’86% di queste in West Bank, svelando la drammatica considerazione che l’ipotesi dei due Stati ne vedrebbe uno senza risorse idriche.

La parentesi storica elenca gli ordini militari israeliani che hanno colpito le risorse acquifere palestinesi, in particolare il n.98, che trasferisce la gestione idrica al Comando Militare Israeliano, il n.158, che vieta nuove installazioni idriche nei Territori Palestinesi, e il n. 291 che annulla tutti gli accordi sull’acqua stipulati prima del 1967.

Gli accordi di Oslo II del 1995 hanno cristallizzato una situazione già difficile, con lo sfruttamento delle falde acquifere dell’intera area a favore di Israele per una percentuale dell’80% contro il rimanente palestinese.

A questo si è aggiunta la creazione del Joint Water Committee, un’agenzia garante per l’acqua composta da esperti israeliani e palestinesi, divenuta  un altro strumento dell’occupazione con il potere di veto da parte israeliana.

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) in passato ha affermato che la soglia ideale di acqua per l’igiene e il consumo della persona si attesta intorno ai 100 litri giornalieri.

I dati riguardanti i Territori Palestinesi sono però assai più bassi con un consumo medio di 70 litri: cifre che tendono al ribasso per un quarto della popolazione (50 litri), toccando la crisi idrica per gli abitanti delle Southern Hebron Hills, con un consumo quotidiano di 10/15 litri.

La disparità nell’utilizzo dell’acqua è andata aggravandosi negli ultimi dieci anni con la creazione del Muro che, nel suo tracciato, ha annesso fertili terre palestinesi ricche di fonti acquifere, in modo particolare nelle zone settentrionali di Tulkarem e Qalqilya. 

In questa area della West Bank il 90% della popolazione dipende in gran parte da Mekorot, la Compagnia Nazionale Israeliana dell’Acqua.

Nel complesso, cifre che rimangono allarmanti nonostante diminuiscano spostandosi verso sud: 60% nell’area di Betlemme e 52% nell’intera area della Cisgiordania.

Non solo dipendenza ma anche discriminazione, come si può notare dal migliore approvvigionamento idrico verso le colonie, che possono beneficiare di una rete idrica di recente tecnologia, con perdite limitate e una pressione idrica elevata, fatto testimoniato dalla contrapposizione tra Tubas e l’adiacente colonia di Beka’ot: 30 litri quotidiani per la prima, contro i 410 litri della seconda.

In un periodo di proteste per il caro-vita in Cisgiordania non si può tralasciare il prezzo dell’acqua, che raggiunge i 60 NIS per metro cubo in alcune comunità delle Southern Hebron Hills o della Jordan Valley. Un costo dieci volte superiore alla media dei Territori Palestinesi.

In ultimo è stato affrontato il problema idrico nella Striscia di Gaza, costretta ad attingere l’acqua dalla falda costiera, con un tasso di salinità elevato e scarse centrali di desalinizzazione, che in tale processo si rendono anche responsabili del riversamento a mare di numerosi agenti chimici inquinanti.

Il recente rapporto della Nazioni Unite sull’invivibilità della Striscia a partire dal 2020 nasce proprio da queste considerazioni.

L’accesso all’acqua è da considerarsi infatti un diritto inalienabile per la persona, e la situazione globale non pare andare incontro alle necessità della popolazione.

Nei Territori Palestinesi la crisi è già realtà.

http://www.osservatorioiraq.it/palestina-la-crisi-dellacqua-%C3%A8-gi%C3%A0-realt%C3%A0

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