Palestina: La più alta forma di resistenza – di Alessandra Mecozzi

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tratto da: https://comune-info.net/dallulivo-la-piu-alta-forma-di-resistenza/

Alessandra Mecozzi  15 Ottobre 2020

Capita spesso di sentir confondere la fredda crudeltà con la pazzia. Gli israeliani che odiano la Palestina, ad esempio, sanno sempre bene quello che fanno. Quando decidono di estirpare, distruggere oppure appropriarsi di migliaia di ulivi, lo fanno conoscendone bene l’essenzialità nelle radici della cultura palestinese. Basti pensare, per fare un solo esempio, alla prima raccolta di poesie di Mahmoud Darwish: “Foglie d’ulivo”. La cultura palestinese ha la forza secolare di quegli alberi e la ricchezza della pluralità di apporti che si è innestata sulle sue radici nei diversi periodi della storia. Per questo è così importante sfuggire alla semplicistica rappresentazione del popolo palestinese visto solo come vittima. Quel popolo è stato (ed è, malgrado tutto) protagonista della propria storia e di parte della storia dell’umanità, anche con la sua musica, la letteratura e la poesia, il teatro, il cinema… E per questo, al di là dei ridicoli tentativi di ostacolarlo e degli ottimi segnali forniti dalla partecipazione popolare e, in particolare, da quella dei giovani, la realizzazione a Roma di Falastin – il primo Festival della Palestina” è stato un avvenimento di grande rilievo

Adesso in Palestina si raccolgono le olive e, come ogni anno, gruppi di coloni israeliani attaccano la raccolta  che fanno i palestinesi e giovani volontari/e internazionali.

Per proteggerla dagli assalti, i comitati della resistenza popolare hanno lanciato una campagna  FAZ3A DIFENDERE GLI ULIVI.

L’ulivo è una coltura essenziale nell’agricoltura ed economia palestinese (non a caso gli israeliani ne hanno distrutti o sradicati, appropriandosene, a migliaia), ed è parte altrettanto essenziale della sua cultura.

La Palestina come terra degli ulivi è spesso presente nella poesia e nella letteratura palestinesi e la prima raccolta di poesie del grande poeta Mahmoud Darwish si chiama, non a caso, “Foglie d’ulivo”.

La cultura palestinese ha la forza di questi alberi, affonda le sue radici nel Mediterraneo,  è una cultura secolare, su cui si è innestata una pluralità di apporti, nei diversi periodi della storia.

Una cultura in movimento, molto ricca, baluardo nella difesa  della memoria e della identità, non monolitica, che la colonizzazione violenta israeliana tende ad estirpare, insieme alla popolazione che ne è soggetto, mentre gli ruba sempre più terra. Una cultura che vale la pena di conoscere.

L’ Italia, rispetto ad altri paesi come ad esempio la Francia il Belgio o la Gran Bretagna, in questo senso fa poco, sempre con reticenza, spesso ponendo ostacoli.

E’ invece indispensabile presentare il popolo palestinese non solo come vittima, ma come protagonista della propria storia e di parte della storia dell’umanità, facendone conoscere la storia, la musica, la letteratura e la poesia, il teatro, il cinema… per smantellare la narrativa costruita da Israele (hasbara), ma anche dal colonialismo europeo, e gli stereotipi costruiti dai media “mainstream”, come quello odioso di “terroristi”.

Far conoscere la Palestina – che la cosiddetta Comunità Internazionale sembra dimenticare – è quindi essenziale, attraverso Il desiderio di vivere e la creatività  del suo popolo, la forza della cultura nella sua resistenza al “politicidio” (definizione  dello storico israeliano Baruch Kimmerling) e al “memoricidio” (definizione di un altro storico israeliano Ilan Pappè); fornire una giusta immagine del paese e del suo popolo, nella storia e nella attualità, contro la disinformazione e/o la manipolazione dei media.

Le campagne di denuncia (compresa quella per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni) delle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani operate quotidianamente da Israele, sono certo indispensabili per portare alla luce le complicità istituzionali e imprenditoriali nell’occupazione e l’impunità di Israele, ma è sempre più necessaria una trasmissione positiva, anche per proteggere un patrimonio prezioso e un’identità resistente.

La cultura è la più alta forma di resistenza, alla colonizzazione e alla disumanizzazione.

Una delle popolazione arabe più colte e aperte al mondo, corre il pericolo di perdere queste  caratteristiche, rischiando di non riuscire più a trasmettere alle nuove generazioni, immerse nella violenza e nell’umiliazione, spesso ancora in campi profughi, o disperse in vari paesi, la sua  cultura, spina dorsale della lotta per il diritto ad avere dei diritti, alla dignità e alla libertà.

Se è utile che l’attivismo internazionale lavori sempre più in questa direzione, come strumento di conoscenza per un  pubblico ampio e plurale, è indispensabile che ne siano protagonisti i/le palestinesi, non solo in Palestina – ricca di festival letterari, cinematografici, mostre d’arte —  ma anche in altri paesi.

Per queste ragioni, la realizzazione a Roma di Falastin – il primo Festival della Palestina” (1 – 4 ottobre promosso dalla Comunità palestinese di Roma e Lazio, curato con un respiro nazionale, dal suo presidente Yousef Salman,  e dalla vicepresidente Rania Hammad ) è stata un avvenimento di rilievo.

Le parole false e rabbiose della Comunità Ebraica e quelle addirittura grottesche del Centro Wiesenthal che ha chiesto al Presidente del Consiglio di annullarlo, non lo hanno oscurato, se mai ne hanno confermato l’importanza.

Importante che l’istituzione preposta, il 2°Municipio, non si sia lasciato intimidire, mantenendo il suo patrocinio, insieme a quello dell’Ambasciata Palestinese.

Più importanti di tutto la grande partecipazione popolare, la presenza attiva di molti giovani, il protagonismo palestinese.

Appropriata, all’inizio, la presentazione del libro “I bambini della Palestina”, illustrato dalla giovanissima Amira Suboh, con suo padre Mahmoud che ha risposto alle domande di Maya Issa, sulla trasmissione della cultura e storia palestinese alle giovani generazioni. Testimone di cultura antica e plurale la danza tradizionale palestinese, e di altri paesi mediterranei e mediorientali: la Dabka, che ha coinvolto un pubblico entusiasta.

Significative e utili (in ottimo italiano!) le parole della scrittrice “per caso” Suad Amiry, architetta, che tanti anni ha dedicato al recupero e restauro del patrimonio architettonico palestinese, fondando e dirigendo il Centro Riwaq, intervistata acutamente dalla giovane Dalia Ismail, a partire dal suo ultimo libro “Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea”.

Una presenza speciale,  e inaspettata, è stata quella di un noto e bravo stilista, Jamal Taslaq, con la modella Mariam Hassan, presentati vivacemente da Rania Hammad. Drammatiche e indignate le poesie di Mowaffak Moaddi, mentre, purtroppo, la pioggia ha annullato il reading musicale con il pianista Khalid Shomali e l’attrice Dalal Suleiman.

Non poteva mancare il cinema: le proiezioni di Nazra short film festival, (la cui 4a edizione ha dovuto essere rinviata causa Covid al 2021), hanno fatto conoscere  piccoli gioielli sul lavoro delle donne,  “The bus driver woman” e “Bloody basil” Storie che hanno brillantemente concluso la giornata di “Il coraggio delle donne”, un insieme di testimonianze, dedicato alle donne palestinesi, che uniscono alla lotta per  la liberazione e l’indipendenza del proprio popolo, quella antipatriarcale, per la libertà femminile.

Protagoniste Anwar Odeh, Naheda Slayih, Rania Hammad  con le italiane Vania Bagni dell’Anpi, Miriam Marino di Ebrei contro l’occupazione, le giornaliste Cecilia Dalla Negra e  Nacera Benali, algerina. Un bel finale ricco di spunti. E se fosse un nuovo inizio?

Cultura è Libertà – una campagna per la Palestina

 

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