PALESTINA. La sfida dell’ultima fabbrica di kefieh

08 mar 2014

A Hebron la Hirbawy Textile Factory cerca di resistere alle restrizioni israeliane e all’invasione di prodotti cinesi. Obiettivo, mantenere viva la tradizionale palestinese.

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La fabbrica di kefieh di Hebron (Foto: Nena News)

 

di Emma Mancini – Pubblicato su Rassegna Sindacale

Hebron, 8 marzo 2014, Nena News – A mezzo chilometro dalla Città Vecchia di Hebron, tra case e piccoli vigneti, un capannone anonimo nasconde un piccolo tesoro. Dentro c’è la Hirbawi Textile Factory, la prima e l’ultima fabbrica di kefieh ancora attiva in tutta la Palestina.

Sì, la prima e l’ultima: la prima ad aprire i battenti in Cisgiordania e l’ultima a tenerli ancora aperti. Tra il rumore ritmico dei 15 telai al lavoro e il colore acceso delle kefieh in lavorazione, incontriamo Judeh Hirbawi, figlio del fondatore della fabbrica: “Mio padre Yasser aprì l’azienda tessile nel 1961 – racconta –. Era un commerciante e importava anche kefieh, soprattutto dalla Giordania. Iniziò a pensarci e si disse: ‘Perché non produrre qui, in Palestina, il simbolo delle nostre lotte nazionali?’. Così è nata la Hirbaqi Textile Factory”.

Eppure la kefiah non ha origine soltanto in terra palestinese: tradizionalmente bianca, era utilizzata dalle tribù beduine di tutto il Medio Oriente per proteggersi dal sole durante le lunghe traversate degli spazi desertici. Negli anni ‘30, durante le rivolte contro il mandato britannico, la kefiah è diventata un simbolo del nazionalismo palestinese. Arafat l’ha resa un simbolo riconosciuto in ogni parte del mondo.

“La nostra è un’azienda familiare – continua Judeh –. Oggi i lavoratori sono 15, compresi noi proprietari. Tra loro vi sono 5 donne che si occupano del taglio, della rifinitura e del confezionamento. È un lavoro complesso, e occorre attenzione per garantire la massima qualità”. All’inizio degli anni 90 la fabbrica era in grado di produrre anche 150mila kefieh l’anno. Oggi, pur essendo rimasta l’unica fabbrica di kefieh in Palestina, la produzione è calata: circa 300 kefieh alla settimana, circa 10mila l’anno. Le ragioni del calo di produzione sono diverse, ma quella più determinante è la concorrenza estera, soprattutto asiatica, e cinese in particolare. Anche sul mercato della Cisgiordania arrivano le kefieh cinesi. “La differenza è abissale – spiega Judeh –. Non sono di cotone e sono leggerissime, ma costano la metà delle nostre”.

Yasser Hirbawi, il padre di Judeh, aveva intuito la sfida cui si trovava di fronte la sua piccola azienda. Pochi anni fa, prima di morire, ha lanciato una serie di innovazioni del prodotto, a fronte di una maggiore richiesta di kefieh dall’Europa: nuovi colori e nuovi design accanto al rosso e al nero della tradizione palestinese. Ha così aperto la Hirbawi al mercato internazionale e oggi la fabbrica vende molte kefieh all’estero, soprattutto in Canada, Francia, Germania e Italia. “Non mancano le difficoltà per esportare il nostro prodotto – riprende Judeh –: si deve spedire dai porti di Israele, e ciò significa documenti diversi da presentare ogni volta e giorni di ritardo al checkpoint. Per questo preferiamo inviare tutto con corrieri privati. Ma anche il mercato interno è importante. Mio padre ha sempre voluto mantenere forte la produzione tradizionale, anche in periodi storici complessi, quando lavorare era quasi impossibile”.

Pensiamo agli anni della Seconda Intifada, dal 2000 al 2005, quando la Cisgiordania è stata per mesi sotto assedio e coprifuoco continui e prolungati hanno abbattuto il mercato interno, sia la produzione sia il commercio. In quegli anni la città di Hebron è stata sotto coprifuoco per 377 giorni, di cui 182 consecutivi (dati Council for European Palestinian Relations). “Durante i coprifuoco nessuno lavorava – racconta ancora Judeh –, restavamo chiusi in casa, non c’era modo di raggiungere le aziende e le fabbriche e tantomeno di ricevere il materiale da fuori”.

Alla fine degli anni 90 la famiglia Hirbawi impiegava 15 lavoratori nella fabbrica e 25 donne, che terminavano e rifinivano a casa le kefieh. Si lavorava fino a 18 ore al giorno. Oggi i dipendenti e la produzione sono calati, anche se l’azienda resta sana. Judeh: “Mio padre diceva sempre che quello che facciamo qua è ridare vita a un simbolo della Palestina. La kefiah è storia ed eredità, è la nostra tradizione e la nostra cultura. Oggi la kefiah è stata presa in prestito da tanti movimenti di resistenza in tutto il mondo, ma è e resta palestinese. Un simbolo di identità, non un mero business. Per questo non ci arrendiamo alla globalizzazione: continueremo a produrre la nostra kefiah, quella vera”. Nena News

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