Palestina, la Terza Intifada non scoppierà

adminSito    venerdì 8 marzo 2013 09:28

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La lotta dei prigionieri politici è d’ispirazione, ma la mancanza di leadership e la stanchezza fermeranno l’inizio di una rivolta popolare.

di Emma Mancini*

Betlemme, 8 marzo 2013, Nena News – Preludio di una terza Intifada: così alcuni osservatori descrivono le manifestazioni e gli scontri che stanno riaccendendo la tensione nei Territori Palestinesi Occupati. Difficile, però, pensare che le agitazioni di questi giorni possano portare ad una rivolta popolare come furono quelle scoppiate nel 1987 e nel 2000, ma è comunque significativa la partecipazione del popolo palestinese alla lotta del movimento dei prigionieri politici nelle carceri israeliane.

Allo sciopero della fame di quattro detenuti palestinesi – Samer Issawi, Ayman Sharawneh, Jafar Ezzedine e Tareq Qadan (Jafar e Tareq hanno ripreso a mangiare dopo la decisione israeliana di rilasciarli a maggio) – si è aggiunta una drammatica morte: sabato 23 febbraio il giovane Arafat Jaradat, da una settimana detenuto nel carcere israeliano di Megiddo con l’accusa di aver lanciato delle pietre ad una manifestazione dello scorso novembre, è morto. Immediata la sollevazione popolare, nonostante le giustificazioni israeliane: secondo l’Israeli Prison Services, il 30enne residente nel villaggio di Sair (distretto di Hebron), padre di due figli e di un terzo in arrivo, è morto per un arresto cardiaco.

Una versione che non convince nessuno: né le Nazioni Unite – che ieri per bocca di Richard Falk, rappresentante del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, hanno chiesto l’apertura di un’inchiesta indipendente e internazionale – né l’Autorità Palestinese, che parla apertamente di tortura. I segni riscontrati sul corpo di Jaradat durante l’autopsia, a cui hanno partecipato anche medici palestinesi, parlano chiaro: sangue rappreso, lividi, ossa rotte. Chiari segni di tortura, secondo l’ANP.

Una morte drammatica che ha infiammato la Palestina: a febbraio si sono susseguite manifestazioni e scontri in molte città della Cisgiordania, mentre nelle carceri israeliane oltre 4mila prigionieri palestinesi hanno rifiutato il cibo come forma di protesta per l’uccisione di Arafat Jaradat. Lunedì ai funerali di Jaradat hanno partecipato oltre 10mila persone; presenti anche i leader delle principali fazioni politiche palestinesi, da Fatah a Hamas.

Scontri sono esplosi nel campo profughi di Aida, a Betlemme, dove l’esercito israeliano ha aperto il fuoco uccidendo un ragazzo di 13 anni e ferendo gravemente un bambino di dieci. Decine i feriti a Tulkarem, Nablus, Ramallah e di fronte al carcere di Ofer, dove sassaiole da parte palestinese e lancio di lacrimogeni e bombe sonore da parte israeliana sono proseguiti ininterrottamente per giorni. Il tutto a solo venti giorni dalla visita ufficiale del presidente statunitense Obama in Israele e nei Territori Palestinesi. Il premier israeliano Netanyahu punta il dito contro Ramallah e chiede al presidente palestinese, Mahmoud Abbas, di porre fine agli scontri prima che si trasformino in una terza Intifada. Dimenticando, forse, di sottolineare che i Territori Palestinesi sono sotto occupazione e l’autorità esercita dall’ANP è pressoché nulla, soprattutto nell’ambito della sicurezza.

Di sicuro a mantenere vivo lo spirito di resistenza e le forme di protesta a Gaza, Gerusalemme Est e Cisgiordania è il movimento dei prigionieri politici: “Dal 1967 ad oggi, 800mila palestinesi sono passati per un carcere israeliano, ovvero il 40% della popolazione maschile – ci spiega Murad Jadallah, ricercatore dell’associazione palestinese Addameer, organizzazione che da vent’anni si occupa di tutelare i diritti dei detenuti politici palestinesi – Non c’è famiglia che non abbia avuto un suo membro in prigione. Io, in una galera israeliana, ho trascorso quattro anni. Sono stato arrestato sette volte, la prima volta quando avevo dodici anni. La politica pervasiva di detenzione attuata da Israele ha finito per rafforzare il movimento dei prigionieri, lo ha fatto diventare una delle colonne portanti del movimento di liberazione della Palestina”. Così, ogni volta che un gruppo di detenuti avvia uno sciopero della fame o nel caso di una morte improvvisa e dolorosa come quella di Jaradat, la società palestinese fuori si ricompatta. “Il mondo non è dalla nostra parte – prosegue Jadallah – Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, e il rappresentante per gli Affari Esteri della UE, Catherine Ashton, hanno fatto trascorrere oltre 200 giorni prima di intervenire sulla questione dello sciopero della fame di Samer Issawi. Sappiamo di essere soli in questa battaglia. Forse troppo soli”.

Un isolamento che, secondo Jadallah, ha indebolito le fondamenta dell’unità della società palestinese, impedendo la nascita di un movimento comprensivo e largo, che abbracci le diverse fazioni politiche e i diversi strati della società. “La terza Intifada non scoppierà. Il popolo palestinese è stanco, è in rivolta da 65 anni. Nuova forza la dovrebbe trovare nella leadership palestinese, che però è assente. E oggi la situazione è resa ancora più difficile dalla crisi economica: i dipendenti pubblici non prendono lo stipendio da novembre, l’inflazione sta mangiano i risparmi della popolazione. A ciò si aggiungono le difficoltà che il movimento dei prigionieri – principale fonte di ispirazione – incontra. Negli ultimi due anni si sono susseguiti scioperi della fame, proteste e accordi con le autorità israeliane. Ma hanno portato scarsissimi risultati e la società fuori si è stancata”.

Infine l’Autorità Palestinese e il suo ruolo di ‘soldato’ al fianco di Israele: “Negli ultimi tempi – conclude Jadallah – sono i militari palestinesi a fermare le manifestazioni, a evitare che ci siano scontri con l’esercito israeliano. L’ANP ha bisogno di stabilità per evitare di collassare. E questa mancanza di leadership a favore del proprio popolo sta indebolendo la lotta interna, sta dividendo la popolazione”.

Simile opinione quella espressa dalla nota giornalista israeliana Amira Hass, dalle colonne del quotidiano ‘Haaretz’. Profonda conoscitrice della realtà palestinese (da anni vive a Ramallah), la Hass identifica la ragione del mancato scoppio di una terza Intifada nella scarsa fiducia che il popolo palestinese ha verso la propria leadership politica. Non solo l’ANP, ma anche le varie fazioni impegnate a garantirsi i pochi privilegi di cui godono e a difendere i propri interessi nelle enclavi che controllano: Hamas a Gaza, Fatah in Cisgiordania. “L’esercito israeliano ha continuato a sparare contro i civili palestinesi: pescatori, contadini, lavoratori nella Striscia di Gaza. Alcuni sono stati feriti, altri arrestati – spiega la Hass – Stesso dicasi per la Cisgiordania: anche quando non ci sono scontri diretti con i soldati israeliani, l’esercito apre il fuoco e compie raid nei villaggi, i coloni aggrediscono i residenti, le autorità israeliane demoliscono case, arrestano, bloccano le strade e creano checkpoint volanti. A ciò si aggiungono le umiliazioni quotidiane, le restrizioni finanziarie, le colonie, il Muro di Separazione. Perché allora non scoppia un’Intifada? Perché le vittime delle precedenti rivolte e delle conseguenti repressioni sanno che non giungeranno ad alcun cambiamento. Al contrario, la situazione dei palestinesi è sempre peggiorata”.

“A ciò si aggiunge la mancanza di fiducia nella leadership palestinese – conclude Amira Hass – Sia Fatah che Hamas sono più interessati a mantenere la propria egemonia che a sostenere la lotta popolare contro l’occupazione”. Ovvero, mantenere il precario status quo nei Territori Occupati: Fatah unico partito di governo in Cisgiordania, Hamas governo de facto nella Striscia di Gaza. Uno status quo che fa solo il gioco delle autorità israeliane, che continuano indisturbate ad annettere e colonizzare quello che resta della Palestina storica.

*Articolo pubblicato su L’Indro

 

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=54365&typeb=0

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