Palestina, la valle della resistenza

Martedì, 30 Aprile 2013

 

REPORTAGE

Palestina, la valle della resistenza

 

 Non solo armi. A Gaza ucciso un miliziano. Ma nel villaggio di At-Tuwani l’opposizione ai coloni si fa con la non violenza.

immagine1di Ilaria Brusadelli e Marco Besana

dalla Valle della Humra

Ilaria Brusadelli e Marco Besana) Un’immagine del villaggio di At-Tuwani.

 

Per entrare nel villaggio bisogna superare un check point militarizzato. Che si traduce in code, umiliazioni, permessi negati, snervanti attese. Ma i pastori e i contadini di At-Tuwani, nel cuore della fertile Valle della Humra, a pochi chilometri dal confine che separa Israele dai territori occupati, ci sono abituati: la zona fa parte dell’area C, quella frazione della West Bank (come viene chiamata la Cisgiordania) sotto il controllo del governo di Tel Aviv.
LE QUATTRO COLONIE ISRAELIANE.Intorno ai lati del villaggio, quasi a soffocarlo, si estendono quattro colonie israeliane, fra cui quella di Ma’on, costruita nel 1981 e ritenuta una delle più aggressive di tutta la regione. In questo fazzoletto di terra ebbe luogo, secondo i testi sacri, il leggendario scontro tra Davide e Golia, tra la forza della giustizia e quella della violenza.
CENTRI STRATEGICI PER L’OCCUPAZIONE. E quella tensione oggi sembra ritrovare vita nella quotidianità di At-Tuwani: villaggio è infatti uno dei centri strategici per l’occupazione israeliana, ma è anche il laboratorio della resistenza non violenta palestinese, fatta di manifestazioni pacifiche e azioni legali.
Una lotta senza armi avviata qui nel 1999, tra i primi abitati della West Bank a scegliere un’alternativa fatta di azioni che, per quanto ordinarie, in questa terra divengono quasi eroiche.
LA ZONA DI ESERCITAZIONE MILITARE. At-Tuwani è una delle poche comunità a non essere stata cancellata dalla “Firing Zone 918”, una zona di esercitazione militare israeliana realizzata evacuando i palestinesi che abitavano più a Sud.
Ufficialmente il caso è ancora nelle mani della corte di Giustizia di Israele, chiamata a decidere chi ha il diritto di restare, ma le intimidazioni dei coloni mirano a far abbandonare l’area alla popolazione.

Un aiuto legale ed economico alle famiglie

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(© Ilaria Brusadelli e Marco Besana) Hafez, leader del Comitato popolare delle South Hebron hills.

Ad At-Tuwani, però, gli abitanti hanno elaborato tecniche di resistenza efficaci, che rispettano l’intima natura del popolo palestinese e delle sue attività nella zona: agricoltura e pastorizia.
«In Palestina ‘esistere è resistere’ quindi ognuno di noi, dal contadino al bambino, deve continuare la propria vita: coltivare, andare a scuola nonostante le assurde restrizioni israeliane», spiega a Lettera43.itHafez, leader del Comitato popolare delle South Hebron hills, il centro di resistenza che aiuta legalmente ed economicamente le famiglie della zona e che ha ottenuto negli anni il supporto di attivisti israeliani e internazionali.
CONVINCERE I PALESTINESI A NON SCAPPARE. Hafez ha girato i villaggi a Sud di Hebron per convincere i palestinesi a non scappare, a non scegliere la violenza per difendersi. «È un nostro diritto resistere, ma dobbiamo scegliere il metodo più efficace. Ci spingono alla violenza per poter giustificare le loro evacuazioni: la resistenza violenta fa il loro gioco», racconta ai cronisti usando le stesse parole rivolte ai suoi “fratelli arabi”.
PERSINO IL CONTROLLO DELLE PECORE. La sua opera costante, costatagli anche un arresto i primi di aprile, dà però i suoi frutti. È così che i soldati tra i più armati al mondo, con la stella di Davide sul petto, si ritrovano a svolgere mansioni che non si aspetterebbero: per esempio controllare che le pecore non entrino in zone dichiarate militari, a trascinare via donne che coltivano il proprio campo.
L’ARTIGIANATO DELLE DONNE PER L’ECONOMIA. C’è anche un’altra forma di resistenza non violenta ad At-Tuwani, di cui è protagonista la comunità femminile, tradizionalmente esclusa dalla guida della società. Si tratta della cooperativa delle Donne del villaggio che dal 2003 produce e vende manufatti tessili per contribuire all’economia della collettività e alla sensibilizzazione sulla realtà della valle.
All’inizio erano solo sette e la parte più difficile è stata convincere gli uomini del villaggio: dicevano che pensare alla vita di At-Tuwani era compito loro.
UN’ALTERNATIVA, UTILE, AI CAMPI. Oggi le attiviste sono 37 e gli uomini hanno capito l’importanza del loro ruolo. «Durante la seconda Intifada sono stati bruciati molti campi e le famiglie erano in grave difficoltà: era ora che anche le donne si attivassero» racconta aLettera43.it Kifah, ideatrice dell’associazione. «La nostra rivoluzione è stata duplice: contro l’occupazione e contro la mentalità maschilista».

La costruzione della scuola e le minacce dei coloni

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(© Ilaria Brusadelli e Marco Besana) Il territorio del villaggio.

Uno dei contributi più importanti della cooperativa è stata la costruzione della scuola, un servizio per tutta la valle. L’avamposto israeliano di Havat Ma’on, illegale non solo per il diritto internazionale ma per la stessa legge israeliana, però, rende difficile l’accesso ai bambini, spesso vittime delle minacce dei coloni.
UNA SCORTA PER PROTEGGERE I BAMBINI. Tanto che la stessa commissione per i Diritti dell’Infanzia della Knesset, il parlamento di Tel Aviv, nel 2004, ha istituito una scorta militare a protezione di bambini palestinesi: così oggi gli scolari si ritrovano scortati dagli stessi militari che arrestano i loro fratelli maggiori durante le manifestazioni.
La ong Operazione Colomba, che supporta la comunità nella lotta non violenta e nel documentare abusi dei militari, tuttavia, denuncia che spesso i soldati non adempiono al loro compito: non accompagnano i bambini, li abbandonano lungo la strada oppure arrivano in ritardo.
IN ATTESA DEI MILITARI PER OLTRE 21 ORE. Tanto che, secondo i calcoli della ong, dall’inizio dell’anno scolastico i bambini sono rimasti in attesa dei militari per più di 21 ore.
«I coloni rappresentano uno dei problemi più gravi per la Palestina», denunciano i volontari.
«Lo scorso anno, nelle vicinanze dell’avamposto di Havat Ma’on sono stati bruciati o danneggiati 102 ulivi, quasi uno ogni tre giorni, una perdita molto grave per le famiglie palestinesi. Per i coloni non esistono regole: spesso fanno quello che le autorità non possono fare apertamente».
LA VIOLENZA GENERA ALTRA VIOLENZA. Ma ad At-Tuwani, nonostante la tensione altissima, hanno imparato a non reagire. Un po’ perché gli arresti sono frequenti e le cauzioni altissime, e i palestinesi sono costretti a vendere il bestiame per liberare un famigliare, privandosi di sostentamento. Un po’ perché il messaggio ormai è sedimentato: la violenza genera violenza. E se «esistere significa resistere», allora non si può che farlo in modo pacifico.

 

http://www.lettera43.it/cronaca/palestina-la-valle-della-resistenza_4367593334.htm

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