Palestina. L’assistenza umanitaria che non sostituisce la politica

11 aprile 2013

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Criticata da più parti, sotto-finanziata da 20 anni, l’Unrwa ha in Palestina un ruolo mai assunto da nessun altro organo dell’Onu. Forse anche per questo finisce per diventare il simbolo di un’assistenza umanitaria che non può sostituire la soluzione politica necessaria. Lo dimostrano le recenti proteste a Gaza.

di Stefano Nanni

Le strutture dell’Unrwa nella Striscia di Gaza hanno riaperto regolarmente il 9 aprile. Ha ripreso il suo corso ordinario la distribuzione di cibo e beni di prima necessità per 800mila persone, dopo la sospensione della scorsa settimana, all’origine di accese tensioni.

“Grazie alle rassicurazioni ricevute l’Unrwa ha deciso di riprendere le sue attività”, ha annunciato con un comunicato l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati palestinesi dal 1949. 

Rassicurazioni che sono state fornite in particolare da Hamas, colpevole secondo il direttore delle operazioni, Robert Turner, di non aver garantito adeguata sicurezza ai funzionari Onu durante le manifestazioni che hanno avuto luogo la scorsa settimana.

Non è la prima volta che l’Unrwa si trova al centro delle proteste.

Un’agenzia unica nel suo genere all’interno del sistema-Onu, in parte frutto delle politiche contraddittorie che la comunità internazionale ha attuato nel contesto israelo-palestinese, e in crisi finanziaria da quasi 20 anni.

 “PANE, NON GIOCHI”

Le recenti proteste sono il sintomo di una crisi di consenso, iniziata molto tempo fa ma inasprita dalla recente decisione dell’agenzia di sostituire i servizi di ‘cash assistance’ (distribuzione mensile di somme di denaro per famiglie in povertà) con programmi per la creazione di posti di lavoro.

A causa delle continue penurie budgetarie, che consistono in un deficit pari a 67,2 milioni di dollari, l’Unrwa  ha ritenuto necessaria un’inversione di rotta nella sua politica: utilizzare le poche risorse a disposizione per programmi che siano in grado di garantire la maggiore sostenibilità possibile nel medio-lungo termine.

Ma la decisione ha incontrato il dissenso non solo delle persone direttamente interessate dalla riduzione dei programmi. Perché, come riporta Middle East Monitor, in tanti hanno manifestato nei giorni scorsi circondando il suo quartier generale a Gaza City, con slogan di protesta che la accusavano di “ridurre il sostegno al diritto al ritorno dei profughi palestinesi” con le nuove politiche.

“Non siamo mendicanti, ma persone titolari di pieni diritti”, scandiva la folla. “Non vogliamo giochi, ma pane e servizi”, recitavano invece alcuni cartelli, con un chiaro riferimento alle attività ricreative che l’Unrwa organizza per giovani e bambini della Striscia.

Il 4 aprile dunque, vista “la drammatica escalation delle proteste”, l’agenzia annuncia“l’interruzione di tutte le attività per proteggere l’incolumità dei propri funzionari”, compresa la distribuzione di cibo di cui beneficia un terzo della popolazione della Striscia.

Una decisione che ha inasprito gli umori dei gazawi costretti nei campi profughi, scesi nuovamente in piazza nei giorni successivi. “Il comportamento del’Unrwa rappresenta solo la prima fase di una chiusura pianificata già da tempo” ha affermato Moein Okal, membro del Popular Committee for Refugees, tra gli animatori delle proteste.

L’IRREVERSIBILE CRISI DEL BLUE STATE 

Quella dell’agenzia, infatti, sembra una crisi senza fine. Che inizia nel 1993 quando, all’indomani della sigla degli Accordi di Oslo, la comunità internazionale inizia a ridurre progressivamente i fondi a sua disposizione.

La ragione è principalmente economica.

Da Oslo nasce infatti l’embrione del futuro Stato palestinese, quella Autorità Nazionale (ANP) che, prima di acquisire capacità autonome, doveva essere adeguatamente finanziata e sostenuta, iniziando ad occuparsi di quelle attività tipiche di uno Stato moderno: infrastrutture, educazione, sanità, welfare.

Settori che erano però già presenti e attivi nei Territori Occupati grazie al lavoro dell’Unrwa, che negli anni aveva costruito scuole, ospedali, centri ricreativi e posti di lavoro, attraverso una composizione del personale inedita: su 29.602 dipendenti, il 99% erano – e sono ancora – rifugiati palestinesi.

Nei 65 anni trascorsi dalla risoluzione 194 delle Nazioni unite, che nel ’48 riconosceva il diritto al ritorno dei rifugiati, niente è cambiato. Israele non ha mai riconosciuto questo diritto, e la comunità internazionale l’ha progressivamente considerato ‘impraticabile’.

I rifugiati sono rimasti tali, passando dai 750mila del 1950 agli attuali 5 milioni, secondo le stime ufficiali.

Anche per questo, e data la portata dei servizi forniti, l’agenzia ha finito per essere un punto di riferimento tale da renderla, nel comune sentire, una sorta di ‘Stato’.

Blue State era il nome con cui veniva chiamata dai rifugiati: le scuole, gli edifici, le tende, i mezzi di trasporto, tutto ciò che aveva una bandiera blu ha finito per diventare sinonimo di quella struttura statale assente suo malgrado, in Palestina.

Frequentare le scuole dell’Unwra, negli anni, ha reso inoltre possibile la formazione e l’acquisizione di posizioni socio-economiche altrimenti incompatibili con lo status di rifugiati attribuito a parte della popolazione palestinese.

La formazione acquisita dagli studenti ha generato un’offerta di forza-lavoro qualificata che è andata a colmare la crescente domanda delle economie arabe che, tra gli anni ’70 e ’80, assistevano agli effetti della nazionalizzazione del petrolio.

Ma, con Oslo, la rotta si è bruscamente invertita. 

Continuare a finanziare due organi con funzioni parastatali, per la comunità internazionale, era divenuto impossibile: toccava all’ANP adesso occuparsi di educazione, sanità, servizi pubblici. Di contro, l’amministrazione dei campi profughi non poteva passare nelle mani di un organo che non aveva le competenze acquisite negli anni dall’Unrwa.

Il compromesso fu trovato nella permanenza dell’agenzia, ma con fondi notevolmente ridotti, nell’ottica di un graduale passaggio delle sue attività alle autorità governative palestinesi.

Dal 1993 ad oggi l’Unrwa è stata costretta a ridurre drasticamente i suoi servizi: molte scuole e ospedali hanno chiuso i battenti, e quell’empatia costruita con la popolazione è andata scemando, per lasciare il posto a proteste, manifestazioni e scioperi che, da allora, non hanno fatto altro che moltiplicarsi.

LE CRITICHE ISRAELIANE, LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

Una costante, come le critiche che Israele le ha mosso dal 1948 ad oggi, accusandola di aver assunto un ruolo sempre più politico (e sempre meno umanitario), diventando “parte attiva nel conflitto” e, in definitiva, “un ostacolo alla pace”.

Per due ragioni. La prima è che sarebbe proprio lei, nell’ottica di Tel Aviv, a tenere in vita la questione del diritto al ritorno.

“L’Unrwa simboleggia la protrazione del problema dei profughi, senza risolverlo”, ha recentemente dichiaratola deputata Einat Wilf (Labor). “Siamo di fronte all’unica organizzazione delle Nazioni Unite che conferisce lo status di profugo in modo ereditario. Tutto questo non è più sostenibile”.

Inoltre, all’agenzia viene contestato anche il fatto che non abbia abbandonato le sue attività e la popolazione a Gaza – dove opera da oltre 60 anni – dopo la presa del potere da parte di Hamas, considerata una ‘organizzazione terroristica’ da gran parte della comunità internazionale. 

Accuse che non sono nuove, come testimoniano numerosi articoli del Jewish Policy Center o del Middle East Forum, due fra i tanti think- tank della comunità ebraica presenti negli Stati Uniti, secondo cui l’Unrwa starebbe insidiando la strategia politica occidentale di indebolimento di Hamas  fornendo tutti quei servizi di cui il “negligente” governo di Gaza “non è capace di farsi carico”.

Ma – fuori dalla retorica delle dichiarazioni – il rapporto tra il Blue State e Israele è di natura prevalentemente tecnica, e i suoi maggiori finanziatori restano gli stessi che sono anche i più importanti partner strategici e commerciali di Tel Aviv: Stati Uniti e Unione Europea.

Tra crisi finanziaria interna, pressioni esterne e una situazione di stallo politico regionale, l’Unrwa ha finito per diventare, suo malgrado, il simbolo di quelle politiche incongruenti e contraddittorie proprie della comunità internazionale nei confronti del contesto israelo-palestinese. 

E la sua sede, accerchiata da manifestazioni sintomo di un disagio crescente, quello di un assistenzialismo umanitario complesso e fragile, che non può sostituirsi a una soluzione politica sempre più lontana.

Manifestare a Gaza City è come farlo a New York, Washington o Bruxelles: significa lanciare l’ennesimo grido di allarme, che continua a non ricevere risposte.

 

(Foto di Stefano Nanni)

 

http://www.osservatorioiraq.it/palestina-l%E2%80%99assistenza-umanitaria-che-non-sostituisce-la-politica

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