PALESTINA. Le agognate alternative al Protocollo di Parigi (I parte)

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09 mar 2018

Se il Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas è davvero intenzionato a prendere le distanze dalla dipendenza dalla mediazione USA e dalla collaborazione con Israele, dovrebbe seriamente considerare le alternative al Protocollo Economico di Parigi, firmato nel 1994, che definisce i parametri per le relazioni economiche tra Israele e i Territori Palestinesi Occupati (OPT)

Manifestazione contro i tagli del governo palestinese nella Striscia di Gaza. (Foto tratta dal sito al-Hourriah)

Nur Arafeh*    al-Shabaka

* (Traduzione Elena Bellini)

Roma, 9 marzo 2018, Nena News – Abbas aveva già chiesto a Jared Kushner, senior advisor del Presidente degli USA Donald Trump, di modificare il protocollo nell’agosto del 2017, quando le due parti ancora si parlavano. E non c’è da stupirsi: secondo una delle principali premesse del Protocollo, la cooperazione economica israelo-palestinese in ambito regionale avrebbe dovuto promuovere il benessere dei palestinesi; il Protocollo ha invece reso i palestinesi ancor più dipendenti da Israele, diventando così il bersaglio della loro rabbia popolare. Perfino qualche funzionario della PA ha chiesto che sia stabilito un nuovo accordo.

È estremamente improbabile che Israele o l’attuale amministrazione USA facciano qualcosa per cambiare lo status quo. Il fatto che il Likud, partito del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, abbia recentemente approvato una risoluzione che sollecita l’annessione di larga parte della Cisgiordania dimostra fino a che punto Israele si sia spinto nel disprezzo dei diritti dei palestinesi. Stando così le cose, i palestinesi devono difendersi da soli e, relativamente al Protocollo di Parigi, inventare una nuova strategia basata su una prospettiva politica chiara che spiani il terreno al cambiamento economico.

Il presente documento di sintesi contiene un’analisi critica del Protocollo di Parigi per i non esperti in materia. Dimostra innanzitutto come il Protocollo abbia reso il mercato palestinese vincolato e fortemente dipendente da Israele, con un focus specifico sulle relazioni commerciali e sul regime fiscale per evidenziare le ripercussioni del Protocollo sull’economia palestinese. Le conclusioni presentano possibili piani economici futuri che siano sostenibili per i Palestinesi, volti a promuovere un futuro politico ed economico equo.

Un mercato palestinese vincolato e dipendente da Israele

Nel 1994, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e il governo di Israele firmarono il Protocollo di Parigi, che era collegato agli Accordi del Cairo e Oslo II. Tale protocollo stabiliva un “accordo contrattuale” volto a formalizzare le relazioni economiche, prima stabilite unilateralmente da Israele, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza per un periodo transitorio di 5 anni. Nonostante tale termine sia scaduto 19 anni fa, il protocollo continua tutt’ora a costituire la base delle relazioni economiche tra le due parti, ed è il quadro di riferimento principale per la condotta economica, monetaria e fiscale dell’Autorità Palestinese.

Il principale obiettivo del Protocollo di Parigi era “porre le basi per un rafforzamento dell’attività economica della parte palestinese e per l’esercizio del suo diritto al processo decisionale economico secondo i propri piani e priorità di sviluppo”. Il protocollo ambiva anche a stabilire “una solida base economica” per le relazioni tra le due parti, basata sull‘idea secondo cui il piano economico rappresenta un “pilastro delle relazioni bilaterali”. Il protocollo contiene 11 articoli: due fanno riferimento all’ambito di applicazione, al quadro generale e a un comitato economico congiunto; gli altri nove si riferiscono a commercio, tassazione, importazioni, attività bancarie, organizzazione del lavoro, nonché alle politiche relative ai settori agricolo, industriale e turistico.

Dall’occupazione del 1967 e fino alla firma degli Accordi di Oslo, il regime commerciale de facto tra palestinesi e israeliani era paragonabile all’unione doganale. In teoria, l’unione doganale è un accordo commerciale in cui i Paesi coinvolti permettono la libera circolazione delle merci tra loro e concordano una comune tariffa doganale per le importazioni da altri Paesi. Tuttavia, nella relazione di “unità doganale” tra Israele e l’Autorità Palestinese, entrambi applicano la politica commerciale di Israele, cioè le tariffe doganali e altri regolamenti di Israele tranne che per pochi, specifici beni. In altre parole, il Protocollo di Parigi ha formalizzato un’unione doganale in cui la politica commerciale di Israele viene imposta a Cisgiordania e Gaza.

Inoltre, il prodotto interno lordo dei Territori Occupati (in dollari) ammontava, nel 2016, a 13.397 miliardi, una percentuale minima, circa il 4,2%, di quello di Israele. Il fatto che il protocollo non tenga in considerazione il divario tra le due economie è un grosso problema, visto che la struttura tariffaria necessaria alla ricostruzione di un’economia palestinese indebolita è molto diversa da quella adatta a un’economia industrializzata come quella di Israele. Quindi, anche se l’unione doganale fosse stata applicata alla perfezione, come stabilito dal protocollo, avrebbe avuto un impatto negativo sull’economia palestinese, dato che non risponde ai suoi bisogni.

L’applicazione contraddittoria e a senso unico dell’unione doganale da parte di Israele ha solo peggiorato le cose per l’economia palestinese. Sulla carta, il Protocollo di Parigi ha consentito la circolazione di beni agricoli e industriali tra le due parti, e ha permesso ai palestinesi di avere legami commerciali diretti con altri Paesi. Tuttavia, in violazione del Protocollo di Parigi, a partire dagli anni ‘90 Israele ha imposto restrizioni alla circolazione dei beni tra Israele e i Territori: i beni, cioè, potevano circolare liberamente da Israele verso i Territori, ma non viceversa.

Israele ha anche imposto restrizioni alla circolazione di beni all’interno dei Territori Occupati. Dal 1997, Israele ha tentato di isolare la Striscia di Gaza dalla Cisgiordania, e l’assedio israeliano decennale su Gaza ha ulteriormente ostacolato le relazioni commerciali tra le due aree. Le politiche israeliane di chiusura hanno distrutto anche le relazioni commerciali all’interno della Cisgiordania. La conseguente frammentazione del sistema economico dei Territori in piccoli mercati disconnessi tra loro ha incrementato i tempi e i costi di trasporto dei beni – intermedi, finali, locali o importati – da una zona all’altra della Cisgiordania.

Inoltre, le politiche di chiusura imposte da Israele e alcuni ostacoli non tariffari hanno pesantemente ridotto il commercio con l’estero. Alcuni esempi di tali misure: non riconoscimento da parte di Israele delle certificazioni palestinesi, tempi lunghi per le verifiche di conformità e lista dei “beni a duplice uso”, beni cioè che, secondo Israele, possono essere utilizzati sia per scopi militari che per scopi civili, e che sono quindi vietati o soggetti a interminabili procedure di sicurezza. Questi provvedimenti israeliani violano il Protocollo, che riconosce all’import/export palestinese un trattamento pari a quello dell’import/export israeliano.

Di conseguenza, i Territori Occupati sono diventati un mercato vincolato per le esportazioni da Israele. Secondo un report del 2016 della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), Israele ha recentemente beneficiato dell’85% dell’export palestinese e “rappresenta oltre il 70%” dell’import palestinese. I Territori Occupati rappresentano, invece, solo il 3% degli scambi commerciali israeliani”.

Nonostante sia così sfavorevole agli interessi palestinesi, è molto improbabile che l’unione doganale venga sostituita da un qualsiasi altro sistema commerciale finché gli interessi strategici di Israele resteranno gli stessi. Quindi, la scelta dell’unione doganale invece di una zona di libero scambio, come inizialmente chiesto dai palestinesi, non era dettata sostanzialmente dagli interessi economici di Israele, ma piuttosto dall’interesse politico a mantenere una “no-state solution”. Come fa notare Amal Ahmad, l’unione doganale non prevede la delimitazione delle frontiere, né la loro eliminazione, o integrazione. Ciò ha permesso a Israele di rimandare del tutto la questione dei confini, mantenendoli provvisoriamente mentre procede con la colonizzazione e l’isolamento dei Territori Occupati. Quindi, non solo questo sistema distorto causa sofferenza all’economia palestinese, ma la potenza superiore non ha nemmeno intenzione di cambiarlo finché è utile ai suoi interessi.

(La seconda parte continua domani)

 

PALESTINA. Le agognate alternative al Protocollo di Parigi (I parte)

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