PALESTINA. Le agognate alternative al Protocollo di Parigi (II parte)

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10 mar 2018

Se il Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas è davvero intenzionato a prendere le distanze dalla dipendenza dalla mediazione USA e dalla collaborazione con Israele, dovrebbe seriamente considerare le alternative al Protocollo Economico di Parigi, firmato nel 1994, che definisce i parametri per le relazioni economiche tra Israele e i Territori Palestinesi Occupati (OPT)

 

Nur Arafeh*    al-Shabaka

* (Traduzione Elena Bellini)

Per la prima parte clicca qui

Roma, 10 marzo 2018, Nena News –

Il controllo israeliano sul gettito fiscale palestinese

Il Protocollo di Parigi ha formalizzato un sistema fiscale in cui Israele riscuote i dazi doganali sulle importazioni dall’estero che sono destinate al mercato palestinese ma che devono prima passare per Israele. Israele riscuote anche le imposte indirette (IVA e altre) sui prodotti israeliani venduti al mercato palestinese e le imposte sui redditi e le prestazioni sociali dai palestinesi che lavorano in Israele o nelle colonie israeliane. Israele dovrebbe trasferire mensilmente tali introiti, anche detti entrate fiscali, all’Autorità Palestinese, trattenendo una commissione del 3%.

Il sistema del gettito fiscale ha garantito all’Autorità Palestinese l’accesso a risorse importanti, perché, prima della firma del protocollo, praticamente tutte le tasse dirette e indirette pagate dai palestinesi nei Territori Occupati venivano trattenute da Israele, ma nello stesso tempo ha dato a Israele un immenso potere sulle entrate palestinesi. Per esempio, nel bilancio del 2017 dell’Autorità Palestinese, le entrate fiscali rappresentavano il 66% delle entrate totali, il che significa che Israele ha il controllo su circa i due terzi delle entrate dell’Autorità Palestinese. Il Protocollo di Parigi ha, di fatto, privato l’Autorità Palestinese della sovranità sulle proprie entrate fiscali e quindi sulla sua stessa sopravvivenza. Israele esercita questo controllo trattenendo le entrate fiscali palestinesi come misura punitiva o per fare pressione politica sui palestinesi (v. esempi in tab.1).

Tabella 1

Epoca in cui il gettito fiscale palestinese è stato trattenuto da Israele

     

Contesto

2006                                                    elezioni legislative palestinesi e salita al potere di Hamas

Novembre 2011                                 tentativo palestinese di ottenere il riconoscimento diplomatico all’UNESCO

Dicembre 2012 – Gennaio 2013       accoglimento della domanda palestinese a membro osservatore alle Nazioni Unite

Dicembre 2014 – Aprile 2015          istanza palestinese di adesione alla Corte Penale Internazionale

Un’altra conseguenza degli accordi del Protocollo di Parigi è la perdita fiscale, o la trattenuta del gettito fiscale destinato all’Autorità Palestinese che resta nelle mani di Israele. Per esempio, Israele considera beni d’importazione solo quelli che vengono direttamente importati nei Territori Occupati attraverso i porti israeliani. Le importazioni indirette (beni esteri che vengono prima importati in Israele e quindi re-esportati nei Territori Occupati) non sono considerate importazioni, anche se la loro destinazione finale è la stessa. Ne consegue che le tasse di importazione pagate su questi beni vengono riscosse da Israele senza essere poi versate all’Autorità Palestinese.

Nemmeno le imposte sugli acquisti e le accise sui beni israeliani esportati nei Territori Occupati vengono versate all’Autorità Palestinese, tranne nel caso di prodotti petroliferi, sigarette e bevande alcoliche. Infine, il versamento dell’IVA e di altre tasse derivanti dagli acquisti diretti dei palestinesi sul mercato israeliano è subordinato alla presentazione di un documento fiscale di liquidazione che provi la vendita o l’acquisto dei beni tra i due mercati. In caso di mancata presentazione di tale documentazione, Israele trattiene tutti i proventi.

Il considerevole ammanco nel gettito fiscale ha avuto pesanti ripercussioni sull’economia palestinese. Uno studio dell’UCTAD del 2014 ha confermato una perdita di oltre 310 milioni di dollari nel 2011, conseguenza dell’importazione da, o attraverso, il mercato israeliano. Il costo stimato di tale perdita equivale al 17% delle entrate fiscali totali, e costituisce il 4% della perdita di PIL e circa 10.000 posti di lavoro all’anno.

Inoltre, bisogna sottolineare che la scelta di un sistema fiscale in cui Israele sceglie di riscuotere le entrate e di trasferirle poi all’Autorità Palestinese è in linea con il tentativo israeliano di mantenere una “no-state solution” nei Territori Occupati, proprio come la scelta di unione doganale descritta sopra. Il sistema fiscale non permette ai palestinesi di avere il controllo delle proprie frontiere e di sganciarsi così da Israele, né permette l’integrazione nell’economia israeliana. Quindi, una “no-state solution”.

Andare oltre il protocollo

Cos’è che potrebbe sostituire un sistema commerciale così sbilanciato, che dissangua l’economia palestinese e tiene i palestinesi incatenati agli interessi israeliani di sfruttamento? Di solito vengono proposti principalmente due percorsi. Il primo è un perfezionamento dell’unione doganale con Israele. Tuttavia, il regime commerciale come inteso dal Protocollo di Parigi si è rivelato deleterio per gli interessi politici ed economici palestinesi, perché il problema è la struttura stessa del protocollo, non solo la violazione israeliana dei suoi termini.

Ciò ha fatto sì che siano sempre più numerosi i ricercatori che arrivano alla conclusione che le modifiche al Protocollo di Parigi sarebbero inutili e che i Palestinesi dovrebbero liberarsene. Quindi, un’alternativa per i palestinesi è proporre un nuovo regime commerciale. Tale regime commerciale dovrebbe prevedere due disposizioni, un’area di libero scambio (ALS) o una politica commerciale non discriminatoria.

Un’area di libero scambio consente il libero scambio tra i Paesi membri. Tuttavia, a differenza dell’unione doganale, ogni Paese ha la propria politica commerciale nei confronti dei Paesi terzi, il che rende necessarie le barriere doganali. L’istituzione di un’area di libero scambio, e quindi di barriere doganali, metterebbe fine alla perdita fiscale e permetterebbe all’Autorità Palestinese di strutturare la propria politica per le importazioni in modo che risponda alle necessità di sviluppo. Nelle passate negoziazioni, l’Autorità Palestinese ha mostrato una netta preferenza per questa soluzione, perché potrebbe consentire una maggiore indipendenza politica.

In un sistema di politica commerciale non discriminatoria, l’Autorità Palestinese potrebbe adottare unilateralmente la propria politica commerciale, senza offrire o ricevere un accesso privilegiato da o verso Israele. Quindi, a differenza dell’unione doganale e dell’area di libero scambio, che facilitano l’importazione di beni da partner commerciali privilegiati, in un sistema commerciale non discriminatorio l’Autorità Palestinese fisserebbe la stessa tariffa di importazione a qualsiasi Paese e questo assicurerebbe maggiore equità. Va da sé che, per poter stabilire una propria politica commerciale, l’Autorità Palestinese dovrebbe poter controllare le proprie frontiere.

Secondo un’altra ipotesi, un recente studio del Palestine Economic Policy Research Institute (MAS) ha proposto una nuova struttura tariffaria palestinese in linea con gli interessi di sviluppo palestinesi, realizzabile con una continuazione dello status quo sfruttando il Protocollo di Parigi, oppure con una politica commerciale palestinese non discriminatoria indipendente, che si baserebbe sulla promozione dell’industrializzazione. Tale regime commerciale autonomo, che richiederebbe la sovranità palestinese e l’istituzione di frontiere ben definite tra palestinesi e israeliani, è da molti considerato imprescindibile per un futuro Stato di Palestina indipendente e per la sua economia, soprattutto perché permetterebbe di applicare un regime tariffario palestinese autonomo a tutte le importazioni, rispondendo alle necessità economiche e di sviluppo palestinesi.

Sono necessarie, poi, ulteriori ricerche per approfondire in che modo i settori agricolo e industriale possano essere valorizzati come parte della lotta contro l’espropriazione delle terre da parte di Israele, e in che modo questi settori potrebbero sviluppare un’economia produttiva che riduca la dipendenza da Israele. E, dato che il boicottaggio dei beni israeliani può far costare di più l’occupazione, proteggendo i prodotti palestinesi, bisognerebbe concentrare gli sforzi per incoraggiare e sostenere la produzione locale e assicurarne l’alta qualità.

Tuttavia, qualunque sia l’opzione scelta, i palestinesi devono sviluppare una prospettiva e una strategia economica che siano chiare e guidate dai progetti e interessi politici. Quindi, la domanda fondamentale a cui rispondere, relativamente a questa prospettiva e strategia economica, è in quale quadro politico debba essere presentata, e quali siano i limiti dell’ “economia palestinese”.

Nella letteratura di economia dello sviluppo pre-Oslo, la linea di pensiero dominante sullo sviluppo economico era geograficamente limitata ai confini del 1967, e l’economia era intrinsecamente legata ai confini politici e alla creazione di uno Stato nazione. Quindi, molti ricercatori si sono concentrati sulla “sostenibilità economica” di un futuro Stato di Palestina.

Invece, in una certa letteratura accademica post-Oslo (in contrapposizione a quella delle organizzazioni internazionali), la lotta palestinese è stata ridefinita come lotta anticolonialista basata sui diritti, piuttosto che come progetto di Stato nazione. Molti studiosi chiedono di non limitarsi al campo ristretto della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, e di riunire invece tutto il capitale umano del corpo politico palestinese, compresi i palestinesi cittadini di Israele e i palestinesi della diaspora. In che modo questa ridefinizione della lotta palestinese impatterà sulla comprensione del “sistema economico palestinese” e della prospettiva economica futura, è una domanda ancora senza risposta.

Note:

  • Parte dell’analisi contenuta nel presente documento è basata su uno studio evolto dall’autrice mentre era ricercatrice al Palestine Economic Policy Research Institute (MAS)

  1. Il Protocollo di Parigi permette all’Autorità Palestinese di applicare la propria politica di importazione e doganale a quantità limitate di beni specifici, come piccoli utensili.

  2. Calcolo dell’autrice basato sui dati della Banca Mondiale

Nur Arafeh

Analista di Al Shabaka, Nur Arafeh è stata Palestine Policy Fellow dal 2015 al 2017. Oggi è una borsista Rhodes e sta svolgendo il suo dottorato in Sviluppo Economico all’Università di Oxford. Precedentemente è stata Ricercatore Associato al Palestine Economic Policy Research Institute (MAS) e Visiting Lecturer of Economics al Al-Quds Bard College. Ha ottenuto due Bachelor’s Degree in Scienze Politiche ed Economiche, al Paris Institute of Political Studies-Sciences Po (Istituto di Studi Politici di Parigi) e alla Columbia University, nonché un Master of Philosophy in Development Studies (Studi sullo Sviluppo) all’Università di Cambridge. Nena News

PALESTINA. Le agognate alternative al Protocollo di Parigi (II parte)

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