Palestina, le sfide del Tribunale Russell

Un team di specialisti lavora per i prigionieri palestinesi. Parlano i suoi membri.

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sabato 7 dicembre 2013 09:03
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Il più noto prigioniero politico palestinese, Marwan Barghouti

di Eleonora Pochi

Roma, 7 dicembre 2013, Nena News – Il Tribunale Russell affonda le radici negli anni ’60, quando su iniziativa del filosofo ed attivista Bertrand Russell viene convocata una sessione per il Vietnam, al fine di far emergere eventuali crimini di guerra commessi dagli USA durante il conflitto vietnamita e a cui prende parte anche Lelio Basso, avvocato penalista italiano. Ne scaturiscono altre sessioni, come quella per i diritti umani in Cile, sulle violazioni dei diritti umani in psichiatria e successivamente vengono analizzate la situazione irachena(2004) e palestinese(2009 ad oggi).

Dopo l’operazione militare israeliana “Piombo Fuso” contro la Striscia di Gaza, un gruppo di personalità internazionali decide di lavorare per indagare sulle violazioni del diritto internazionale.

Nell’ambito di un incontro di alcuni promotori del Tribunale Russell per la Palestina (TRP), organizzato per il lancio della Campagna internazionale per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri politici palestinesi – a cura di AssoPacePalestina e Fondazione Lelio e Lislie Basso – è intervenuto Pierre Galand, membro della sessione per la Palestina e ex senatore belga: “È da circa 60 anni che sosteniamo il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione, ma ogni cosa che facciamo sembra non basti per provocare un cambiamento nella comunità internazionale. Israele non potrebbe agire da solo, se non avesse complici. Quindi – spiega Galand – abbiamo iniziato ad investigare anzitutto sui complici. Dopo il 2009, ci siamo organizzati per la prima sessione internazionale per la Palestina, riunendoci a Barcellona”.

Nel primo round si lavorava con l’intento di condannare la complicità dell’Unione Europea ma dai 27 Stati membri, oltre che qualche risposta formale all’invito di partecipazione al Tribunale, non c’è stato cenno di apertura, tant’è che, benché ci fosse una notevole partecipazione della società civile, “il giorno in cui avevamo fissato il confronto con gli Stati UE, abbiamo sistemato 27 sedie vuote, specificandone il significato”.

Dopo la sessione di Barcellona, l’appuntamento di Londra nel novembre del 2010 ha approfondito la questione della responsabilità delle multinazionali. “Abbiamo incoraggiato un processo di advocacy nei confronti di aziende le cui filiali operano nelle colonie. Abbiamo ricevuto un buon riscontro, per esempio da Dexia – gruppo finanziario internazionale – che ha dichiarato di impegnarsi affinché le proprie filiali non operino nelle colonie israeliane”.

Il Tribunale Russell incoraggia il boicottaggio come reazione al non intervento statale e/o del mercato. “Durante il lavoro svolto in cinque anni abbiamo visto che il TRP dimostra capacità di restituire forza al diritto internazionale – conclude Galand – Oggi assistiamo alla noncuranza di molti Paesi verso la normativa internazionale. A Ginevra si discute molto sui diritti umani ma, quasi sempre, non si agisce mai. Israele gode di una specie di immunità. Abbiamo cominciato a costruire un grande movimento ed oggi la campagna mondiale di boicottaggio è un importante strumento per costringere le classi politiche ad ascoltare”.

Ad un anno di distanza dall’incontro londinese, segue la sessione di Cape Town in cui l’èquipe internazionale analizza e discute la condizione effettiva dei diritti negati al popolo palestinese da parte dello Stato di Israele. In merito, Nurit Peled-Elhanan, israeliana ed insegnante di Lingue ed Educazione all’Università Ebraica di Gerusalemme, nonché membro del TRP, ha detto: “Non sono molto ottimista. Forse perché ci vivo. Perché qualsiasi cosa dice il governo israeliano è una falsità. So che continuerà ad ingannare tutto il mondo. La UE deve avere veramente il coraggio di non collaborare con le colonie”.

Nurit è autrice del libro “La Palestina nei testi scolastici israeliani: ideologia e propaganda nell’istruzione”, in cui spiega come la propaganda razzista israeliana venga diffusa attraverso l’educazione dei piccoli: “Israele utilizza l’Olocausto come leva per la sua istruzione razzista. Anche i bambini israeliani sono vittime di un grave crimine, di ricevere un educazione razzista”. Ci tiene a precisare la precarietà assoluta che regna in tutti gli ambiti della vita dei palestinesi: “Quando si pensa all’occupazione ci si deve ricordare anche di tutti i bambini palestinesi uccisi e agli oltre 6000 menomati. Nella Striscia oltre 300mila bambini non possono andare a scuola, perché Gaza è sommersa dai liquami. Stanno morendo di una morte lenta. I neonati muoiono all’ospedale”.

E focalizzandosi sull’importanza della campagna internazionale per la liberazione dei prigionieri palestinesi lanciata in Italia lo scorso 5 dicembre a Roma, ha aggiunto: “Dedico queste mie parole ai 700 che sono stati portati via dalle loro case di notte, arrestati, maltrattati e spesso torturati, incarcerati per mesi, se non anni. Parlo di bambini. Dai 4 fino ai 16 anni. Tutti loro non sono stati ascoltati”. Nel sentire tutto questo da Nurit, fa venire i brividi. Proprio da lei. Una mamma che porta nel cuore il dolore eterno dell’uccisione di una figlia, Smadar Elhanan, tredicenne ammazzata da un attacco suicida a Gerusalemme nel 1997.

“Israele distrugge la cultura – conclude – Applica diritti di cittadinanza selettiva e distrugge la capacità della società di riprodursi, privandola di ogni autonomia. Questi sono segni di quello che io definisco ‘sociocidio’. Israele priva i palestinesi del loro passato e del loro futuro, condannandoli ad una mera sopravvivenza. Non conosco nessuno che abbia ucciso un palestinese e sia finito in carcere. E visto che le grandi istituzioni mondiali non sono riuscite a punire i crimini di Israele, la società civile deve farlo. Bisogna smetterla di chiamare Israele ‘democrazia’”.

Leyla Shahid, prima donna palestinese ad essere ambasciatrice, promotrice del tribunale Russell per la Palestina: “Stiamo vivendo un periodo della politica mondiale molto difficile. Il movimento delle rivoluzioni arabe è temporaneamente democratico, benché sia riuscito a debellare alcune dittature. Così come s’è andata affermando una visione demoniaca dell’Islam, generatasi con Bin Laden. Tutto questo ha portato ad un impeto molto forte, di estrema destra, in tutto il mondo. Perfino nelle capitali europee. Ed è un motivo di enorme preoccupazione. Dobbiamo combattere il tentativo di strumentalizzare la libertà di culto e di manifestazione del pensiero”.

Anche Leyla sottolinea l’importanza del ruolo svolto dalla cittadinanza attraverso l’advocacy e il boicottaggio: “Bisogna batterci per la liberazione di tutti i prigionieri politici. Dobbiamo far prevalere le motivazioni giuridiche. Il diritto. Ci sono prigionieri malati di cancro che non ricevono le cure necessarie, ad esempio”. E riferendosi a Marwan Barghouti: “Nelson Mandela non è stato solo liberato. È diventato presidente e ha stabilito la Pace con de Klerk”.

Leyla Shahid ha precisato infine che il Tribunale Russell può svolgere la funzione di osservatore delle nuove linee guida stabilite dall’UE, che impedirebbero finanziamenti alle colonie.“È sbagliato pensare che boicottare significa essere razzisti. È un efficace strumento per dissentire da accordi ed azioni criminali”.

Tutte i relatori, storici attivisti per i diritti umani, sono convinti che attraverso una campagna internazionale si riuscirà ad ottenere la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi, tra cui Marwan Barghouti, leader amato dal popolo palestinese, sostenitore della nonviolenza e dei diritti umani. “Quando vi verrà chiesto da che parte state, scegliete sempre la parte della libertà e della dignità contro l’oppressione, dei diritti umani contro la negazione dei diritti, della pace e della convivenza contro l’occupazione e l’apartheid. Solo così si può servire la causa della pace e agire per il progresso dell’umanità”, ha scritto Barghouti dalla cella n. 28 del carcere di Hadarim. Nena News

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=92675&typeb=0&Palestina-le-sfide-del-Tribunale-Russell

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