Palestina. I luoghi e la memoria

Due giorni di riflessione sul ruolo della cultura nella resistenza, organizzati da Cultura È Libertà. Intervista con Salim Tamari, sociologo e storico palestinese.VIDEO

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mercoledì 15 gennaio 2014 08:46

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di Giorgia Grifoni

Roma, 15 gennaio 2014, Nena News – Cancellare una cultura intera si può. Ma non sempre riesce. In almeno tre quarti della Palestina storica, da ormai un secolo, questa distruzione sembra quasi riuscita: cambiati i toponimi, cancellati gli antichi paesaggi, sostituiti gli abitanti, la memoria sembra quasi perduta. Nel resto dei territori palestinesi, la colonizzazione continua il suo lavoro di cancellare e riscrivere. Come a Gerusalemme, dove grandi progetti archeologici israeliani mirano a spazzare via interi quartieri palestinesi per far posto a installazioni pseudo-storiche. O a Hebron, diventata simbolo della riconquista della Terra si Israele dopo che in essa ha preso vita uno dei miti dello Stato ebraico.

Eppure, la memoria continua a sopravvivere: a ridosso del muro, in una chiave di un campo profughi del Libano. In una valigia portata in Europa. Di questa “resistenza culturale” si è parlato lo scorso week end a Roma, nel corso della campagna “Cultura È Libertà” organizzata dall’omonima associazione e promossa, tra gli altri, dall’associazione “Un ponte per”. Ospite d’onore il professor Salim Tamari, dell’Institute for Palestine Studies dell’Università di Bir Zeit, autore di opere di sociologia politica, storia e società del Mediterraneo. Accanto a lui il professor Wasim Dahmash, ordinario all’Università di Cagliari, la giornalista Luciana Castellina ed Elisabetta Donini, che ha anticipato i percorsi di”Palestina Raccontata. Viaggi dall’occidente, viaggi dell’interno”, un programma in sei sessioni, con incontri, film e musica, frutto del lavoro della prof. Ada Lonni, dell’Università di Torino. Due giorni per parlare di una questione che sembra aver perso molto interesse nel mondo della politica e dell’opinione pubblica,offuscata dagli avvenimenti che hanno recentemente sconvolto il Medio Oriente e il Nord Africa.

La prima giornata è incentrata sul “memoricidio”, come lo storico Ilan Pappé ha definito il processo di cancellazione della presenza palestinese iniziato dai coloni sionisti nel 1925 con la creazione del “Naming Committee”: organismo figlio del Fondo Nazionale Ebraico che aveva il compito di dare nomi ebraici a località, insediamenti e strade nella Palestina sotto il mandato britannico. Nel 1949, dopo la fondazione dello Stato di Israele, il primo ministro David Ben-Gurion annunciò la rinascita del Naming Committee – reo di aver lavorato male sotto le autorità britanniche – per dare nomi ebraici a “località, monti, valli, fonti e strade”. “La cancellazione della cultura del luogo – ha spiegato Wasim Dahmash – è stato il primo passo che ha permesso agli storici sionisti di creare la storia nazionale di una nazione che non esisteva. E cioè di episodi che si presumono storici, ma che non sono verificabili”.

Una memoria tutta nuova costruita a opera d’arte, fatta di miti e tradizione biblica, per una “terra senza popolo”, come affermavano i sionisti. La tesi di una Palestina incolta e disabitata all’arrivo dei primi coloni ebrei è confutata sia dall’evoluzione storica dell’area – Bilad al-Shams, o la Grande Siria – sia da studi specifici che mostrano l’urbanizzazione del territorio di pari passo con gli altri paesi affacciati sul Mediterraneo. Salim Tamari è uno degli storici che più si è occupato dell’identità “Mediterranea” della Palestina, un concetto che ha più volte posto il problema della difficoltà di individuazione di un’identità tutta palestinese: “La Palestina – spiega Tamari – ha sempre avuto tratti in comune con i Bilad al-Shams, ma anche con le culture dell’Europa del Sud. Mediterranea, Levantina, Araba, Musulmana: era un’identità frutto di tante culture fuse insieme. Quest’unità, tipica di quella regione, colludeva invece con la ricerca degli ebrei di un’identità Mediterranea ed Europea, che rifuggisse dal suo ambiente arabo-musulmano. E che alla fine ha prevalso”.

I “rozzi arabi” con cui dalla fine del ‘700 all’inizio del ‘900 i viaggiatori europei avevano infarcito i loro romantici ritratti della Palestina era invece sulla via della modernizzazione: un’urbanistica moderna, opera dei sovrani ottomani, si affiancava ora alle rotte mercantili, da sempre molto affollate in questa provincia meridionale di Istanbul. Jaffa, fiore delle città costiere, era la capitale economica. Gerusalemme quella sincretica e religiosa. Le piazze, nuove creazioni di sfera pubblica, avevano trasformato le cerimonie religiose in cerimonie pubbliche. La Grande Guerra aveva accelerato il processo, con la costruzione di ferrovie, telegrafi e con l’arrivo dell’elettricità e delle nuove tecnologie. “Era questo – spiega Tamari – il conflitto in atto in Palestina a quel tempo: il conflitto tra due modernità. Una nazione diasporica contro i resti di una società mediterranea. La guerra del 1948 ha distrutto molte città costiere, disperso la popolazione e smembrato la cultura urbana mercantile. Quel che è successo qui è diverso dalle altre realtà postcoloniali: in Palestina non si tratta solo di liberazione – conclude Tamari – ma di ricostruzione radicale della società”.

Un percorso, spiega Luciana Castellina, che non poteva andare altrimenti a quell’epoca: “L’operazione israeliana è stata possibile perché Israele stesso è un pezzo di cultura europea laggiù. L’imperialismo passava per la cultura, per la pretesa che la vera modernità fosse quella europea”. E la cultura, secondo la Castellina, è il primo passo verso la resistenza politica: “Tutta la produzione culturale palestinese è legata alla resistenza. Tutti i suoi autori sono militanti. L’identità palestinese è stata smarrita con la perdita della terra, una perdita così violenta che ci sarebbe stato il rischio che questa cultura si chiudesse dentro una fortezza. Invece – conclude la Castellina – il merito degli intellettuali palestinesi è stato quello di non lasciarla rinchiusa, ma di farla entrare in dialettica con altre culture“. Insomma, diffondendola, di salvarla.

Ma cosa resta della cultura palestinese nei territori occupati? La guerra, come spiega Salim Tamari, sta cambiando il territorio sia geograficamente che psicologicamente. E i negoziati, che non sembrano andare da nessuna parte, rischiano di essere gli ultimi, allontanando per sempre una soluzione territoriale basata su due stati. Intervista a cura di Sonia Grieco e Francesca Gnetti. Nena News.

Palestina. I luoghi e la memoria

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