Palestina. Naji al-Ali, l’arte di disegnare la resistenza

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A 65 anni dalla Nakba, la ‘catastrofe’ del 1948, un libro ripercorre l’opera di Naji al-Ali, indimenticato vignettista e padre intellettuale di Handala: quel bimbo di spalle vestito di stracci che è diventato il simbolo della Palestina. L’omaggio di Osservatorioiraq.it al suo lavoro, con un’intervista al figlio.

Naji al-Ali lo presenta così: “Handala è nato a dieci anni, e avrà sempre dieci anni. È  a questa età che ho dovuto lasciare la patria. Quando Handala tornerà in Palestina avrà sempre dieci anni e solo allora comincerà a crescere. Le leggi della natura non si applicano a lui, perché è un’anomalia, come lo è perdere la propria patria. Quando tornerà in Palestina, quando tornerò in Palestina, tutto tornerà ad essere normale”.

Handala, in Palestina, è ovunque. È un murales dipinto sul Muro di segregazione israeliano; è un ciondolo inciso nel legno, appeso al collo dei giovani dei campi; è impresso sulle bandiere durante una manifestazione; è appeso al mazzo di chiavi della casalinga, decora le magliette degli attivisti internazionali. Handala è la Palestina perché, forse più di ogni altro simbolo, racconta la sua storia. 

Quella del suo popolo, costretto dal ’48 a una diaspora senza fine in cui lo stesso Naji al-Ali è coinvolto. Riparato in un campo profughi in Libano dall’età di 10 anni, arrestato per la sua attività politica in giovane età, quindi assassinato nel 1987, a Londra: un omicidio senza colpevoli, perché di colpevoli forse ne aveva troppi.

Ha 10 anni Handala quando è costretto a lasciare la sue terra, la stessa età del vignettista che lo ha creato. Volta le spalle al mondo, perché la sua indifferenza nei confronti della tragedia palestinese è troppo grande. Incrocia le braccia dietro la schiena e osserva, contrariato, l’ingiustizia che ai danni del suo popolo si consuma.

Attende, vestito di stracci, che l’ordine sia ristabilito, che sia fatta giustizia, di poter finalmente tornare a casa. Sessantacinque anni dopo quella diaspora, Handala attende ancora di potersi voltare. 

Resta di spalle e osserva, contrariato, l’indifferenza della comunità internazionale e del mondo arabo di fronte ai soprusi che proseguono, a una giustizia che tarda ad arrivare. Il suo creatore, Naji al-Ali, non è solo il più grande vignettista palestinese: è stato il primo a disegnare la sua storia e la sua patria in una vignetta. Precursore di quella satira politica fatta di tratti decisi, nero su bianco, che non lasciano spazio all’interpretazione e non fanno sconti a nessuno, capaci di raccontare la realtà crudele dell’esilio, dello smembramento, della privazione dell’identità.

Sessantacinque anni dopo quella diaspora che ancora continua, a raccogliere la sua opera arriva in Italia un libro: “Filastin. L’arte di resistenza” del vignettista palestinese Naji al-Ali, edito da Eris Edizioni, con una prefazione di Vauro Senesi e un contributo del figlio di Naji, Khaled al-Ali.

Osservatorio Iraq l’ha intervistato.

Tutti ricordano suo padre per il suo lavoro, in particolar modo per l’incredibile patrimonio artistico che ha lasciato, di cui una parte è stata raccolta in questo libro appena pubblicato in Italia. Ma chi era Naji al-Ali per lei?

E’ una domanda che mi viene posta spesso, e sinceramente ne comprendo la ragione solo ora.

Mio padre sfortunatamente passava poco tempo a casa, era spesso fuori per lavoro, anche all’estero. In Libano la guerra civile ci ha separati: era costretto a stare lontano dalla famiglia pur essendo nel nostro stesso paese. Lo ricordo assorbito dal suo lavoro, che vedeva come un impegno civile, una vera e propria missione. Non era solo un mezzo per guadagnarsi da vivere: era la sua vita, e gli era tanto dedito da non riuscire a separarsene. È stato un alto prezzo da pagare per noi, ma lui sentiva di avere una responsabilità come artista: quella di smascherare le ingiustizie subite dal suo popolo, e più in generale dal mondo arabo. Dopo la sua morte mi sono impegnato in prima persona per diffondere e promuovere il suo lavoro: lo ricordo molto più come artista, che come padre.

Il grande successo del suo lavoro consisteva, tra le altre cose, nella forza comunicativa dei suoi disegni. Nel libro si legge che “molti lettori dei giornali con i quali collaborava iniziavano a sfogliarli dall’ultima pagina. Qui trovavano le sue vignette, e capivano che aria tirava…”. Da dove bisognerebbe partire oggi per capire ‘che aria tira’’nel mondo arabo, secondo lei?

E’ una domanda difficile, purtroppo credo che ad osservare le vignette raccolte nel libro, realizzate circa 30 anni fa, sia chiaro per il lettore che potrebbero essere state disegnate solo ieri. Da un certo punto di vista penso che sia una cosa positiva, che ben rappresenta la forza di quelle immagini e la bravura di mio padre nel leggere gli eventi storici nella loro profondità, nel definirli con precisione e anche nel prevederli.

Eppure, d’altra parte, è evidente che oggi affrontiamo gli stessi problemi di ieri. Significa che le questioni che denunciava con il suo lavoro non sono state risolte.

Una caratteristica delle vignette di Naji al-Ali è che sono disegnate sempre in bianco e nero, e mostrano simboli che non lasciano spazio ad interpretazioni. È il caso del contadino povero – che rappresenta la popolazione – insieme alle grasse figure scelte per i politici, e la chiave come simbolo del ritorno. A suo parere oggi manca una forma di linguaggio così chiara e diretta? 

Credo di sì, ed è un paradosso perché dovrebbe essere più facile rispetto al passato comunicare in modo schietto, grazie alla tecnologia disponibile e alla grande varietà dei mezzi di informazione presenti oggi. Quelli che esistevano 20 anni fa erano meno, e molto più controllati dai governi, fattore che limitava la libertà di adottare il tipo di linguaggio che mio padre prediligeva.

Se ne sente la mancanza. Probabilmente oggi si ha più paura del prezzo da pagare per potersi esprimere liberamente.

Suo padre rappresenta una delle figure più importanti, conosciute e rispettate dalla popolazione palestinese, eppure come tanti altri non ha più potuto fare ritorno in Palestina dopo essere stato espulso, nel 1948.

È  la triste realtà con la quale conviviamo tutti i giorni da 65 anni a questa parte. La sofferenza di milioni di palestinesi non è mai cessata dalla tragedia del 1948, e si tramanda ormai da quattro generazioni. E’ una verità che oserei definire ridicola, perché la storia del nostro popolo è un caso unico al mondo. La maggior parte delle persone su questa terra non passa la propria vita pensando costantemente che un giorno potrà vivere in libertà nel suo paese. Io stesso sono uno fra quei milioni di palestinesi che si sentono profondamente tali pur non essendo mai stato in Palestina, sentimento che ci contraddistingue da tutti gli altri e che evidenzia la nostra dedizione totale alla causa.

Il fortissimo legame di Naji al-Ali con la sua terra era tale da fargli affermare di non rispondere a nessuno dei suoi direttori di giornale, perché il suo unico “capo” era la Palestina, alla quale inoltre attribuiva un significato più grande… 

Sì, mio padre considerava la Palestina molto più di uno Stato. È chiaro da alcune sue vignette, come quelle raccolte nella penultima sezione del libro (Valori Universali, ndr): con il passare del tempo si identificava sempre  più con i poveri e gli oppressi, che potevano essere palestinesi, africani, vietnamiti o di qualsiasi altra nazionalità. Mio padre stava – e lo è sempre stato – dalla parte dei più deboli, contro gli oppressori e le disuguaglianze. La Palestina per lui significava questo: stare con i deboli e lottare contro i più forti.

Molto ricorrente nelle vignette di Naji è anche il Libano, un paese martoriato dalle guerre e alla continua ricerca di un’identità unitaria, alla cui storia era molto legato.

Il Libano ha rappresentato per mio padre e la mia famiglia una casa, per quanto scomoda a causa della nostra difficile condizione di rifugiati. Oggi guardo al mio luogo natale con grande tristezza perché fatica ad essere uno solo. Esistono tanti “Libano” divisi da un insieme di conflitti politici, economici e interconfessionali per i quali è difficile intravedere una via d’uscita. La situazione oggi sembra anche peggiore rispetto al periodo in cui ci ho vissuto con la mia famiglia.

Oltre al Libano e alla Palestina, suo padre fu obbligato ad emigrare anche dal Kuwait per stabilirsi alla fine a Londra, dove trovò la morte nel 1987. Perché tutta questa disparità tra l’apprezzamento che riceveva dal pubblico nei paesi arabi e, per contro, l’ostilità da parte dei governi?

Mio padre è stato assassinato perché non ha mai tradito i suoi principi. Non ha mai ceduto ad alcuna offerta di compromesso in nome dei suoi valori, che esprimeva giorno dopo giorno nel suo lavoro quotidiano. Non c’era modo di persuaderlo a cambiare né si poteva indurlo a fare qualcosa contro la sua volontà. Non aveva paura di niente e di nessuno, era determinato a proseguire dritto per la sua strada, da cui gli era impossibile deviare.

Questo atteggiamento infastidiva molti, e qualcuno decise che si trattava di una persona troppo scomoda, da eliminare. Un giorno fece una promessa a mia madre (nel libro a pag. 170, ndr): “Se rimarrò vivo, smaschererò questa situazione che c’è nel mondo arabo, con tutte le sue istituzioni e i suoi regimi, e lo farò su tutti i muri dei paesi arabi se non troverò alcun giornale che mi pubblicherà” Ecco, credo che abbia rispettato la sua promessa.

C’è una parte del libro, da lei già menzionata, che parla di valori universali come la libertà, la resistenza, la democrazia. A quale valore Naji al-Ali dava più importanza?

Alla dignità umana, senza ombra di dubbio. E credo che l’abbia rappresentata in ogni sua vignetta. Trattando di diritti umani, ineguaglianze, libertà di espressione o della pena di morte, usava sempre una grande umanità che si esprimeva attraverso le immagini dei contadini palestinesi, delle donne o dei bambini, che rappresentavano al tempo stesso gli oppressi e i più deboli nel mondo.

Perché è in loro che emergeva maggiormente il concetto di dignità umana, dal quale per lui era necessario partire per costruire davvero un mondo più giusto.

E un valore che si riflette più che in ogni altro personaggio in Handala, il capolavoro artistico di suo padre e oggi il simbolo per eccellenza della resistenza palestinese. Trent’anni fa era un bambino, un rifugiato sempre di spalle perché offeso da ciò che avveniva nella sua terra. Chi è Handala oggi? 

Purtroppo ancora un bambino, rifugiato, girato di spalle. Handala ha ancora dieci anni, la stessa età che aveva mio padre quando fu espulso dalla Palestina. Non è mai cresciuto perché non è mai tornato a casa e perché non ha mai avuto una vita normale, come tutti i bambini palestinesi. La catastrofe iniziata nel 1948 non si è fermata un solo giorno da allora. Bombardamenti, demolizioni, uccisioni, espropri ed esili sono la regola quotidiana per loro.

Per questo Handala non crescerà mai. Non finché questa situazione indegna resterà tale.

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Foto di copertina di Palobserver (Opera propria) [Public domain o CC0], attraverso Wikimedia Commons

 

30 Giugno 2013
di Cecilia Dalla Negra e Stefano Nanni

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