Palestina. Nella terra di Sami, dove i vicini sono coloni

Quella di Sami è una brutta storia di occupazione. Paura, ingiustizia, crimini di ogni tipo. Ma c’è un’umanità che si esprime attraverso il rispetto per i propri vicini. Anche quando sono i coloni di Gush Etzion.   

di Stefano Nanni da al Ma’asara – Betlemme

Si tratta di uno degli insediamenti più popolati, nonché uno dei più remoti. Come sottolinea l’Ong israeliana Peace Now, Gush Etzion non è stato soltanto uno dei primi insediamenti, ma rappresenta anche un precedente per la strategia di sviluppo delle colonie.

Costruire, stabilire fatti sul campo e in seguito chiedere il riconoscimento del governo: e così è stato. Si è cominciato con le sinagoghe e i centri culturali, a difesa dei quali l’Esercito israeliano si è sempre fatto trovare pronto, anche prima dell’approvazione ufficiale della colonia. 

Progressivamente sono sorte ville, palazzi, supermercati e varie infrastrutture che hanno dato vita a un blocco di villaggi che oggi consiste in 12 insediamenti e almeno 15 tra outpost e basi militari, per un totale di circa 70.000 abitanti. Tutto protetto da un efficace sistema di strade, non accessibili ai palestinesi, circondate da altrettante efficaci barriere di filo spinato ad alta tensione.

Dentro una di queste vi è l’avamposto dell’insediamento di Efrat, sede di un campus della OHR Torah Stone, università per gli studi giudaici diffuse in tutto il mondo.

Aldilà della barriera, a un metro di distanza, c’è la terra di Sami.

“Hanno cominciato con una base militare, per poi costruire la scuola e installare prefabbricati. Fanno sempre così” – ci racconta mentre ci conduce verso il suo uliveto. “Al loro posto c’era la casa di mio cugino,  al quale hanno espropriato la terra e distrutto l’abitazione. A me invece hanno costretto soltanto a dissodare il terreno in modo che fosse più basso della strada”.

Dice di non aver avuto fino a ora scontri con i coloni, anche se a volte gli buttano pietre e spazzatura dalla strada oppure ci sono interventi militari.

Come ieri, quando un soldato gli ha imposto di tagliare dei rami di un ulivo che secondo lui toccavano la rete metallica.

Iniziamo la raccolta. Il terreno è ben curato, nonostante la costruzione dell’avamposto abbia comportato la deviazione dei pozzi d’acqua. “Questi però li teniamo nascosti” – ci dice mostrandoci uno dei 2 pozzi costruiti due anni fa grazie a un progetto di cooperazione tra l’Ong palestinese PARC e il governo olandese.

“Se l’esercito dovesse scoprirli potrebbe farli rimuovere subito, così come hanno fatto con le serre, proibite perché potrebbero nascondere attività terroristiche”.

Sami ha già avuto a che fare in passato con l’Esercito. La depressione di cui soffre ancora oggi è una delle conseguenze di questi rapporti. 

Durante l’assedio di Betlemme nel 2002 – durato circa un mese –  sua madre e sua moglie sono state uccise, senza una ragione.

“Era un lunedì di aprile, non ricordo il giorno. Alle 8 di mattina un carro armato ha sparato contro il palazzo in cui abito ancora oggi, a Betlemme. I soldati sono entrati e hanno iniziato a controllare tutte le abitazioni. La nostra porta era socchiusa e senza accertarsi che qualcuno fosse dentro l’hanno fatta saltare con una bomba magnetica. Mia madre e mia moglie sono state scaraventate a terra. Poi hanno inserito, senza entrare direttamente, un tubo di acqua a pressione che ha letteralmente squarciato le loro ferite. Io e i miei figli guardavamo pietrificati”.

Sami parla senza fermarsi, la voce spezzata, ricorda tutto come se fosse ieri.

“Ho tentato di tamponare le loro ferite mentre cercavamo disperatamente di portarle in ospedale, ma è stato tutto in utile. Sono morte sul colpo. L’ambulanza non arrivò prima di tre giorni a causa del coprifuoco imposto da Israele. Quando è arrivata non ha fatto altro che trasportare i cadaveri in obitorio.”

Da quel giorno la sua vita non è stata più la stessa.

Tre giorni passati con i corpi senza vita di sua madre e sua moglie hanno provocato a sua figlia i disturbi mentali di cui soffre in forma cronica ancora oggi. Lui invece non può fare a meno degli antidepressivi, che costano troppo e che non può permettersi in modo costante.

Così come non riesce ad andare dal suo dottore a Nazareth, perché gli occorrono degli ulteriori permessi difficilissimi da ottenere. Ancor più difficile è stato ottenere il permesso per venire in Italia due anni fa, a Firenze, per due mesi.

“Il mio dottore ci consiglia di cambiare aria, stare in quella casa ci fa male, è un dolore quotidiano. Vorremmo andarcene, ma non per sempre. Ci basterebbe un anno, forse, per poi tornare nella nostra terra. Qui, dove io e la mia famiglia siamo nati”.

Ma tutto ciò non è possibile. Sami è palestinese, ottenere permessi per spostarsi da un luogo all’altro, anche all’interno della Cisgiordania, a causa della divisione in zone A, B e C, può comportare lunghi mesi di attesa.

Inoltre andarsene via per un po’ potrebbe aumentare il rischio di perdere la propria terra, senza la possibilità di resistere.

Spostarsi e muoversi liberamente è invece un privilegio garantito ai coloni.

Dall’altro lato della barriera un ragazzo ci saluta, rimane per un po’ a guardarci. Non riesco a rispondere al saluto dopo la storia che ho appena ascoltato. Chiedo a Sami se posso rispondere con un irriverente aleykum salam(il saluto arabo ndr) ma vengo gentilmente zittito.

“A shalom (il saluto ebraico, ndr) si risponde con shalom, altrimenti è una mancanza di rispetto. Sono i miei vicini, e io li rispetto, anche se alcuni di loro non lo fanno con me. Io voglio vivere in pace, non chiedo altro”.

* Su questo blog è possibile seguire il lavoro dei volontari italiani impegnati nella raccolta delle olive nell’ambito del progetto Interventi Civili di Pace – “Raccogliendo la Pace” 2012.

2 novembre 2012

http://www.osservatorioiraq.it/palestina-nella-terra-di-sami-dove-i-vicini-sono-coloni

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