Palestina. Qibya, anniversario di un massacro dimenticato

14 OTT 2012

 Dopo Sabra e Chatila, c’è un altro tragico pezzo di storia che è entrato con forza nella nostra memoria. Ricordiamo ciò che avvenne quel terribile 14 ottobre di cinquantanove anni fa. 

di Stefano Nanni

Per anni la storiografia israeliana l’ha definito “l’incidente di Qibya” o anche noto come “Operazione Shoshana”, dal nome in codice dato dalle IDF.

Nella memoria dei palestinesi, la distruzione dinamitarda di 45 tra case, scuole ed uffici nel villaggio palestinese di Qibya, in risposta alla morte di 3 israeliani in circostanze mai chiarite, è invece solo un “massacro”.

Per tentare di comprendere ciò che è successo, si tenterà di ricostruire i fatti a partire dal lavoro dello storico israeliano Benny Morris.

IL CONTESTO STORICO 

Quelli successivi alla firma dell’Armistizio di Rodi del 1949, che stabilirono i confini provvisori tra Israele, Egitto, Siria, Libano e Giordania – che allora si chiamava ancora Transgiordania,ndr – , furono anni caratterizzati da frequenti scontri armati.

Diversi anche i tentativi dei rifugiati palestinesi di ricongiungersi con le proprie famiglie rimaste aldilà della linea “verde” – da non confondere con quella stabilita nel 1967 – tra Israele e Giordania, che allora manteneva il controllo della Cisgiordania.

In altri casi si trattava di contrabbando di merci e di armi. Il controllo delle due frontiere era affidato alle forze di polizia dei rispettivi Stati, mentre diversi villaggi da ambo le parti si organizzarono autonomamente con delle pattuglie civili per proteggersi da attacchi e rappresaglie.

Secondo Benny Morris, nel suo libro “Vittime”, in questo clima di precaria stabilità l’esercito israeliano adottò la politica delle rappresaglie fuori confine.

Gli scopi erano tre: evitare contraccolpi politici interni, punire i ‘colpevoli’ e dissuadere i loro ‘complici’. 

Il capo di Stato Maggiore Moshe Dayan illustrava così questa politica (pagina 349): “Il solo metodo che si è dimostrato efficace – non giustificato o moralmente corretto, ma efficace – quando gli arabi collocano mine nel nostro territorio è la rappresaglia. Tentare di scoprire i responsabili è quasi sempre impossibile. Ma se colpiamo il villaggio arabo più vicino….la popolazione locale se la prende con i clandestini…..e il governo egiziano o quello transgiordano son costretti a prevenire simili incidenti, perché il loro prestigio è intaccato in quanto gli ebrei li hanno attaccati ed essi sono impreparati alla guerra…. Fin’ora, il sistema della punizione collettva si è dimostrato efficace”.

Il modo di azione più comune di una rappresaglia consisteva in un’incursione notturna in un villaggio arabo aldilà del confine, con un numero limitato di soldati.

La notte infatti rendeva agevole la collocazione di mine, gli attacchi a sorpresa, e soprattutto non permetteva alla popolazione una pronta reazione.

Tra il 1951 ed il 1953 si possono osservare diverse operazioni di questo genere.

Una delle prime avvenne il 6 febbraio del 1951, a Sharafat, sud di Gerusalemme. Per vendicare un omicidio e uno stupro avvenuti a Manahat, nella notte furono fatte esplodere due case, tra le quali quella del mukhtar (il ‘sindaco’ del villaggio), ritenuto membro della banda Mansi, presunta responsabile delle violenze.

Una dozzina di arabi furono uccisi, in gran parte donne e bambini.

Delle dinamiche simili si verificarono l’anno successivo a Beit Jala, presso Betlemme, dove però l’elemento punitivo emerse più chiaramente. Anche in questo caso, lo stupro e l’assassinio di una giovane donna israeliana a Gerusalemme fu la ragione di un’incursione avvenuta la notte del 6 gennaio.

L’obiettivo era ancora una volta il clan Mansi, al quale i servizi segreti israeliani attribuirono una serie di aggressioni in quel perido.

Un plotone dell’IDF fece esplodere due case e ne danneggiò gravemente una terza: 6 morti, di cui due donne e due bambine. In seguito all’attacco fu ritrovato un volantino in cui si giustificava l’azione come risposta ad un “crimine imperdonabile”.

Ufficialmente il governo israeliano si dichiarò estraneo e all’oscuro di tutto (pagina 350).

1953: NASCE L’UNITÀ 101

La gravità e la frequenza degli attacchi punitivi aumentarono nel corso del 1953. Tuttavia, secondo Morris, la loro efficacia non parve così evidente.

A livello diplomatico nacquero tensioni con la Giordania, che minacciò di fare appello ad un trattato stipulato con la Gran Bretagna, secondo il quale quest’ultima avrebbe potuto essere chiamata in causa per difendere Amman.

Inoltre Washington espresse a più riprese il proprio disappunto mentre la Legione Araba schierò due battaglioni lungo il confine con la Cisgiordania.

Ma l’aspetto più problematico era interno e riguardava lo stesso esercito, che pare fosse diviso tra gli “attivisti”, fautori di una linea difensiva aggressiva, sulla linea del ministero della Difesa e degli ufficiali dell’esercito, e i “moderati”, che consideravano le rappresaglie poco efficaci, controproducenti e moralmente discutibili, più legati al ministero degli Esteri.

Per risolvere questi problemi si decise di non affidare più queste operazioni a soldati ordinari, bensì a delle forze speciali.

Nell’agosto del 1953 fu creata l’Unità 101, uno speciale reparto di 50 ‘incursori’, il cui comando fu affidato al maggiore Ariel Sharon.

L’unità era caratterizzata da un addestramento intenso e scrupoloso –  che aveva luogo sia di notte che di giorno –  e da una modalità di azione descritta dallo storico israeliano come “spietata”.

La prima volta in cui l’Unità 101 fece parlare di sé fu nella Striscia di Gaza, e precisamente nel campo profughi di Bureij, dopo soltanto qualche settimana dalla sua formazione, nell’ambito di un’esercitazione.

Furono uccisi 20 palestinesi, innocenti dato che non vi era stata alcuna violenza predente contro israeliani nei villaggi al confine. Le condanne degli osservatori internazionali descrissero l’episodio come un “deliberato eccidio di massa”.

Anche stavolta Tel Aviv affermò di non saperne nulla.

La seconda occasione in cui i soldati ‘speciali’ di Sharon furono chiamati in causa si presentò la notte del 12 ottobre nel villaggio israeliano di Yehud, al confine con la Cisgiordania.

Una granata fu lanciata nell’abitazione di Suzanne Kinyas uccidendo lei ed i suoi due bambini sul colpo. I responsabili di quell’atto non furono mai identificati, ma vi fu ugualmente una reazione israeliana.

14 – 15 OTTOBRE 1953: CRONACA DI UN MASSACRO

Secondo documenti della United Nations Truce Supervision Organization (UNTSO), “l’operazione Shoshana” ebbe inizio intorno alle 21:30 del 14 ottobre, quando l’Unità 101, supportata da una compagnia di paracadutisti, entrò nel villaggio di Qibya, circa 2.000 abitanti ad una decina di chilometri da Yehud.

Si riteneva che l’attacco di due giorni prima avesse le sue origini proprio lì.

I soldati agirono piazzando cariche di dinamite e mine intorno a 45 edifici e durante le esplosioni spararono dentro le porte e le finestre.

Sulla base delle testimonianze raccolte dall’UNTSO tra i medici giordani accorsi sul posto, la maggior parte dei cadaveri presentava lesioni da arma da fuoco e non da macerie.

Morris sostiene che nel giro di nove ore furono uccisi una sessantina di abitanti, oltre ad un piccolo numero di legionari caduti in un’imboscata mentre tentavano di raggiungere il villaggio.

Di contro non ci furono perdite tra le fila dell’Unità 101. Ricostruzioni successive parlano invece di 69 morti, tre quarti dei quali donne e bambini. Tale numero equivarrebbe al quadruplo del numero totale di vittime registrate nei precedenti dieci mesi al confine tra Israele e Cisgiordania.

L’episodio scatenò aspre condanne internazionali.

Stavolta fu la Gran Bretagna a minacciare il trattato difensivo con la Giordania. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con la risoluzione 101 – triste ironia della storia – del 24 novembre 1953 espresse la sua più forte censura alla rappresaglia. Washington sospese gli aiuti economici a Tel Aviv, collegando il massacro anche ad altre dispute sulla smilitarizzazione con il confine siriano, questione nella quale gli israeliani mostravano poca collaborazione.

Perfino gli ebrei americani – afferma Morris -, solitamente inclini a prendere le difese di Israele, presero le distanza dall’operazione.

A tali critiche il governo israeliano reagì sottolineando la gravità dei fatti di Yehud che avrebbero scatenato  “una spontanea sollevazioni degli insediamenti di frontiera”.

Qualsiasi coinvolgimento delle IDF fu negato a spada tratta da Ben Gurion, che disse che “dopo indagini accurate, è certo aldilà di ogni dubbio che nessun reparto israeliano era assente dalla base la notte dell’attacco a Qibya”.

Per quanto riguarda invece l’opinione pubblica israeliana, la censura ed il controllo governativo sulle trasmissioni radio furono funzionali al diffuso silenzio che avvolse la vicenda.

Tuttavia, la realtà che emerge dal diario di Sharett e dagli archivi delle IDF è ben diversa.

Pare che il ministro degli Esteri aveva cercato, con scarsa energia, di fermare l’operazione (Morris, pagina 352): “Una rappresaglia di questa entità…non era mai stata effettuata in passato. Ho passeggiato avanti e indietro nella stanza disorientato e profondamente depresso, con un senso di impotenza….Se avessi saputo che ci sarebbero state uccisioni in tal numero avrei gridato così forte da farmi sentire anche in cielo”

In un articolo dell’Institute for Palestine Studies pubblicato nel 2002 le pagine del diario di Sharett di quei giorni vengono rianalizzate in dettaglio.

Il dato che emerge è che il primo ministro Ben Gurion ed il ministro della Difesa Pinhas Lavon neutralizzarono qualsiasi tentativo del loro collega degli Esteri.

Quest’ultimo fu isolato nel governo, e dovette adoperarsi personalmente presso i diplomatici israeliani per rispondere alle pesanti critiche internazionali che giungevano da più fronti. Per contro, che i primi due supportassero l’azione dell’Unità 101 è un fatto noto a partire dai documenti storici dell’esercito.

Infatti gli ordini operativi del Comando Generale parlavano testualmente di “distruzione capace di causare perdite il più possibile ingenti….attraverso l’esplosione di un certo numero di case….e spari sugli abitanti”.

Per questo motivo, secondo Morris, nessunò osò criticare l’operato della 101 e del suo capo Sharon, la cui carriera, militare e poi politica, proseguì brillantemente partecipando alle più importanti guerre in cui il suo paese fu coinvolto.

C’era anche quel 16 settembre del 1982, stavolta nelle vesti di ministro della Difesa, a permettere alle truppe falangiste di entrare nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila. Ed anche in quel caso non bastò la morte di migliaia di persone ad impedirgli di diventare qualche anno più tardi capo del governo.

Qibya dimostra dunque l’assunto di partenza: per capire la storia di palestinesi ed israeliani occorre indiscutibilmente partire dai fatti, che ci dicono chiaramente che cinquantanove anni fa ci fu un massacro.

Ma a volte può non essere sufficiente se questi poi vengono abilmente nascosti dalla storia e rimossi dalla memoria.

 

14 ottobre 2012

 

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