PALESTINA. Restrizioni israeliane ostacolano cure sanitarie ai palestinesi

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Per i palestinesi continuano ad aumentare le difficoltà per ottenere i permessi necessari con cui spostarsi nei Territori occupati in cerca di assistenza medica: secondo l’Oms, a maggio è stato approvato solo il 61% delle domande. Rifiutata più della metà delle richieste di visto per gli accompagnatori

di Alessandra Mincone

Roma, 2 luglio 2019, Nena News – Negli ultimi mesi, grazie al monitoraggio dell’Organizzazione mondiale della Sanità, è stato dimostrato che per i palestinesi continua ad aumentare pericolosamente l’impossibilità a ottenere i permessi necessari con cui spostarsi nei Territori occupati in cerca di assistenza sanitaria.

Nell’ultimo rapporto mensile si fa un riferimento particolare alle domande di visto degli abitanti gazawi feriti negli scontri durante le giornate di protesta per la Marcia del Ritorno, raffigurati come tra i più colpiti dagli abusi delle autorità israeliane al momento della richiesta di varcare il confine di Erez per raggiungere i siti ospedalieri. Anche l’Ufficio di coordinamento e collegamento di Gaza afferma che il tasso di approvazione per muoversi verso il checkpoint di Erez è significativamente riduttivo rispetto agli altri varchi: il giorno 31 maggio erano depositate 550 domande per uscire da Gaza, e nel 27% dei casi queste sono state rifiutate mentre nel 55% dei casi si sono registrati notevoli ritardi, costringendo i palestinesi a rimandare i trattamenti medici da effettuare nonostante gli appuntamenti già concordati.

Secondo l’OMS, a maggio sono state approvate solo il 61% delle domande per usufruire di un visto per motivi di salute; mentre se dal 2017 erano state state presentate oltre 25.000 richieste di circolazione, neanche il 50% dei richiedenti è stato autorizzato a spostarsi, con un aumento delle percentuali dei dinieghi da parte delle autorità israeliane che dal 2012 ad oggi è pari fino al 92%. Il rifiuto da parte delle autorità israeliane a concedere i permessi ha colpito solo a maggio ben 25 bambini, mentre altri 179 minori hanno subito dei ritardi nell’attesa delle autorizzazioni, compromettendo qualsiasi tipo di cura specialistica.

A peggiorare ancor di più la condizione fisica dei pazienti, soprattutto dei bambini, è la pratica con cui le autorità non permettono agli accompagnatori di prestare alcun supporto o consolazione, giustificando il divieto dei permessi di accompagnamento con motivi di sicurezza pubblica contro il terrorismo. Su 2426 richieste nell’ultimo mese, neanche la metà dei richiedenti ha ottenuto un’autorizzazione e circa il 40% non ha ricevuto alcuna comunicazione provocando oltre 900 ritardi agli appuntamenti e una conseguente posticipazione degli interventi anche urgenti.

Associazioni che operano nel campo dei diritti umani, come nel caso di “Medical Aid for Palestinians”, hanno dimostrato che tali abusi destabilizzano gravemente i genitori dei bambini malati a livello emotivo, che nel tentativo disperato di non lasciare soli i propri figli nei momenti di visite, operazioni e terapie, affrontano viaggi duri e costosi per molti giorni, nonostante siano consapevoli dell’inaccessibilità agli ospedali, e soffrono le provocazioni delle forze armate che provano ad estorcere denaro o addirittura a spingere i parenti dei pazienti a collaborare con i servizi segreti israeliani in cambio di qualche visita nei reparti medici. L’Ong “Medici per i diritti umani” ha affermato di recente che nel 2018 sono stati concessi i permessi di circolazione ad oltre 7000 pazienti in età infantile, ma il numero delle autorizzazioni rilasciate per gli accompagnatori sfiorava appena i 2000.

La dottoressa Ibtisam Risiq, a capo del reparto pediatrico di terapia intensiva dell’ospedale di Makassed, a est di Gerusalemme, osservando gli effetti delle cure ai neonati non accompagnati, ha diagnosticato un aumento del loro battito cardiaco fino a 200 battiti al minuto, problema riconducibile semplicemente all’assenza dei propri affetti familiari.

Mohammad Amer, ginecologo presso l’ospedale di Jerico in Cisgiordania, ci ha spiegato che molto spesso le autorità israeliane concedono i permessi di accompagnamento con maggiore facilità ai parenti più anziani come i nonni: eppure, se questa dinamica potrebbe apparire positiva evitando ai bambini il trauma di arrivare all’ospedale in ambulanza completamente soli, va anche tenuto conto del sacrificio di molti anziani, che spesso già provati dai propri problemi di salute, non riescono a sopportare i viaggi per oltre due giorni.

Sembra surreale quello che accade negli ospedali israeliani e che il diritto alla vita e alla salute dei palestinesi venga negato. Ma alle storie individuali più strazianti vanno aggiunte le politiche di rapina dei servizi fondamentali nelle tasche dei civili, perpetrate da tutte le autorità competenti: le bombe sganciate dalle forze armate israeliane sugli ospedali e i presidi medici palestinesi forse non rappresentano ancora uno scandalo mondiale, eppure tra i palestinesi, oggi desta scalpore la decisione dell’Autorità nazionale Palestinese di sospendere il Protocollo di Parigi, allegato tra gli Accordi di Oslo che stabilisce i rapporti economici tra Israele e Palestina dagli anni ’90.

Il portavoce del Ministero della sanità dell’ANP, Osama al-Najjar, ha recentemente dichiarato che nello scorso anno sono stati versati ad Israele 100 milioni di dollari per permettere ai palestinesi le cure mediche negli ospedali israeliani. E inoltre ha accusato lo stato ebraico di aver detratto ulteriori fondi senza alcuna comunicazione o permesso, indicando ai palestinesi di evitare di rivolgersi presso ospedali israeliani, e dirottando i malati verso Giordania e Egitto.

Secondo quanto ci dichiara Mohammad Amer, “dirottare i malati palestinesi altrove, come Egitto e Giordania, provocherà altri numerosi problemi. Per attraversare i confini i palestinesi dovranno affrontare gli stessi sacrifici, con viaggi più lunghi e quindi con maggiori costi economici, nonostante circa l’80% della popolazione viva nella totale povertà e mentre le autorità si arricchiscono con stipendi di quasi 15 mila dollari al mese”.

“Per risolvere l’emergenza sanitaria – aggiunge il dottore – che colpisce i palestinesi, serve che gli aiuti internazionali e i soldi che l’AP ha sempre versato ad Israele, adesso vengano usati per costruire i nostri ospedali e fare in modo che i giovani palestinesi possano diventare medici nella propria terra, e che possano lavorare con le risorse prime e con tutti gli strumenti adeguati; serve assolutamente riconquistare il diritto a vivere e curare la propria salute nella propria terra”. Nena News.

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