Palestina. Samah, la vita a Gaza e la ‘primavera’ palestinese

18 aprile 2013

 
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Samah Ahmad è una giovane attivista del Movimento 15 Marzo. In questa intervista racconta la sua esperienza di vita e di lotta in una Striscia assediata da Israele e controllata da Hamas. “Siamo persone che credono in qualcosa”, spiega. “Vediamo sempre una luce in fondo al tunnel”. 

di Cecilia Dalla Negra 

Samah Ahmad è una giovane palestinese di Gaza. È lì che è nata e cresciuta, lì che continua a vivere, sfidando l’assedio israeliano e lottando per la fine dell’occupazione militare.

In Italia insieme agli altri 25 ragazzi del Convoglio ‘Vik’ Gaza to Italy, è un’attivista del Movimento 15 Marzo, che nella primavera del 2011, mentre il mondo arabo veniva investito dalle rivolte, scese in strada per chiedere la fine delle divisioni tra i due principali partiti politici palestinesi, Hamas e Fatah, in guerra aperta dopo le elezioni del 2006.

“Sono cresciuta a Gaza, che è casa mia, ma aspetto di poter tornare nel piccolo paese vicino Jaffa di cui è originaria la mia famiglia”. Giornalista, laureata in Scienze politiche e convinta femminista, Samah è anche coordinatrice di alcuni progetti artistici e fotografici dedicati ai bambini, con cui lavora nella sua città.

Racconta con un sorriso che, all’inizio, la ragione per cui si è unita al Movimento è stata personale. La mancanza della famiglia, sofferta anche a causa delle divisioni tra le fazioni palestinesi, che negli anni hanno acuito quella separazione geografica tra la Striscia e i Territori imposta dall’occupazione.

Nonostante la repressione subita resta convinta che quello sia stato “solo l’inizio”, e che le rivoluzioni arabe siano ancora tutte da scrivere.

La incontriamo a Roma, negli spazi di Acrobax, nel corso della festa organizzata per la tappa conclusiva di un viaggio che ha portato i giovani del Convoglio ad attraversare il paese. 

Come inizia il tuo percorso politico? 

Devo essere sincera? (sorride). La ragione principale che mi ha portata ad impegnarmi negli ultimi due anni è stata la mancanza di mia sorella. Vive in Cisgiordania, e non posso vederla. Ma in realtà già da tempo partecipavo alle manifestazioni che a Gaza vengono organizzate ogni settimana per marciare verso il confine e la ‘buffer zone’ (l’area ‘cuscinetto’ militarizzata, controllata dall’esercito israeliano, nella quale ai palestinesi è vietato l’accesso nonostante si tratti di terreni coltivati di loro proprietà, ndr).

Nel 2011, quando abbiamo visto nascere e crescere quelle che poi sono state definite ‘primavere arabe’, con la rivoluzione in Egitto e in Tunisia, anche noi giovani palestinesi abbiamo iniziato a riunirci e discutere, analizzando la nostra situazione e scegliendo di concentrarci sulle divisioni politiche che hanno contraddistinto le relazioni tra Hamas e Fatah dopo le elezioni del 2006.

Abbiamo deciso di farci sentire, dire la nostra e organizzare una prima grande manifestazione: la stampa disse che erano scesi in piazza più di 300 mila palestinesi quel giorno, alzando la loro voce per dire ‘basta alle divisioni’. Viviamo sotto occupazione militare tutti quanti, a prescindere dalle differenze partitiche: è tutti insieme che dobbiamo combattere.

In quelle settimane il Movimento raccolse grande fiducia e solidarietà da parte della popolazione, perché a prescindere dalle differenze parlavamo solo come palestinesi. Abbiamo collaborato con i nostri fratelli e sorelle in Cisgiordania (dove il Movimento occupò con alcune tende piazza al-Manara, ndr) e con tanti attivisti nei paesi arabi e in Europa.

Oltre ad essere una giornalista e un’attivista lavori anche con i bambini nell’ambito di alcuni progetti artistici, organizzando laboratori di pittura e di fotografia. 

Sì, credo che l’arte sia molto importante per i più piccoli, che attraverso la fotografia e la pittura facciamo lavorare sul tema dei diritti umani. Attraverso la realizzazione di esposizioni e mostre cerchiamo di mostrare all’esterno un’immagine che sappia andare oltre la realtà dell’occupazione, delle stragi, dei bombardamenti.

Le notizie che arrivano dalla nostra terra sono sempre terribili. Vorremmo che si conoscesse invece un’umanità fatta anche di tante altre cose.

In Palestina ci sono persone che meritano la vita, come quelle di tutto il mondo. Abbiamo il diritto di resistere e difenderci in ogni modo, anche se io credo nelle forme pacifiche e nonviolente. Con i laboratori cerchiamo di lottare anche attraverso le immagini e  la pittura. Purtroppo, quando ci bombardano non possiamo rispondere con i colori. Anche per questo, da attivista, ho scelto di lottare su due fronti: contro l’occupazione esterna e le divisioni interne.

Le manifestazioni della primavera 2011 però hanno incontrato una forte repressione, sia a Gaza che a Ramallah. Qualcuno ha parlato di ‘primavera negata’, altri di ‘rivoluzione imperfetta’. Qual è la tua opinione? 

Che quello fosse solo il primo passo: abbiamo iniziato a parlarne, ed è stato importantissimo perché abbiamo rotto il muro del silenzio. Con il nostro Movimento abbiamo offerto la possibilità ai partiti di lavorare verso la riconciliazione, adesso ne parlano tutti, persino i bambini nelle scuole.

La nostra battaglia continua, ogni settimana a Gaza City, davanti alla sede del Parlamento, le donne organizzano un sit-in per chiedere ancora l’unità e la riconciliazione. Il nostro messaggio alle fazioni politiche è stato recapitato: abbiamo lottato, continueremo a farlo.

Ne hanno bisogno i nostri prigionieri nelle carceri israeliane; ne hanno bisogno le famiglie dei martiri; ne ha bisogno Gerusalemme, che Israele sta cercando di rendere la capitale ‘della religione ebraica’. Ne abbiamo bisogno tutti, come palestinesi. È un problema politico, ed è necessario risolverlo.

È possibile che non esista una sorta di ‘terza via’ nel bipolarismo schiacciante tra Hamas e Fatah?

Se c’è, bisogna dargli l’opportunità di svilupparsi. A febbraio si sono svolte le operazioni di registrazione per gli elenchi elettorali: si è presentata tantissima gente, a Gaza ha partecipato quasi il 90% della popolazione, giovani e anziani. Questo dimostra che le persone hanno voglia di esprimersi, e che siamo convinti della necessità di un cambiamento. Ma non dobbiamo mai dimenticare che, come palestinesi, viviamo tutti sotto occupazione, anche i partiti.

Hamas e Fatah a livello ufficiale stanno parlando di riconciliazione: iniziano a capire che bisogna cercare di risolvere la situazione internamente, da soli, senza aiuti dall’esterno, neanche dai paesi arabi. Non serve: lo dimostra l’Egitto di Morsi. Per quanto abbia giocato un ruolo importante in questo senso, dopo la vittoria elettorale della Fratellanza Musulmana per noi non è cambiato niente.

Le aspettative verso il ‘nuovo Egitto’ erano alte in Palestina, e in modo particolare nella Striscia di Gaza. Eppure il governo di Mohammad Morsi non sembra così indipendente e autonomo come vorrebbe far credere rispetto alle influenze esterne. 

Sostiene di esserlo, ma non è così. Sembra piuttosto un burattino nelle mani della comunità internazionale, che gli dice cosa è concesso e non concesso fare. La rivoluzione egiziana per noi è stato un momento davvero importante, non solo perché condividiamo un confine (Rafah, ndr), ma anche perché esiste un legame forte con quel paese, che negli anni ha rappresentato la possibilità di lasciare Gaza e proseguire gli studi, ad esempio. Tanti di noi sono nati lì: abbiamo una storia e un’umanità condivisa.

La rivoluzione è partita dalla gente: il popolo è sceso in strada per rivendicare “pane e dignità”, un futuro migliore a livello politico, sociale e umano. In un primo momento la Fratellanza non ha partecipato alla rivolta: solo quando ha compreso che tutto il paese si stava muovendo e che le cose sarebbero potute cambiare ha deciso di partecipare. Nessuno può negare che abbiano avuto un ruolo attivo, e il merito di vincere le elezioni.

In questo senso le organizzazioni di sinistra hanno ancora molto lavoro da fare per assumere una posizione più incisiva nel contesto nazionale. Credo che la rivoluzione sia ancora in corso: il primo passo è stato quello di riprendere le strade e rovesciare la dittatura. Il secondo sono state le elezioni. Ma non è ancora finita.

L’evolversi della situazione egiziana in che modo è stata vissuta e si è fatta sentire a Gaza?

Hamas è parte dell’organizzazione internazionale della Fratellanza Musulmana: i militanti erano convinti che con la vittoria di Morsi tutto a Gaza sarebbe stato diverso, e finalmente migliore, ma non è cambiato niente.

Per noi non è stato fatto niente, la crisi al confine se possibile è addirittura peggiorata. Per chiunque non sia un membro di Hamas è difficile oggi attraversare il valico (di Rafah, ndr), e i tunnel sono ancora necessari alla sopravvivenza. Un aspetto che non condivido, per altro, perché la loro esistenza solleva Israele dalle responsabilità che avrebbe in quanto potenza occupante.

Quello che sta succedendo è solo un’altra dimostrazione di ciò che dovrebbe essere chiaro sin dai tempi della dichiarazione Balfour: ne’ la comunità internazionale ne’ il mondo arabo ci stanno aiutando. Apprezzo il fatto che moltissime persone e organizzazioni mostrino la loro solidarietà e s’impegnino nell’assistenza umanitaria.

Ma la nostra lotta è esclusivamente politica. Il resto del mondo non può fare molto se non ci aiutiamo da soli.

Cosa significa per voi, giovani artisti e attivisti, fare parte di questo Convoglio?

È molto importante ribadire che siamo qui come persone, non come membri di qualche partito o entità governativa. Siamo qui per parlare da persone con altre persone, da cuore a cuore. Raccontare la nostra sofferenza e insieme la normalità alla quale ambiamo, e che cerchiamo di costruire quotidianamente.

I governi passano, ma la gente resta. Saranno le persone a vincere e a cambiare le cose, non i partiti. E, forse perché sono femminista, resto convinta che il cambiamento, nel mondo, arriverà dalle donne.

Donne che sotto il governo di Hamas, nella Striscia, in questi anni hanno affrontato diverse difficoltà. Sono recenti le notizie dell’istituzione di un codice di abbigliamento universitario e della separazione delle classi. La tua vita è cambiata dal 2007? 

Gli abiti non significano niente. In questo momento, mentre parlo con te, indosso i jeans, fumo una sigaretta e bevo una birra. Non è questo il punto: possono cambiare il mio modo di vestire, il modo in cui tu mi vedi da fuori.

Ma non potranno mai cambiare la mia testa, quello che penso, ciò in cui credo e il modo in cui mi sento.

Quello che sta facendo il governo a Gaza non ha niente a che vedere con l’Islam, una religione che conosco e professo. Ha a che fare piuttosto con il potere e il controllo politico. È quello che chiamo ‘il nuovo Islam’ della Fratellanza, strettamente collegato ai benefici che Hamas può trarre a livello internazionale dall’Organizzazione.

Possono tagliare i capelli ai ragazzi o costringermi ad indossare il velo, ma c’è un motto in Palestina che dice ‘è facile portare il cavallo verso l’acqua, ma non è altrettanto facile costringerlo a bere’. Anche se Hamas commette errori non posso negare che siano palestinesi come me, che lottino per la liberazione del nostro popolo, magari in un modo diverso rispetto al mio. Dovremmo piuttosto dialogare, non lasciare che restino isolati in una dimensione che si distacca dalla realtà.

Per questo combatteremo sia all’esterno, contro l’occupazione, che internamente. È questo che ci rende forti, che rafforza le nostre convinzioni. Siamo persone che credono in qualcosa.

E, come diceva Yasser Arafat, vediamo sempre la luce in fondo al tunnel.

(Foto Convoglio Restiamo Umani, che ringraziamo per la gentile concessione) 

http://www.osservatorioiraq.it/palestina-samah-la-vita-a-gaza-e-la-%E2%80%98primavera%E2%80%99-palestinese

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