Palestina, se la tregua non basta

12/02/2013

immagine1
Un membro della comunità beduina nella West Bank, in Palestina (Foto Siccardi-Sync).

Quei bambini che disegnano ruspe e soldati

Striscia di Gaza, Palestina


I bambini della piccola scuola materna del villaggio di Abu Nuar
, alle porte di Gerusalemme Est disegnano ruspe che abbattono gli olivi, soldati che controllano documenti, donne che piangono di là da una rete che porta la bandiera israeliana.

I disegni sono appesi alla parete dell’asilo comunitario. È stato realizzato da Oxfam Italia, in collaborazione con la comunità beduina che ci vive. Si trova in cima a una collina, da dove si vede tutta la corona di insediamenti dei coloni israeliani che ha circondato la parte orientale di Gerusalemme, quella che dovrebbe essere dei palestinesi.

«Oxfam Italia opera per aumentare e diversificare il reddito di queste famiglie», spiega Marco Ricci, responsabile del progetto. In questo caso, è stata incentivata una delle attività tradizionali delle donne beduine: il ricamo. I prodotti presto verranno inseriti nel mercato dell’equo e solidale. Oxfam Italia, sia nei Territori Occupati della Cisgiordania che a Gaza, lavora soprattutto nel settore agricolo e dell’allevamento, come pure nell’organizzazione di cooperative che producono latte e formaggi.

La maggior parte dei progetti dell’Ong internazionale è finanziata da Echo, l’agenzia umanitaria dell’Unione Europea per l’intervento d’emergenza. «Si cerca di sostenere le attività economiche, in modo da aumentare la produzione e, di conseguenza, l’autonomia delle famiglie palestinesi e beduine», spiega Umiliana Grifoni, coordinatrice dei progetti. «Operando sul versante agricolo, si rende anche la popolazione più radicata nel territorio, in modo che sia più difficile scacciarla e renderla profuga con un ordine militare, come avviene spesso».

Avviene di continuo, in realtà. Arif Daraghmeh, della comunità di Al Farassyia, nella valle del Giordano, ci mostra la lettera che ordina a lui e a tutta la sua famiglia di andarsene: è datata 27 dicembre 2012. «Dove volete che andiamo? Dobbiamo dar da mangiare ai nostri figli. La vita qui è molto dura. Non è permesso costruire nulla, non è permesso scavare pozzi per usare la nostra acqua, non è permesso fare nulla. In quest’area ci sono500 piccoli allevatori. La maggior parte di noi ha avuto la lettera di lasciare la zona, perché le strutture verranno distrutte. Il governo israeliano ordina di andare via perché questa è diventata zona militare».

“Firing zone”, le chiamano qui, ossia zone che l’esercito israeliano intende usare per esercitazioni. A Dkeika, nella zona di Hebron, è la stessa cosa. Uno dei capi della comunità beduina, Abu Nasser, spiega che tutte le famiglie hanno già ricevuto l’ordine di evacuazione: si tratta di 300 persone. «Sappiamo che da un giorno all’altro arriveranno le ruspe», dice. «D’altra parte, dove possiamo andare? Hanno vissuto qui i nostri padri e i nostri nonni. Dovremo ricominciare da capo». Dentro l’intera zona destinata a “firing zone” ci vivono circa 2.400 persone, divise nei villaggi di Istay al Foga, Istay al Tahta e Tuba.

immagine2

Abu Bashar, direttore dell’Uawc, davanti alla mappa di Gaza, sulla quale è stata affissa una foto di Vittorio Arrigoni (Foto Siccardi-Sync).

Le conseguenze della politica di espulsione praticata da Israele si vedono da alcuni dati: solo il 14,6% dell’acqua disponibile è utilizzabile dai palestinesi: a loro è proibito scavare pozzi, mentre gli israeliani vanno a intercettare le falde profonde. Fra i Territori Occupati e Gaza, due terzi del territorio agricolo è inutilizzabile perché all’interno delle “buffer zone”, le fasce-cuscinetto dove i palestinesi non possono accedere, oppure all’interno dell’“area C”, ossia in zona proibita per uso militare.

Quanto ai commerci, di fatto le esportazioni sono rese impossibili dai controlli, ripetuti ed estenuanti, ma anche dalle procedure imposte dalla dogana israeliana: ad esempio, ogni container di imprese palestinesi costa 700 dollari in più rispetto a uno analogo delle aziende israeliane, perché circa un terzo deve essere lasciato vuoto per i controlli di sicurezza.

Il quadro della situazione lo fornisce Abu Bashar, direttore Uawc, l’associazione degli agricoltori palestinesi. Si pone accanto a una grande carta della Striscia di Gaza (sulla quale è stata affissa una  foto di Vittorio Arrigoni, il pacifista italiano assassinato a Gaza il 14 aprile 2011).

«La sanità, la scuola, i servizi sociali, tutto è problematico», spiega Bashar. «Non possiamo importare quasi nulla attraverso Israele, qualunque materiale viene illegalmente dall’Egitto, dai tunnel di Rafah, ed è caro e scadente. Intanto, a Gaza viviamo con l’acqua sempre più salata, perché i tre corsi d’acqua che entrano nella Striscia sono stati intercettati dagli israeliani, così che le falde si impoveriscono e penetra l’acqua del mare; non più del 2% della popolazione a Gaza può permettersi di mangiare pesce; e se andate all’ospedale vedrete la lunga fila che si forma ogni giorno in attesa del medico. L’elettricità ce l’abbiamo per poche ore al giorno e non riusciamo a irrigare perché non c’è gasolio per le pompe. Capite che creare sviluppo in questa situazione è davvero difficile».

La strategia di Uawc, spiega ancora Bashar, è aumentare la produzione, far sì che la popolazione si renda indipendente e autosufficiente, aumentare i capi di bestiame, produrre più formaggi. «Oxafm Italia è il nostro primo partner», sottolinea. «Le agenzie umanitarie investono molte risorse in Palestina, ma non ci possono essere risultati risolutivi di sviluppo finché non si risolve la questione politica. Israele ruba la terra, ruba l’acqua, ruba il mare. Ma poi dice di volere la pace. Quale pace vuole?».

 

Luciano Scalettari

A Gaza, l’80% della popolazione vive di aiuti umanitari

12/02/2013

immagine3Un produttore di latte della Striscia di Gaza (Foto Siccardi-Sync)

Cinque anni di blocco che ha isolato Gaza ha devastato il settore agricolo e quello della pesca, ha ridotto del 60% le attività economiche – con un costo di miliardi di euro per il commercio – e ha portato l’80% della popolazione di Gaza a un’insostenibile dipendenza dall’aiuto umanitario.

I dati, quanto mai preoccupanti, provengono da un recente rapporto pubblicato da Oxfam Italia, intitolato “Oltre il cessate il fuoco: mettere fine al blocco di Gaza”. L’Ong internazionale, nel documento, propone misure concrete e specifiche alla comunità internazionale e al governo di Israeleperché si ponga fine alla situazione di segregazione che vive la Striscia di Gaza: «La comunità internazionale non può più accettare l’anomalia del blocco come un “fatto naturale”», dice Nishant Pandey, responsabile di Oxfam per i Territori Occupati Palestinesi e Israele. «I negoziati attuali tra Hamas e il governo di Israele (dopo la breve guerra, il 21 novembre 2012 hanno firmato una tregua, ndr) sono un’opportunità senza precedenti. La gente di Gaza ha bisogno di qualcosa di più del cessate il fuoco, ha bisogno che sia definitivamente cancellato il blocco».

Le conseguenze dell’isolamento sono pesantissime: l’ingresso delle merci a Gaza tramite i varchi controllati da Israele è al 40% del livello precedente alla chiusura. La vendita di prodotti provenienti da Gaza resta proibita nei mercati tradizionali, in Cisgiordania e Israele, con le esportazioni al livello del 2-3% rispetto al giugno 2007Gli spostamenti tra la Striscia di Gaza, la Cisgiordania e Israele sono all’1% rispetto a quelli del settembre 2000. Le autorità israeliane, nel 2000, registravano ogni mese più di 500 mila entrate da Gaza verso Israele e la Cisgiordania. Oggi la cifra è di 4.000 passaggi.

Il blocco di Gaza ha spinto le imprese palestinesi a ricorrere ai tunnel di Rafah, che collegano Gaza all’Egitto, lungo il confine Sud della Striscia. Attualmente il 47% dei beni per uso civile arriva attraverso queste gallerie. Oxfam, nel documento, chiede la riapertura dei valichi perché «fornirebbe alternative economicamente più valide e sicure rispetto ai tunnel (attraverso i quali avviene anche il contrabbando delle armi), e assicurerebbe possibilità migliori per controllare il movimento dei prodotti che entrano ed escono da Gaza».

«Negli ultimi cinque anni»,  aggiunge Martin Hartberg, consigliere di Oxfam per la regione, «abbiamo lavorato per migliorare le condizioni di vita dei palestinesi a Gaza, ma fin quando c’è il blocco non possiamo far altro che usare un secchio per salvare una nave che affonda. Spetta agli israeliani, ai palestinesi e ai leader mondali realizzare i cambiamenti permanenti di cui la popolazione ha bisogno. Oltre ad una completa cessazione della violenza da entrambe le parti, è indispensabile concedere ai palestinesi di Gaza la possibilità di muoversi in sicurezza tra Gaza e Cisgiordania, costruire reti commerciali e ridurre la dipendenza dall’aiuto internazionale. Fino a quando i palestinesi della Striscia rimangono isolati, le prospettive di pace tra israeliani e palestinesi restano lontane e le opportunità di ripresa economica per Gaza ancora più remote».

Secondo il Rapporto, a causa delle restrizioni sulla terra coltivabile all’interno della cosiddetta “zona cuscinetto” – un’area di divieto imposta da Israele all’interno del perimetro di Gaza e che comprende il 35% della terra coltivabile dell’intera Gaza – il raccolto agricolo si è  ridotto di 75 mila tonnellate, con una perdita di 50,2 milioni di dollari all’anno per gli agricoltori.

immagine4

Il porto di Gaza (Foto Siccardi-Sync).

Oxfam indica anche le situazioni di incertezza che si vivono dopo il cessate il fuoco: «alcuni agricoltori palestinesi», rileva il documento, «hanno potuto accedere senza incidenti alle terre, arrivando a soli 100 metri dalla recinzione. Altri, tuttavia,  sono stati oggetto di spari appena entrati nell’area di divieto. Prima del cessate il fuoco, i contadini non potevano accedere alla terra compresa entro i 500 metri di distanza dalla recinzione, con restrizioni che in alcune zone arrivavano fino a 1-1,5 chilometri dal recinto».

Lo stesso è accaduto ai pescatori: ad alcuni «è stato concesso di pescare fino a 6 miglia nautiche dalla riva,mentre altri sono finiti sotto il fuoco israeliano dentro il limite precedentemente imposto di 3 miglia nautiche». Secondo gli Accordi di Oslo del 1993 (che erano stati firmati da Yasser Arafat e Shimon Peres), ai pescatori palestinesi dovrebbe essere concesso di spingersi fino a 20 miglia nautiche dalla riva.

Nei fatti, questo limite è stato progressivamente ristretto a causa del blocco navale delle navi da guerra israeliane. D’altro canto, anche  prima della recente escalation bellica di novembre, più del 40% delle famiglie palestinesi che vivono a Gaza si trovava in condizioni di insicurezza alimentare, la disoccupazione giovanile si aggirava intorno al 50%, mentre l’80% della popolazione riceveva aiuti umanitari. Da quando il blocco è iniziato, nel 2007, quasi il 60% delle imprese di Gaza sono fallite e un ulteriore 25% è stato costretto a licenziare l’80% del personale.

Lo studio di Oxfam riporta anche il bilancio dell’ultima guerra, del novembre scorso: «Nella Striscia di Gaza e nel Sud di Israele ha causato la morte di almeno 103 palestinesi e di 4 civili israeliani. Oltre 1.200 palestinesi e 224 israeliani sono stati feriti, la maggior parte dei quali civili. A Gaza, all’incirca 2.000 case e 136 scuole sono state danneggiate, tra cui due asili sostenuti da Oxfam.  Tutto questo accade a quattro anni dall’operazione militare israeliana nota come “Piombo Fuso”, che ha provocato la morte di 13 israeliani e di almeno 1.440 palestinesi». Nonché danni alle infrastrutture palestinesi per un valore tra 660 e 890 milionidi dollari. L’applicazione delle “buffer zone” ha anche avuto un importante effetto sulla sicurezza dei civili.  Nel 2011, 22 civili sono stati uccisi e 37 feriti.

 

Luciano Scalettari

Scheda, i progetti di Oxfam nei Territori Occupati e a Gaza

12/02/2013
immagine5

Una delle comunità beduine di Gaza (Foto Siccardi-Sync).

Il principale settore di intervento di Oxfam Italia in Palestina e a Gaza è sul sostegno agli allevatori di ovini. Le comunità beneficiarie sono per lo più beduine, vivono nella cosiddetta“Area C”, sotto controllo israeliano.

L’obiettivo dei progetti è fornire mezzi per una sussistenza dignitosa e per rendere quindi autosufficienti gli allevatori e le rispettive comunità, generando crescita economica e sviluppo.

Gli interventi di cooperazione aiutano a ridurre gli spostamenti forzati e le espulsioni dalle zone “proibite” dall’esercito israeliano. Oxfam agisce sempre in alleanza con partner locali. Uno di questi è Pldc, acronimo che significa Comitato di sviluppo dell’allevamento palestinese.

A Tubas, nel Nord della West Bank, l’Ong internazionale sostiene una fattoria modello, che produce anche mangimi e formaggi (è dotata di laboratorio caseario). Nella zona di Hebron (precisamente a Massafar Yatta) Oxfam sta realizzando un progetto finanziato da Echo per il trattamento e il riciclo delle acque reflue utilizzate per la produzione di foraggio, in collaborazione con Uawc, l’associazione degli agricoltori palestinesi.

Il progetto, realizzato in un’area con scarsissime risorse idriche, oltre alle valenze ambientali ha un importante significato politico, dato che le autorità israeliane impediscono ai palestinesi di scavare pozzi e captare fonti d’acqua.

A Gerusalemme Est Oxfam sostiene piccoli gruppi di donne delle 29 comunità beduine che producono formaggi e lavori di artigianato artistico (lana e ricamo), che entrano nel commercio della rete equo-solidale in Italia. Venti di queste comunità si trovano intorno ad Adummim Ma’ale e sono a rischio molto elevato di spostamento. Le autorità israeliane, infatti, prevedono di imporre l’evacuazione forzata per ingrandire gli insediamenti dei coloni nella zona. Il progetto ha una durata di 2 anni. E’ iniziato nel gennaio 2012 e si concluderà nel mese di dicembre 2013.

L’altro importante intervento d’emergenza (finanziato anche questo da Echo, l’agenzia umanitaria dell’Unione Europea, con un milione di euro) riguarda lo sviluppo dei mezzi di sussistenza per i pastori e le famiglie vulnerabili. Il progetto avviato nell’aprile 2012 in collaborazione con il Comitato dei piccoli allevatori e con l’Associazione degli agricoltori della Cisgiordania e di Gaza, terminerà nella primavera del 2013 e viene realizzato sia nell’area “C” della West Bank sia nella Striscia.

 immagine6

Un laboratorio dove una cooperativa di donne produce artigianato artistico, in Cisgiordania, sostenuto da Oxfam (Foto Siccardi-Sync).

I beneficiari sono le 2.615 famiglie dei pastori semi-sedentari o sedentari che vivono a Sud di Hebron, a Betlemme, a est della Valle del Giordano e nella Striscia di Gaza, cioè le comunità più colpite dagli effetti negativi del muro di separazione e dagli insediamenti israeliani.

L’obiettivo del progetto è prevenire un ulteriore deterioramento delle condizioni di vita tra le famiglie che hanno nell’allevamento la loro principale fonte di reddito.

Il progetto prevede l’assistenza veterinaria, la distribuzione di kit sanitari per il bestiame, le vaccinazioni e l’inseminazione artificiale, mentre il trattamento delle acque reflue e la produzione di coltivazioni alternative adatte alla regione semiarida punta ad aumentare la produttività della terra e l’accesso all’acqua.

Infine, la distribuzione di foraggi nella Striscia di Gaza mira a sostenere gli allevatori identificati come i più vulnerabili. Le spese di foraggio costituisce il 60% del costo sostenuto dagli allevatori, data la scarsità di terreno pascolabile a disposizione.

Principali risultati del Programma di sicurezza alimentare.

Dal 2006 Oxfam Italia è diventata l’Ong di riferimento internazionale per il settore zootecnico:
– È il primo e unico organismo non governativo dedicato agli allevatori in Palestina: è passata in sei anni da 50 a circa 500 famiglie di soci con 3 mila beneficiari diretti
– ha creato 8 stabilimenti per l’alimentazione in Cisgiordania
– ha introdotto tecniche innovative sulla fecondazione artificiale per aumentare il numero di capi di bestiame
– ha realizzato tre impianti di trattamento delle acque reflue in West Bank e a Gaza

La rete costruita per l’assistenza agli allevatori (con i quali Oxfam lavora dal 2005) è a disposizione di 20 mila beneficiari.
Nel 2011 ha realizzato:
– circa 4 mila visite veterinarie
– la produzione di 4 mila tonnellate di foraggi distribuiti agli allevatori della Striscia di Gaza
– promuove la produzione di latte e ne sostiene la commercializzazione.

 immagine7

La presidente di Oxfam Italia, Maurizia Iachino Leto di Priolo, insieme ai dirigenti e ai collaboratori della Ong in visita al centro di agronomia di Hebron (Foto Siccardi-Sync).

Per chi volesse maggiori informazioni o sostenere i progetti:

Oxfam Italia lavora in oltre 90 Paesi del mondo per sconfiggere l’ingiustizia della povertà.
Il tuo aiuto può fare la differenza.

Acqua, salute e istruzione sono le nostre armi per sconfiggere la povertà e migliorare la vita di migliaia di persone, rendendole indipendenti da assistenzialismi esterni.

Conto Corrente Postale n. 14301527 intestato a Oxfam Italia

Numero Verde: 800991399.

Il sito internet: www.oxfamitalia.org.

 

Luciano Scalettari
http://www.famigliacristiana.it/volontariato/dossier/dossier/palestina-quando-la-tregua-non-basta.aspx
Contrassegnato con i tag: ,

Articoli Correlati

Invia una Risposta

Attenzione: la moderazione dei commenti è attiva e questo può ritardare la loro pubblicazione. Non inoltrare più volte lo stesso commento.

Protected by WP Anti Spam