PALESTINA, UE PENSA A TAGLIO FONDI ALLE COLONIE

L’Ue propone il blocco dei finanziamenti di Stati e compagnie europee alle attività coloniali nei Territori Occupati. L’obiettivo? Dare respiro all’economia palestinese, dipendente da quella israeliana e dagli aiuti esteri.

EMMA MANCINI

Beit Sahour (Cisgiordania), 19 gennaio 2012, Nena News (nella foto, la colonia di Har Homa vista dal villaggio palestinese di Beit Sahour. Foto: Gustav Winters, AIC) – Gli occhi della comunità internazionale sembrano tornare a focalizzarsi sulla Palestina: negli ultimi giorni sono stati numerosi gli interventi di condanna delle politiche israeliane nei Territori Occupati da parte di Nazioni Unite e Unione Europea. Interventi che però mettono ancora una volta a nudo l’incapacità di liberarsi dalle pressioni israeliane e di alzare la voce contro politiche universalmente considerate illegali.

La più attiva è apparsa essere l’Unione Europea: con un rapporto presentato ieri, i delegati dei Paesi membri hanno chiesto alle istituzioni israeliane, in particolare alle forze di sicurezza, di permettere e garantire la presenza di uffici dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina a Gerusalemme, la capitale contesa, nella prospettiva dell’implementazione della soluzione dei due Stati.

“Senza Gerusalemme come futura capitale dei due Stati – si legge nel rapporto – una pace sostenibile tra Israele e Palestina non sarà possibile”. Aggiungendo che le forze di sicurezza del governo israeliano operano, specialmente a Gerusalemme Est, con l’obiettivo di giudaizzare la città “minacciando la sua diversità religiosa e buttando benzina sul fuoco acceso da coloro che radicalizzano il conflitto”.

Un conflitto concreto, “guerreggiato”, fatto di violenze quotidiane che l’Unione Europea ha condannato. Chiedendo che Tel Aviv fornisca informazioni e garanzie: rapporti sulle violenze dei coloni nei quartieri di Gerusalemme Est e la presenza dell’OLP nella città, i cui uffici vennero chiusi nell’agosto del 2001 da una decisione unilaterale delle istituzioni israeliane.

Ma non solo. Stavolta pare che l’Europa inizi a muoversi fuori da quel selciato dettato per decenni dalle amministrazioni americane e dai diktat dei governi israeliani: la Commissione Europea sta discutendo della possibilità di bloccare qualsiasi tipo di finanziamento da parte degli Stati membri volto a sostenere il progetto coloniale israeliano nei Territori Occupati.

Ad annunciare la proposta lo stesso report che mette in evidenza come l’espansione ebraica, in particolare a Gerusalemme Est, stia “sistematicamente minando la presenza palestinese in città”. Una presenza minacciata non solo dalla colonizzazione dei quartieri arabi ma anche dal tipo di servizi e risorse a loro garantiti e dalla continua demolizione di abitazioni di proprietà palestinese.

La risposta? Tagliare i fondi a quei progetti che sostengono le attività dei coloni, una forma di disinvestimento che la Commissione Europea vorrebbe attuare sulla base del diritto internazionale e sulla sua palese violazione da parte del progetto coloniale di Tel Aviv. Secondo alcuni osservatori, una simile legislazione potrebbe essere rivolta non solo alle istituzioni degli Stati membri ma anche alle compagnie private europee che intrattengono relazioni di affari con le colonie e sono coinvolte nella costruzione degli insediamenti o in attività commerciali al loro interno.

E c’è di più. È di ieri la notizia di una raccomandazione firmata dalla UE e diretta al governo israeliano per la liberazione dei prigionieri politici palestinesi costretti nelle carceri israeliani da prima degli accordi di Oslo. Nella lettera si annuncia il viaggio dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri, Catherine Ashton, in Israele: viaggio volto a presentare al premier Netanyahu la richiesta di rilascio dei 123 detenuti pre-1993.

Seduta privata sul tema delle colonie anche al Consiglio di Sicurezza. Ieri la coordinatrice per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite, Valerie Amos, ha parlato ai 15 membri del Consiglio dell’attività coloniale israeliana in corso nei Territori Occupati e degli effetti che questa provoca nell’accesso ai servizi di base e nello sviluppo di un’economia palestinese stabile e indipendente.

Farina distribuita dall’UNRWA nel campo profughi di Jenin

“In cinque anni – ha detto ai giornalisti la Amos al termine della sessione – il blocco imposto a Gaza ha ridotto della metà la quantità di esportazioni. Se la Striscia tentasse di liberarsi dalla sua dipendenza dagli aiuti umanitari, avrebbe la necessità di sviluppare una sua economia”. Situazione simile in Cisgiordania, dove l’espansione senza freno degli insediamenti israeliani distrugge le basi di un’eventuale economia palestinese.

“Mi chiedo come possa la comunità internazionale accettare una simile attività colonizzatrice, illegale secondo il diritto internazionale. È questa la posizione ripetuta oggi all’interno del Consiglio di Sicurezza”. “C’è un consenso globale, compreso il Consiglio di Sicurezza, sull’illegalità delle colonie e sul loro essere ostacolo alla pace – ha aggiunto l’inviato palestinese, Riyad Mansour – Israele deve fermare tutte le attività colonizzatrici nei Territori e a Gerusalemme Est”.

Eppure le colonie non si fermano: si moltiplicano. La comunità internazionale lancia appelli, manda raccomandazioni, pubblica report di condanna. Interventi di facciata che non cambiano la realtà sul terreno, peggiorata al punto da spingere l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, l’UNRWA, a lanciare un appello quasi disperato: servono subito 300 milioni di dollari per la gestione delle emergenze e la distribuzione di cibo sia a Gaza che in Cisgiordania.

Un appello che mostra ancora una volta la totale dipendenza dell’economia palestinese dagli aiuti umanitari, dovuta all’impossibilità di liberarsi dai controlli e le restrizioni imposte dall’occupante israeliano.

“Gli effetti di Piombo Fuso si sentono ancora oggi – ha spiegato Margot Ellis, vice commissario UNRWA – e i bisogni umanitari donne, uomini e bambini a Gaza restano vasti e pesanti”. Non solo Gaza: in Cisgiordania il denaro serve all’implementazione di programmi scolastici e sanitari, alla fornitura d’acqua e di cibo nei campi profughi palestinesi.

“Da tre anni l’UNRWA chiede alla comunità internazionale di lavorare per alleviare le restrizioni, per far approvare nuovi progetti e per porre fine all’assedio”. E per rendere meno dipendente dagli aiuti esteri e dagli umori israeliani la debole economia palestinese, costretta a sopravvivere attraverso appelli-emergenza di agenzie ONU. Nena News

http://nena-news.globalist.it/?p=16465

Contrassegnato con i tag: , ,

Articoli Correlati

1 Commento

  1. siamo Monica & Gian appena tornati da un viaggio di volontariato a Betlemme…il vs sito aiuta molto a capire,, divulgare le notizie che solitamente non si sentono….
    consiglio: ANDATE A VEDERE E PARLATE DELLA QUESTIONE PALESTINESE A TUTTI!!
    VIVA LA PALESTINA!!

Invia una Risposta

Attenzione: la moderazione dei commenti è attiva e questo può ritardare la loro pubblicazione. Non inoltrare più volte lo stesso commento.

Protected by WP Anti Spam