Palestina. Viaggio nel campo di Aida. Chi si ricorda dei profughi?

7 novembre 2012

Uno dei volti della Palestina è quello dei profughi. Cinque milioni di persone dimenticate dalla politica, sia interna che internazionale. Viaggio nel campo di Aida, a Betlemme, dove la gente vuole tornare alle proprie case. 

di Stefano Nanni da Betlemme

I profughi palestinesi sono una presenza talmente forte in termini numerici che si rimane interdetti nel constatare come essi siano tagliati fuori dalle dinamiche sociali e politiche del conflitto.

Nell’ipotetica quanto improbabile nascita di uno stato palestinese sembra infatti non esserci spazio per loro. 

Che posto avrebbero in un quadro in cui Israele si ritirasse all’interno della Green Line stabilita nel 1967, loro, che in quell’anno erano profughi già da 19 anni?

Quel che resta dei negoziati di pace non prevede che si parli di 1948.

D’altronde, furono proprio gli Accordi di Oslo a sancire che la questione restasse fuori dalle trattative – i profughi erano infatti una delle 5 “red lines” che avrebbero dovuto prevedere dei negoziati ad hoc.

Si tratta di una parte della storia palestinese che nel 2012 assume il volto di una realtà di cui non si parla più. E’ piuttosto un argomento da evitare, altrimenti si rischia di inciamparvi, come accaduto di recente al presidente Abu Mazen.

All’ingresso del campo di Aida questo argomento ha un’immagine precisa. Un grande arco a forma di uscio con al di sopra una chiave enorme – “la più grande al mondo”, ci dice B. – lancia immediatamente un forte messaggio a New York, Ramallah e Tel Aviv: qui c’è gente che conserva ancora le chiavi delle proprie case, dalle quali sono stati espulsi nel 1948. 

Poco importa se dopo 62 anni al loro posto sorgono dei centri commerciali, un parco naturale o un’università.

La chiave, simbolo dal doppio significato. Da un lato proietta verso il futuro: la speranza di poter aprire un giorno una casa propria, non più le baracche – diventate col tempo palazzi affollati in pietre e cemento – fornite dall’Onu.

Dall’altro invece parla di una quotidiana chiusura verso l’esterno. Si può lavorare e vivere al di fuori, ma la Refugee ID Card è come una prigione. Formalmente è uno stato temporaneo: ma nel caso dei palestinesi questa precarietà dura da 62 anni. 

Una precarietà che si esprime in un solo dato: all’interno del campo, grande meno di un chilometro quadrato, risiedono 5.500 persone – secondo B. – mentre per l’Unrwa ve ne sono 4.700. Praticamente una densità demografica equivalente a 77 persone ogni 100 metri quadri.

Persone che provengono da 17 villaggi intorno all’area di Gerusalemme e Hebron, tra cui Walaja, Khirbet El Umur, Qabu, Ajjur, Allar, Deir Aban, Maliha, Ras Abu Ammar e Beit Nattif.

Luoghi in cui oggi non resta traccia delle loro origini.

Per gli abitanti di Aida vi è un’unica cisterna d’acqua che viene riempita una sola volta al mese. Quantità che ovviamente non basta e di conseguenza comporta un ulteriore costo per la popolazione, costretta a rifornirsi di acqua dall’esterno, a spese proprie.

L’elettricità del campo funziona solo 8 ore al giorno. Vedette militari controllano il campo quotidianamente, e se ritengono opportuno di aprire il fuoco lo fanno senza scrupoli. I buchi nei muri degli edifici parlano da soli.

L’Unrwa, un tempo considerata dagli stessi palestinesi il loro Blue State – dal colore blu della bandiera dell’Onu – gestisce una scuola che offre educazione a 1.400 bambini, quota non sufficiente per coprire tutta la popolazione del campo, e si occupa del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti. “Un mucchio di soldi sprecati”, sostiene B.

Saliamo sul tetto di una casa. Da qui si vede in tutto il suo dispiegarsi quella parte di muro che circonda la città di Betlemme. Oltre, solo il vuoto lasciato dall’espropriazione di decine di case per creare una buffer zone tra il campo di Aida e la colonia di Gilo.

Sotto di noi il campo si esprime con urla di bambini che giocano per strada e clacson di macchine che per poco non li investono. “Sono abituati alla vita di strada, qui”.

Chiediamo se qualche esponente del governo sia al corrente della situazione di Aida, e più in generale della condizione dei profughi.

“L’Autorità Palestinese? E dov’è? Qui abbiamo imparato a cavarcela da soli e continuiamo a farlo. E non molleremo mai sul nostro diritto al ritorno. La chiave all’ingresso del campo ce lo ricorda ogni giorno”.

Già, ritorno. Una parola che, a parte i profughi, più nessuno vuol sentire.

http://www.osservatorioiraq.it/palestina-viaggio-nel-campo-di-aida-chi-si-ricorda-dei-profughi

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