Palestinesi in marcia

17 maggio 2012        22.05

Amira Hass – È una giornalista israeliana. Vive a Ramallah, in Cisgiordania, scrive per il quotidiano Ha’aretz e ha una rubrica su Internazionale

Ho capito dalla faccia di Maher che voleva dirmi qualcosa. Mi sono chiesta cosa potesse esserci di così urgente, nel bel mezzo della manifestazione per la commemorazione della Nakba. Il 15 maggio era il sessantaquattresimo anniversario della fine del mandato britannico, a cui seguirono la dichiarazione d’indipendenza di Israele, la guerra, l’espulsione di più di 700mila palestinesi e la distruzione dei loro villaggi.

Per le strade di Ramallah, poche centinaia di persone marciavano dietro un camion. Gli altoparlanti trasmettevano delle melodie troppo allegre per l’occasione e istruzioni ai manifestanti di allinearsi dietro al camion e non correre troppo. Alcune persone si lamentavano per il caos. Non sono riuscita a stare zitta: “La disorganizzazione fa parte del fascino dei palestinesi”. Alcuni ragazzi suonavano con i tamburi una noiosa marcia militare. Rifugiati di seconda generazione camminavano con i loro figli, la terza generazione. Alcuni gruppi mostravano manifesti con i nomi dei villaggi distrutti nel 1948, mentre altri portavano le foto dei prigionieri che avevano appena concluso uno sciopero della fame durato settimane. Insomma, la storia palestinese in sintesi: una combinazione di agonia e impegno militante.

Maher è un giornalista che si sta avvicinando ai cinquanta, in passato esponente del Fronte popolare. Voleva dirmi qualcosa. Ho avvicinato l’orecchio alla sua bocca, perché il rumore degli altoparlanti era assordante. Mi ha detto con voce solenne: “Ho sempre saputo che il movimento sionista è imperialista e colonialista, ma di recente ho capito fino a che punto gli ebrei sono legati a questa terra. È un legame religioso”.

Era l’ultima cosa che mi aspettavo di sentire in quel momento. Gli ho risposto che non è stato né lo spirito colonialista né il legame religioso a far arrivare qui tutti i migranti ebrei, a fargli lasciare le terre e le città che abitavano da secoli. A quel punto mi sono fermata. Dovevo citare il 1933 o il 1941? Poi mi sono sentita in colpa, perché stavo mancando di rispetto a quella piccola manifestazione e all’infinita marcia dei palestinesi per il riconoscimento della loro storia. “Parliamone più tardi”, gli ho detto.

Traduzione di Andrea Sparacino.

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