Palestinesi: le ultime vittime dell’Olocausto

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tratto da: https://www.invictapalestina.org/archives/43444

28/07/2021

Quando discutiamo dell’Olocausto e del massacro nazista di sei milioni di ebrei europei, spesso dimentichiamo il fatto che l’Olocausto ha avuto anche altre vittime, vale a dire i palestinesi, a cui è stato espropriato il paese

Fonte: english version 

Di Allan C. Brownfeld – 21 luglio 2021

Immagine di copertina: Il sopravvissuto all’Olocausto e professore dell’Università Ebraica Israel Shahak, presidente della Lega israeliana per i diritti umani e civili, si lamentava del fatto che gli ebrei, che avevano sofferto così terribilmente sotto i nazisti, a loro volta perseguitavano la popolazione nativa della Palestina. Credeva che il trattamento riservato da Israele ai palestinesi rappresentasse una violazione delle tradizioni morali ed etiche ebraiche. Ha sostenuto l’impegno del giudaismo per i diritti umani di uomini e donne di ogni razza, religione e nazione.

Israele e il Giudaismo

Quando discutiamo dell’Olocausto e del massacro nazista di sei milioni di ebrei europei, spesso dimentichiamo il fatto che l’Olocausto ha avuto anche altre vittime, vale a dire i palestinesi, a cui è stato espropriato il paese. Erano vittime innocenti mentre il mondo cercava di creare un posto per gli ebrei che erano stati sfollati dalla tirannia nazista, e desiderava farlo in un modo che non comportasse l’invito di rifugiati ebrei nei propri paesi.

Il sionismo è stato fin dall’inizio un movimento di minoranza tra gli ebrei. E ‘stato creato, osserva Jeff Halper, nel suo nuovo importante libro Decolonizzare Israele, Liberare la Palestina, da “ebrei con poca conoscenza della Palestina e dei suoi popoli, che hanno creato un movimento di ritorno ebraico alla sua patria ancestrale dopo un’assenza nazionale di 2000 anni. Ai loro occhi, gli arabi di Palestina erano solo uno sfondo. La Palestina era, come diceva la famosa frase sionista, “una terra senza popolo”. I sionisti europei sapevano che la terra era popolata, ovviamente, ma per loro gli arabi non costituivano un popolo”

Halper, un antropologo, è un ebreo americano emigrato in Israele e dirige il Comitato Israeliano Contro le Demolizioni delle Case. Fin dall’inizio, sottolinea, “il sionismo ha attratto solo una piccola frazione degli ebrei del mondo nei suoi anni di formazione. Solo il 3% dei 2 milioni di ebrei che hanno lasciato l’Europa dell’Est tra il 1882 e il 1914 andò in Palestina, e molti di loro successivamente sono emigrati in altri paesi”.

Ironicamente, le principali comunità ebraiche alla fine del diciannovesimo e all’inizio del ventesimo secolo rifiutarono il sionismo, mentre fu abbracciato dagli antisemiti come un modo per rimuovere gli ebrei indesiderati dai propri paesi. Per gli ebrei riformati, l’idea del sionismo contraddiceva quasi completamente la loro fede in un giudaismo universale e profetico. Il primo libro di preghiere della Riforma eliminò i riferimenti agli ebrei in esilio e ad un Messia che avrebbe miracolosamente ristabilito gli ebrei di tutto il mondo nella storica terra di Israele. Il nuovo libro eliminò tutte le preghiere per il ritorno a Sion. Il rispettato Rabbino Abraham Geiger sostenne che l’ebraismo si è sviluppato attraverso un processo evolutivo, che ha avuto inizio con la rivelazione di Dio ai profeti ebrei. Quella rivelazione era progressiva; la nuova verità è diventata disponibile per ogni generazione. L’essenza del giudaismo era il monoteismo etico.

Nel 1897, la Conferenza Centrale dei Rabbini Americani adottò una risoluzione che disapprovava qualsiasi tentativo di istituire uno Stato ebraico. La risoluzione dichiarava: “Sion era un bene prezioso del passato, e come tale è un santo ricordo, ma non è la nostra speranza per il futuro. L’America è la nostra Sion”.

Mentre la maggior parte degli ebrei si opponeva al sionismo, molti antisemiti lo abbracciavano. Peter Beinart, editore di Jewish Currents (Correnti Ebraiche), scrive su The Guardian: “Alcuni dei leader mondiali che più ardentemente promossero la statualità ebraica lo fecero perché non volevano ebrei nei loro paesi. Prima di dichiarare, in qualità di Ministro degli Esteri nel 1917, che: “La Gran Bretagna guarda con favore l’istituzione in Palestina di una casa nazionale per il popolo ebraico”, Arthur Balfour ha sostenuto la Legge sugli Stranieri (Aliens Act) del 1905, che limitava l’immigrazione ebraica nel Regno Unito. Due anni dopo la sua famosa dichiarazione, Balfour affermò che il sionismo avrebbe mitigato le miserie secolari create per la civiltà occidentale dalla presenza in mezzo a essa di un Corpo (gli ebrei) che da molto tempo considerava estraneo e persino ostile, ma che era ugualmente incapace di espellere o assimilare”.

In Inghilterra, la maggior parte dei leader ebrei si oppose alla Dichiarazione Balfour. Un membro ebreo del governo di Lloyd George, il Segretario di Stato per l’India Edwin Montagu, ha insistito sul fatto che gli ebrei fossero considerati una comunità religiosa. Ha usato il termine “antisemitismo” per caratterizzare i promotori della Dichiarazione Balfour. Un documento che emise il 23 agosto 1917 era intitolato “L’antisemitismo dell’attuale governo”.

Fin dall’inizio dell’insediamento ebraico in Palestina, i leader sionisti erano piuttosto aperti nel chiarire che volevano “rimuovere” la popolazione nativa del paese. Già nel 1914, Moshe Sharett, un futuro Primo Ministro israeliano, dichiarò: “Abbiamo dimenticato che non siamo venuti in una terra vuota per ereditarla, ma siamo venuti per conquistare un paese da un popolo che lo abita e lo governa lo in virtù della sua lingua e cultura selvaggia. Se cerchiamo di considerare la nostra terra, la Terra di Israele, come solo nostra e permettiamo a qualcuno di fare parte della nostra attività, tutto il contenuto e il significato saranno persi per la nostra impresa.”

David Ben-Gurion ha sostenuto il “trasferimento obbligatorio” dei palestinesi. Nel 1937 istituì un Comitato per il Trasferimento della Popolazione all’interno dell’Agenzia Ebraica. “Trasferimento”, ovviamente, è un eufemismo per la pulizia etnica, ed è stato effettuato a livello di massa nel 1948 e di nuovo nel 1967. Uno dei suoi autori, Yosef Weitz, direttore del Dipartimento per gli Insediamenti del Fondo Nazionale Ebraico, ha scritto: “Deve essere chiaro che non c’è spazio nel paese per entrambi i popoli. L’unica soluzione è una Terra d’Israele senza arabi. Non c’è altro modo che trasferire gli arabi da qui”.

Lo storico israeliano Tom Segev osserva che “La scomparsa degli arabi era al centro del sogno sionista, ed era anche una condizione necessaria per la sua realizzazione. Con poche eccezioni, nessuno dei sionisti ha contestato l’opportunità del trasferimento forzato, o la sua moralità”.

Un altro storico israeliano, Ilan Pappé, scrive: “Nel 1945, il sionismo aveva attirato più di mezzo milione di coloni in un paese la cui popolazione era di quasi due milioni. La popolazione nativa locale non fu consultata né la sua obiezione al progetto di trasformare la Palestina in uno Stato ebraico fu presa ascoltata. Come per tutti i precedenti movimenti coloniali, la risposta a questi problemi era la duplice logica dell’annientamento e della disumanizzazione. L’unico modo per i coloni di espandere la loro presa sulla terra oltre il 7% e garantire una maggioranza demografica esclusiva, era quello di rimuovere i palestinesi dalla loro patria. Il sionismo è quindi un progetto coloniale di insediamento che non è ancora stato completato. Israele sta ancora colonizzando ed espropriando i palestinesi e negando i diritti dei nativi alla loro patria, il crimine commesso dalla dirigenza del movimento sionista, che divenne il governo di Israele, era quello della pulizia etnica”.

La ragione per cui i palestinesi possono essere giustamente considerati come le vittime finali dell’Olocausto è che il crescente antisemitismo in Europa ha fatto sì che molti ebrei, che in precedenza si erano opposti al sionismo, iniziassero a considerare positivamente l’idea di creare uno Stato ebraico in Palestina come un rifugio per i perseguitati. Le organizzazioni ebraiche negli Stati Uniti che si erano sempre opposte al sionismo, iniziarono lentamente a considerarlo più favorevolmente. Senza Hitler, ci sarebbe stato scarso sostegno da parte degli ebrei negli Stati Uniti o nell’Europa occidentale per la creazione di uno Stato ebraico. Senza l’Olocausto, le Nazioni Unite avrebbero avuto poche ragioni per istituire lo Stato di Israele.

Ora, la vittimizzazione dei palestinesi sta diventando più ampiamente compresa. Sia il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem che Human Rights Watch hanno classificato il trattamento dei palestinesi da parte di Israele come “apartheid”.

L’ondata di opposizione internazionale all’occupazione israeliana e alla sottomissione dei palestinesi viene ampiamente paragonata al movimento che è cresciuto in opposizione all’apartheid in Sud Africa. Jeff Halper sottolinea che, “La causa palestinese ha raggiunto un rilievo globale pari a quello movimento anti-apartheid. I palestinesi sono diventati emblematici dei popoli oppressi ovunque. Israele è uno stato colonizzatore consolidato e forte proprio come lo era il Sudafrica, ma nessuno dei due è stato in grado di sconfiggere o emarginare una popolazione nativa con aspirazioni Stato-nazionali”. Ora, la lotta palestinese ha raggiunto un livello importante della lotta contro l’apartheid nel mondo.

Sempre più israeliani, preoccupati per il trattamento riservato dal loro paese ai palestinesi, lamentano il suo allontanamento dai valori ebraici. Il professor David Shulman dell’Università Ebraica scrive: “Noi siamo, così sosteniamo, i figli dei profeti. Una volta, dicono, eravamo schiavi in ​​Egitto. Sappiamo tutto ciò che si può sapere su schiavitù, sofferenza, pregiudizio, ghettizzazione, odio, espulsione, esilio. Trovo sorprendente che noi di tutti i popoli abbiamo reinventato l’apartheid in Cisgiordania”.

Facendo un collegamento diretto tra l’Olocausto e la sofferenza dei palestinesi, Jane Hirschmann, la cui famiglia è fuggita dalla Germania al tempo dell’Olocausto, scrive quanto segue in una pubblicazione del 14 giugno su Truthout: “Sono un’americana di prima generazione. I miei genitori ebrei sono fuggiti dalla Germania mentre si stavano svolgendo gli orrori dell’Olocausto. Lasciarono la famiglia che morì nei campi. Finita la guerra, la Germania diede a mio padre un risarcimento per la perdita della sua attività e per essere stato perseguitato. Entrambi i miei genitori sono stati riaccolti dal governo tedesco che gli ha detto che potevano riavere il loro passaporto e la cittadinanza. Mi chiedo perché i 750.000 palestinesi costretti a lasciare le loro case e la loro terra nel 1948, quando è stata fondata Israele, non hanno diritto allo stesso trattamento ricevuto dalla mia famiglia dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale”.

Hirschmann conclude: “Ma la guerra contro i palestinesi non è mai finita. Israele continua ancora oggi la sua politica di pulizia etnica. Mi chiedo come sia possibile che le vittime dell’Olocausto e la loro progenie possano perseguitare così brutalmente un altro popolo per motivi razziali? Mi chiedo perché i palestinesi non abbiano gli stessi diritti al risarcimento e al ritorno concessi alla mia famiglia dopo che la Germania si è assunta la responsabilità dei propri crimini. I palestinesi non dovrebbero avere diritto un risarcimento e al ritorno? Non dovrebbero avere lo stesso diritto all’autodeterminazione che Israele stesso rivendica? Mi vergogno profondamente e sono arrabbiata per il fatto che questi atti siano commessi in nome del popolo ebraico e che il mio governo fornisca il denaro e le armi per sostenere questi crimini israeliani.”

L’Olocausto getta una lunga ombra. La dichiarazione “Mai più” è una di quelle che tutti dovremmo prendere a cuore. Ma dovrebbe applicarsi non solo agli attacchi contro gli ebrei, ma a qualsiasi gruppo religioso, razziale o etnico. Oggi sono i palestinesi a essere minacciati da una continua pulizia etnica, ironia della sorte, a causa dell’Olocausto stesso. Sono, purtroppo, le ultime vittime.

Allan C. Brownfeld è un editorialista e redattore associato del Lincoln Review, una rivista pubblicata dall’Istituto di Formazione e Ricerca Lincoln, ed editore di Issues, la rivista trimestrale del Consiglio Americano per l’Ebraismo.

Traduzione di Beniamino Rocchetto -Invictapalestina.org

 

Palestinesi: le ultime vittime dell’Olocausto

 

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