Palestinesi: “Misure repressive contro i nostri detenuti in sciopero della fame”

Il servizio penitenziario israeliano avrebbe trasferito i prigionieri in differenti sezioni delle sue carceri, confiscato loro vestiti e oggetti personali e “trasformato le loro stanze in celle d’isolamento”. Tel Aviv per ora non commenta

Protesta dei familiari dei prigionieri palestinesi a Nablus. (Foto: Reuters)

Protesta dei familiari dei prigionieri palestinesi a Nablus. (Foto: Reuters)


della redazione

Roma, 18 aprile 2017, Nena News – La risposta israeliana allo sciopero della fame iniziato ieri da oltre 1.600 prigionieri politici palestinesi sarebbe arrivata immediata: il Servizio penitenziario israeliano (Ips), infatti, avrebbe preso una serie di misure punitive contro gli autori della protesta. Ad affermarlo è la Commissione palestinese per gli Affari dei prigionieri che ieri pomeriggio ha rilasciato un comunicato in cui ha denunciato il trasferimento dei detenuti in differenti sezioni delle carceri israeliane, la confisca dei loro vestiti e oggetti personali, il divieto di vedere la Tv e “la trasformazione delle loro stanze in celle d’isolamento”.

Alcuni detenuti, inoltre, sarebbero stati trasferiti in altre prigioni: è il caso di Marwan Barghouthi, il carismatico leader di Fatah alla guida della protesta, che è stato trasferito insieme ad altri due prigionieri (Karim Junis e Mahmoud Abu Srour) dal carcere di Hadarim a quello di Jalama e sarebbe in isolamento. Secondo quanto riferisce la Commissione, Barghouthi “sarà processato da una corte disciplinare” per il suo articolo pubblicato l’altro ieri sul New York Times in cui ha spiegato le ragioni della lotta dei detenuti politici palestinesi rinchiusi nella prigioni dello stato ebraico. Le autorità carcerarie israeliane accusano Barghouthi di aver utilizzato sua moglie per aver “contrabbandato” fuori dalla prigione l’articolo in questione ed averlo consegnato poi al noto quotidiano statunitense.

La Commissione palestinese per gli Affari sui prigionieri fa sapere poi che l’Ips ha allestito un ospedale da campo nella prigione di Ktziot così da impedire, qualora le condizioni di salute dovessero peggiorare, un eventuale trasferimento negli ospedali civili dei detenuti in sciopero della fame. La decisione partirebbe da una disposizione presa giovedì dal ministro israeliano della Pubblica sicurezza Gilad Erdan che vieta il trasferimento dei prigionieri nei nosocomi civili dove è stata finora espressa netta contrarietà ad alimentare con la forza i detenuti palestinesi. L’alimentazione forzata è uno dei punti caldi della questione: mentre la Corte suprema israeliana ha stabilito recentemente che è costituzionale, i dottori israeliani si sono rifiutati di applicarla considerandola una forma di tortura. Nel momento in cui vi scriviamo, alle accuse mossegli contro, le autorità carcerarie israeliane non hanno fornito ancora alcuna risposta ufficiale.

Lo sciopero della fame, intanto, sta avendo un forte sostegno da parte della popolazione dei Territori Occupati: ieri migliaia di persone hanno sfilato in varie parti della Cisgiordania in occasione della Giornata dei prigionieri palestinesi. Non sono mancate le tensioni con le forze israeliane: l’esercito avrebbe soppresso una manifestazione a Betlemme e detenuto 4 giovani in un’altra protesta a Ramallah. Le proteste hanno incassato il pieno sostegno dell’intero spettro politico locale.

Ad appoggiarle è anche l’Autorità palestinese che ieri, in una nota rilasciata dall’ufficio del primo ministro, ha spiegato le richieste dei detenuti: “lo sciopero della fame è iniziato oggi per i bisogni fondamentali e i diritti dei prigionieri nel tentativo di porre fine alla pratica arbitraria della detenzione amministrativa [arresto senza processo, ndr], della tortura, del maltrattamento, dei processi ingiusti, della detenzione di bambini, della negligenza medica, dell’isolamento, del trattamento disumano/degradante, della privazione dei diritti basilari come la visita dei familiari e dell’istruzione”.

Sulla questione è intervenuta ieri anche Hanan Ashrawi, membro del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp).“L’intera comunità internazionale – ha detto – dovrebbe essere allarmata dall’intenzionale violazione dei diritti e delle vite dei prigionieri politici palestinesi”. La scorsa settimana la ong internazionale per i diritti umani, Amnesty International, ha scritto che “la politica decennale israeliana di detenzione nelle prigioni d’Israele dei palestinesi della Cisgiordania occupata e di Gaza e il divieto alle regolari visite con i familiari non è solo crudele, ma anche una palese violazione della legge internazionale”. Nena News

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