Palestinesi, non commerciate con i coloni. Il boicottaggio porta a porta

«Questo boicottaggio è stupido e miserabile, i palestinesi devono interromperlo subito». Non è stato un capo dei coloni israeliani a pronunciare ieri parole tanto infuocate nei confronti della protesta che i palestinesi stanno attuando contro gli insediamenti ebraici costruiti in Cisgiordania (in violazione delle leggi internazionali) dopo l’occupazione militare nel 1967.

Ad alzare la voce è stata Dalia Itzik, ex speaker della Knesset e attuale capogruppo del partito «centrista» Kadima, a conferma che il boicottaggio delle colonie e dei loro prodotti, avviato inizialmente dalla campagna popolare «Karame» (dignità) e poi adottato dall’Anp, si sta rivelando un efficace strumento di pressione economica nelle mani dei palestinesi. Cominciano ad avere il fiato corto le aziende nelle colonie israeliane che, secondo dati palestinesi, nel 2009 hanno venduto merci per 500 milioni di dollari nei Territori occupati. Al boicottaggio dei palestinesi della Cisgiordania, cominciato nei mesi scorsi, si aggiunge quello deciso qualche giorno fa a Nazareth dall’Alto Coordinamento degli arabo israeliani e le misure adottate in Europa contro i prodotti degli insediamenti esportati illegalmente con il marchio «made in Israel». E risultati registra la campagna mondiale BDS (Boycott, divestment and sanctions) avviata nei confronti non solo delle colonie ma dello stesso Stato di Israele – sino a quando, spiegano i promotori, non rispetterà i suoi obblighi internazionali – che qualche giorno fa ha visto il musicista e cantante britannico Elvis Costello annullare il suo tour nello Stato ebraico a causa, ha spiegato, «delle umiliazioni subite dal popolo palestinese».

Domenica scorsa il Washington Post ha riferito che almeno 17 imprese hanno chiuso i battenti nell’insediamento di Maale Adumim (a est di Gerusalemme) uno dei più grandi dei 120 costruiti in Cisgiordania. Avi Elkayam, portavoce di 300 aziende con sede nelle colonie, ha ammesso la grande difficoltà che sta affrontando la zona industriale di Mishor Adumim e riferito della chiusura di una grossa impresa specializzata nel taglio della pietra (proveniente da una cava palestinese).

Le difficoltà e la rabbia dei settler-imprenditori crescono con il passare delle settimane e il Consiglio delle colonie (Yesha) ha coniato l’espressione «terrorismo economico degli arabi» per sollecitare il governo israeliano a varare immediatamente contromisure, a cominciare dalla chiusura totale dei valichi all’import-export dei palestinesi della Cisgiordania (Gaza è già soggetta da tre anni a un embargo durissimo da parte israeliana). Per ora i palestinesi non si sono fatti intimidire e martedì scorso tremila giovani hanno cominciato a promuovere il boicottaggio delle colonie «porta a porta» in applicazione di un decreto legge firmato dal presidente dell’Anp Abu Mazen che prevede forti sanzioni (fino a 22 dollari) e anche il carcere (fino a cinque anni) per i palestinesi che commerciano con i settler.

Nei prossimi mesi i tremila «promotori» visiteranno 427 mila abitazioni palestinesi per esortare la popolazione a rispettare il più possibile il boicottaggio degli insediamenti. «I nostri giovani – spiega Haitam Kayali, della campagna «Karame» – distribuiranno opuscoli e volantini alle famiglie per diffondere informazioni sulla pericolosità degli insediamenti per la nostra futura indipendenza». Con la stessa motivazione verranno affissi poster in città e villaggi della Cisgiordania.

Editoriale di Haaretz, 10 maggio 2010

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